Il festival accoglie Elio Germano. “Ho cominciato a fare l’attore in Molise da bambino” fotogallery

Una piazza gremita e palpitante ha accolto a braccia aperte Elio Germano nella seconda serata del festival. All’attore di origini molisane è stato dedicato il primo volume della collana editoriale di MoliseCinema, curato dal direttore Pommier Vincelli.

La grande attesa non è stata delusa. Il festival di MoliseCinema, nella sua seconda giornata di mercoledì 8 agosto, ha ospitato uno dei ‘figli’ molisani più apprezzati: Elio Germano.

Germano Molisecinema

Sono circa le 19 quando, in un’Arena grande stracolma di persone che fremono per una foto con l’artista, l’attore originario di Duronia fa capolino tra la folla e si concede alle interviste con la stampa, prima di salire sul palco per dialogare con il direttore della manifestazione, Federico Pommier Vincelli.

Quest’anno il festival ha voluto inaugurare una collana editoriale il cui primo volume è proprio un libro dedicato ad Elio Germano, dal titolo ‘Elio Germano. Corpo, voce e istinto’ a cura del direttore del festival e di Raffaele Meale, edito da Cosmo Iannone Editore. Così MoliseCinema ha voluto omaggiare l’attore, oltre che con una selezione di film da lui interpretati e che saranno proiettati nella settimana del festival.

Germano è romano di nascita ma di natali molisani. Il suo rapporto con il Molise è molto forte, la sua carriera è iniziata a soli 13 anni con il film ‘Ci hai rotto papà’ e poi a 19 con ‘Il cielo in una stanza’ di Carlo Vanzina ma il suo amore per il mestiere di attore ha radici lontane e che nascono proprio nella sua Duronia, 53 chilometri circa da Casacalenda, dove “io e i miei amici facevamo il teatro in strada inscenando barzellette. Sfruttavamo il palco delle feste di paese e chiedevamo 500 lire a famiglia per assistere allo spettacolo”. Un inizio ‘per gioco’ che poi è diventato un mestiere. E ironizza sul fatto che ha capito che lo era “quando in banca mi hanno accettato il mutuo“. “È stata una grande fortuna, fare un mestiere per il piacere di farlo e non per il desiderio di diventare qualcuno, cosa che il più delle volte ti costringe a vivere una vita non tua”.

Pommier gli domanda cosa significhi interpretare personaggi importanti come è successo a lui che ha indossato le vesti di Leopardi, San Francesco, Nino Manfredi e, da ultimo, del pittore Ligabue. “Sicuramente c’è una fase di documentazione ma il film non è certo un libro di storia e il resto lo fa il tuo modo di leggere il personaggio, anche sulla base dell’immaginario che lo circonda”. Una considerazione, amara anche se detta con il sorriso, sul fatto che non ci sono soldi per il cinema e per questo i produttori non rischiano e puntano maggiormente su sceneggiature non originali come quelle su personaggi noti.

Germano non usa mai la parola ‘recitare’, lui interpreta, che significa portare dentro qualcosa più che esternare, ed è “un mestiere molto nobile, un esercizio dell’animo che ti porta a metterti nei panni dell’altro, cosa che un po’ tutti dovremmo imparare”. Il dialogo tra i due verte molto sull’argomento ‘popolarità’, dimensione in cui Germano non si trova a suo agio, per lui interpretare è piuttosto un nascondersi. “Non ho scelto questo lavoro per farmi notare, al contrario. Vivere le emozioni in un ambiente protetto come il teatro/il cinema è meno doloroso che nella vita reale”. E poi se il pubblico riconosce prima l’attore del personaggio interpretato il cinema perde di credibilità e il tutto risulta ‘inquinato’ dal narcisismo dell’attore.

La Palma d’Oro a Cannes nel 2010 per l’interpretazione nel film ‘La nostra vita’ di Daniele Lucchetti per lui non ha rappresentato una svolta nella carriera, “è la continuità lavorativa la vera svolta. I premi non fanno la qualità di un film, sono accessori che vengono assegnati sulla base della decisione di 10 persone in una stanza”.

L’attore dichiara alla piazza, entusiasta di avere l’opportunità di conoscere in una dimensione quasi familiare uno dei più apprezzati attori italiani, di essersi sempre sentito un immigrato di prima generazione a Roma, così come in altri posti, dove ha sempre incontrato i suoi compaesani. “La migrazione, il cercare fortuna altrove, ci ha sempre contraddistinto, ma – aggiunge – è bello riportare le persone in Molise in occasioni come il festival o come il Cammina, Molise!”, manifestazione, quest’ultima, organizzata proprio dal padre di Elio, Giovanni Germano. “Questa è la parte sana dei nostri territori, è una qualità che dobbiamo preservare, quello che c’è qui è difficile trovarlo altrove”. E si chiude così questo incontro, non prima degli omaggi offerti dall’Assessore regionale al turismo Vincenzo Cotugno. Poi via alla proiezione di ‘Io sono tempesta’, l’ultimo film di Germano. E non c’è modo di trovare un posto a sedere, tutti occupati.

Poco distante, nell’Arena piccola, la nostra regione è ancora protagonista con la sezione ‘Girare il Molise’ dove si promuovono lavori cinematografici prodotti in questa terra o che le hanno riservato attenzione. Si comincia con il regista Emilio Corbari e con il trailer del suo documentario ‘Il profumo dei fiori di carta’ sulla festa di San Pardo a Larino e si prosegue col regista Alessandro Piva, “un amico di MoliseCinema”. Il noto regista de ‘La capa gira’ ha presentato al festival il suo documentario ‘Road to myself. Antichi cammini nell’Italia del Sud’, un emozionante viaggio esistenziale in 5 regioni del Sud (Molise, Puglia, Calabria, Campania e Basilicata) per promuovere il turismo ‘lento, destagionalizzato’. Per il Molise la sua macchina da presa è andata ad Altilia, Sepino e Duronia. Protagonista il ‘Cammina, Molise!’ dell’associazione ‘La Terra’ presieduta da Giovanni Germano, un’escursione lenta e conviviale durata 4 giorni e che ha visto partecipare quest’anno 320 persone sulle vie dei tratturi. Per Piva e per i protagonisti di questo documentario  “si cammina per guardarsi dentro ma anche per incontrare gli altri”, per il bisogno di rallentare e di conoscere il Genius loci che spesso ignoriamo. Il film è una promozione straordinaria per i borghi del Sud Italia che “sopravvivono testardi al cronometro moderno”.