Di Vaira, trattori rubati dopo la denuncia del caporalato. I prezzi della filiera fatti dai discount

Potrebbe essere stata un'azione ritorsiva il furto alla Fattoria Di Vaira per le parole di denuncia al caporalato? "Sinceramente penso di no" dice il direttore Santi. Lo sfruttamento? Colpa anche dei bassi prezzi della filiera imposti dai discount

Il furto di lunedì 13 agosto alla “Fattoria Di Vaira” di Petacciato potrebbe essere stata un’azione di ritorsione nei confronti dell’azienda stessa? Ritorsione dovuta alla pubblicazione di un video nel quale la “Di Vaira” prendeva le distanze da una ogni forma di caporalato e denunciava il sistema, il mercato che gestisce i prezzi del pomodoro?  “Non sappiamo ancora nulla, le indagini da parte delle forze dell’ordine sono in corso – si affretta a dire il direttore dell’azienda Paola Santi – Sinceramente non penso”. Eppure la tempistica con la quale si sono succeduti i fatti, non scarterebbe del tutto questa ipotesi.

Lunedì 6 agosto un furgone con a bordo 14 braccianti agricoli, tutti migranti, all’altezza del bivio di Ripalta si scontra con un tir adibito al trasporto di farinacei. L’impatto è violento e ad avere la peggio son 12 migranti. Sul caso indagano sia la Procura di Foggia, guidata da Ludovico Vaccaro, che quella di Larino, con il procuratore capo Antonio La Rana. Due distinti fascicoli di indagini sono stati aperti: un per far luce sulle cause dell’incidente, l’altro per capire se dietro alla strage si nasconde il fenomeno del caporalato. Ad oggi, grazie ai documenti di sette dei dodici migranti morti, gli inquirenti son riusciti a risalire a una azienda agricola molisana, la “Di Vito” di Campomarino, e ha iscritto al registro degli indagati tre operatori/imprenditori agricoli molisani con l’accusa di sfruttamento ed intermediazione illecita.

All’indomani dell’incidente, sulla pagina Facebook della “Fattoria Di Vaira” gli amministratori dell’azienda agricola pubblicano un video di pochi minuti, correlato da un post di accompagnamento, nel quale denunciano e prendono le distanze da ogni forma di caporalato e invitano i consumatori ad avere “la forza di andare a fare la spesa e pretendere il resoconto colturale e sociale del prodotto nel suo carrello”. “I nostri pomodori – continuano – non costano poco perché la nostra azienda pensa non solo a produrre ma a nutrire il consumatore e a preservare un futuro per tutti”. Nel video viene fatta una mini intervista ad alcuni braccianti italiani, provenienti da paesi della vicina Puglia, i quali denunciano lo sfruttamento di manodopera dovuto al basso costo del prodotto, in questo caso il pomodoro, imposto dal mercato e dal sistema di gestione dello stesso.  Siamo a sabato 11 agosto, cinque giorni dopo l’incidente di Ripalta.

Due giorni dopo, lunedì 13 agosto, il furto di trattori e strumentazioni agricole all’azienda di Petacciato per un valore complessivo di 500mila euro. Solo un caso? Una mera coincidenza oppure è ipotizzabile un’azione vendicativa nei confronti dell’azienda dopo il video? “È stata fatta una denuncia e sul caso stanno indagando – spiega il direttore della ‘Di Vaira’ Paola Santi – sinceramente spero di no, mi auguro di no. Io penso che sia delinquenza organizzata specializzata in furti di mezzi agricoli”.

Resta il danno: 4 trattori e diversa strumentazione per un valore di mezzo milione di euro. “Abbiamo raccolto diverse informazioni – spiega la Santi – ci hanno detto di aver visto due dei nostri trattori in zona San Martino in Pensilis e in chat gira un video nel quale vengono ripresi i nostri mezzi in zona Montenero di Bisaccia”. Voci che si rincorrono “alle quali diamo il giusto peso, però invitiamo chiunque abbia qualche notizia a informarci”. Infine la stessa Santi ha lanciato un appello, una raccolta fondi “a tutti coloro che hanno a cuore la nostra azienda, i nostri prodotti”. L’iban e tutte le informazioni del caso sono sulla pagina facebook della fattoria.

braccianti di vaira

Nel post di accompagnamento al video dell’11 agosto c’è un passaggio un molto importante: “I prezzi agricoli purtroppo non partono dall’agricoltura reale ma hanno delle logiche che non hanno nulla a che fare con l’agricoltura”. Dunque, chi fa il prezzo del pomodoro? Nei discount è facile trovare una bottiglia di 700ml di passata di pomodoro a 39 centesimi, un’offerta molto conveniente per il consumatore che, specie in un periodo di crisi come quello attuale, facilmente abbocca. Ma come si fa a proporre prezzi così stracciati?

Dietro a tutto, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso. È una pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.

Come funziona un’asta online al doppio ribasso? Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore. È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa. Quindi i partecipanti all’asta si son visti “costretti” a rilanciare l’offerta sempre con un prezzo più basso. Alla fine di questa gara online, la commessa è stata vinta da due grandi gruppi per un prezzo pari a 31,5 centesimi per bottiglia di passata. Altre tre aziende hanno invece vinto un’altra commessa per una fornitura di pelati da 400 grammi grazie a un’offerta di 21,5 centesimi per bottiglia. Meccanismo al ribasso che a cascata va a colpire anche gli anelli più deboli della filiera: i produttori, dunque gli imprenditori agricoli, e soprattutto i braccianti agricoli in particolar modo quella straniera. Costretta a lavorare per 10-12 ore al giorno per pochi euro.

Tuttavia, nonostante la Grande distribuzione abbia la supremazia nel mercato, ci sono tante aziende che stanno ricorrendo ai ripari per tutelarsi facendo ricorso alla Rete agricola di qualità, norma prevista dalla legge sulla lotta al caporalato. La “Rete” è un importante strumento per monitorare costantemente l’andamento del mercato del lavoro agricolo e per la creazione di una filiera produttiva, eticamente orientata.

Istituita dall’Inps al fine di selezionare imprese agricole che, al momento della richiesta d’iscrizione, non abbiano riportato condanne penali per violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, per delitti contro la pubblica amministrazione, delitti contro l’incolumità pubblica, delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, delitti contro il sentimento per gli animali e in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, siano in regola con il versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi e applichino i contratti collettivi.  Una pratica ancora poco conosciuta in Molise dove, nelle liste in continuo aggiornamento e consultabili sul sito dell’Inps, al 20 luglio risultavano iscritte/ammesse solo tre aziende agricole regionali: una nella provincia di Isernia e due in quella di Campobasso.