Psicologia e counseling: un po’ di chiarezza

Chi è il counselor? È uno psicologo? Un medico? Un infermiere? Un insegnante? O è una figura simile allo psicologo che si occupa di un disagio psichico più lieve? La risposta merita una trattazione approfondita perchè, come spesso accade nelle aree grigie delle professioni non regolamentate, counselor può essere qualsiasi cosa come nessuna...

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    Molti, tra amici e conoscenti, mi hanno chiesto delucidazioni in merito alla recente inchiesta di Repubblica sul counselor in Italia e sui suoi rapporti con la mia giovane professione sanitaria: un’inchiesta realizzata dal giornalista televisivo Luca Bertazzoni il quale, con una telecamera nascosta, ha mostrato come una donna, che si fingeva cliente di vari counselor, ricevesse da questi ultimi fantasiosi rimedi di marca psicologica a problematiche di fatto depressive o esistenziali fino ad interessare la complessa problematica dei disordini alimentari, rispetto alla quale – è bene dirlo -gli stessi psicologi ben si guardano dall’intraprendere, senza un’adeguata formazione post universitaria specifica e senza un approccio integrato di tipo medico e psicologico, qualsiasi percorso con i propri pazienti.

    Ma chi è il counselor? È uno psicologo? Un medico? Un infermiere? Un insegnante? O è una figura simile allo psicologo che si occupa di un disagio psichico più lieve? La risposta merita una trattazione approfondita perché, come spesso accade nelle aree grigie delle professioni non regolamentate, counselor può essere qualsiasi cosa come nessuna.

    Già prima dell’inchiesta di Repubblica, soffiavano da anni venti di guerra tra i counselor non psicologi e gli psicologi che accusano i primi di una pericolosa deriva della loro attività, ossia quella (di cui l’inchiesta tratteggia i tratti più preoccupanti per la salute dei cittadini) di erogare ai propri “clienti” interventi e servizi psicologici senza averne acquisito la dovuta (per Legge) competenza, che in Italia è assicurata dalla formazione universitaria e dalla Laurea in Psicologia.

    In effetti, la storia del counseling è molto chiara: fu per la prima volta definito negli anni Cinquanta del secolo scorso dallo psicologo e psicoterapeuta statunitense Carl R. Rogers – considerato dagli psicologi di tutto il mondo il “capo scuola” del counseling. La paternità è quindi certa, come è chiara la rappresentazione che gli psicologi di ogni Paese del mondo hanno del counseling; peraltro, gli psicologi italiani, dal giugno 2015, hanno esplicitamente richiamato proprio il counseling, ponendolo tra gli atti tipici della professione psicologica, in un documento ufficiale – La professione di psicologo: declaratoria, elementi caratterizzanti e atti tipici) – che recita:
    La consulenza psicologica (o counseling) comprende tutte le attività caratterizzanti la professione psicologica, e cioè l’ascolto, la definizione del problema e la valutazione, l’empowerment, necessari alla formulazione dell’eventuale, successiva, diagnosi. Lo scopo è quello di sostenere, motivare, abilitare o riabilitare il soggetto, all’interno, della propria rete affettiva, relazionale e valoriale, al fine anche di esplorare difficoltà relative a processi evolutivi o involutivi, fasi di transizione e stati di crisi anche legati ai cicli di vita, rinforzando capacità di scelta, di problem solving o di cambiamento”.

    Ma la posizione appena tratteggiata non è un’acquisizione culturale recente né si tratta di una presa di posizione volta semplicemente a difendere, come qualcuno asserisce, una “fetta di mercato” minacciata dall’espansione di una nuova figura professionale. Perché la declaratoria degli psicologi italiani, datata giugno 2015, riporta definizioni di atti tipici della professione psicologica già contenute nella Legge istitutiva della professione psicologica n. 56 del 1989.
    Negli ultimi anni è cresciuta in maniera esponenziale la preoccupazione degli psicologi italiani per la salute di molti cittadini che, interessati soprattutto da problematiche psicologiche o semplicemente desiderosi di intraprendere un percorso esistenziale più soddisfacente grazie all’acquisizione di nuove competenze cognitive, relazionali o affettive, si rivolgevano ad improvvisate figure professionali che, a seguito di corsi rapidi (due anni al massimo) e al contempo assai costosi, si sono ritrovate a fiorire rapidamente in una “terra di nessuno”. Tale preoccupazione si è declinata negli ultimi anni in vigorose azioni di tutela (sia politiche sia legali) che il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) ha posto in essere contro quello che spesso si profila come un autentico “abuso di professione”.

    Capita, talvolta, di ascoltare inquietanti disquisizioni attorno al concetto di “Salute” che, largamente definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) già dal 1946 come lo”stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”, si presta, in effetti, a creative interpretazioni di “intellettualoidi” capaci di rintracciare anche in professioni come l’avvocato o l’insegnante o il consulente finanziario una valenza terapeutica o di promozione della salute perché, appunto, “salute” non è solo assenza di malattia ma anche benessere psichico, sociale, lavorativo, economico.

    Ora, che ogni professione possa promuovere processi di sviluppo e contribuire al miglioramento della qualità della vita dell’individuo come delle collettività è indiscutibile. Tuttavia, è doveroso sottolineare che la promozione della salute umana, così come ogni azione di prevenzione o terapeutica, debba restare fondata, come lo è stato fino ad oggi, su solidi fondamenti scientifici, sia teorici sia metodologici.
    Infatti, se è vero che il counselor esiste in molte aree del mondo, è altrettanto evidente che a livello internazionale questa figura sia di fatto prerogativa di uno psicologo idoneamente qualificato. Il counselornel mondo è un professionista di area psicologica, mentre in Italia ha una formazione non universitaria, variegata e soprattutto molto “snella”.

    Ciò non garantisce il cittadino rispetto al rischio di assistere a “invasioni di campo” che possono rivelarsi pericolosissime lì dove è più o meno esplicitamente formulata una domanda di aiuto psicologico. Quest’ultima, tra l’altro – e gli psicologi lo osservano continuamente – non è sempre chiaramente espressa, soprattutto al primo contatto, potendo risultare anche negata (“sono stata inviata da X ma non credo di aver bisogno, il mio è semplicemente un bisogno di orientamento, di consulenza non terapeutica … ”), spostata (“mio figlio ha bisogno di aiuto”), sottodimensionata (“sto semplicemente attraversando un periodo di demotivazione e apatia a lavoro”): nella pratica professionale, infatti, è di frequente riscontro la necessità che lo psicologo aiuti l’utente/paziente/cliente a riconoscere il proprio bisogno e a formulare con chiarezza la propria richiesta di aiuto.

    Gli stati mentali che possono accompagnare già il primo incontro e la relativa formulazione di una richiesta di consulenza con lo psicologo possono essere molto complessi e richiedere quindi elevate competenze psicologiche di lettura dei bisogni che possono essere celati dietro disagi più o meno significativi.
    La qualità e l’affidabilità delle prestazioni psicologiche che in Italia sono tutelate dall’appartenenza ad un Ordine professionale, trovano la loro ragion d’essere nell’assunto che non debba essere necessariamente il cittadino a saper differenziare un’offerta di prestazione adeguata al suo bisogno da una che non lo è affatto, soprattutto perché può accadere che si trovi in una situazione di fragilità emozionale che gli impedisce di cercare la via giusta.

    Intanto, il CNOP ha contribuito alla costituzione di una “consensus conference” sul counseling; una iniziativa che, dopo l’inchiesta di Repubblica, troverà ancor più vigore e riconoscimento nella categoria professionale degli psicologi perché è necessario fare una volta per sempre chiarezza su ciò che possono fare i counselor non psicologi e che non sia equiparabile a ciò che fa uno Psicologo o uno Psicoterapeuta.

    Alla luce di quanto esposto posso immaginare l’incredulità di voi lettori nell’apprendere che in Italia la tutela della Salute dei cittadini possa essere interessata anche da queste discussioni. Tuttavia, vi risulterà facile comprendere come tali accadimenti possano più facilmente verificarsi proprio nei campi dove la “complessità” è di casa e la psicologia è per definizione “scienza della complessità”, occupandosi a pieno titolo di Salute/Benessere proprio come inteso dall’OMS.

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