L’odore di mafia in Molise e il dono dell’invisibilità di una “psiche mafiosa”

Il Molise si professa immune da infiltrazioni mafiose. Ma le mafie hanno mutato forma per adattarsi all’ambiente ed oggi, proprio attraverso questa trasformazione, stanno rivelando ciò che sono sempre state in realtà: forme del sentire e del pensare umano che contaminano la nostra vita quotidiana. Sono forme dello psichismo universali…

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Ho appreso di recente che un report di Legambiente fa registrare in Molise 147 infiltrazioni e 107 denunce, cui sono conseguiti ben 20 sequestri per ipotesi di reati connessi alle ecomafie.

Di fronte a questi numeri, uno psicologo non può restare di certo indifferente soprattutto se li rapporta ad un piccolo territorio considerato dai più come un’’isola felice’; da analista, inoltre, mi sento molto stimolato dal termine ‘ecomafia’, un neologismo coniato da Legambiente cui ci stiamo velocemente abituando e che rimanda ad attività illegali di tipo mafioso (per lo più legate al traffico e allo smaltimento dei rifiuti) che arrecano danni alla salute degli esseri umani. Questo termine mi stimola perché rimanda all’ambiente, ai sistemi, alle ecologie e, in ultima analisi, al concetto di salute e all’influenza del comportamento umano sul benessere individuale, collettivo e ambientale.

Malorni Nicola

 

Ho dedicato un articolo di questa stessa rubrica in primavera ad un Molise verde, un ‘laboratorio di benessere’, ed oggi, a pochi mesi di distanza, mi ritrovo a confrontarmi con la sua Ombra, con il lato oscuro di un territorio che tende a professarsi immune da infiltrazioni malavitose, resistente alle contaminazioni da regioni limitrofe e che non ha mai partorito ‘nomi’ legati a storie di mafia. In Molise non abbiamo, infatti, individui o gruppi affiliati a clan riconoscibili come quelli dei Riina, Corleone, Partinico, Villabate, Calatafimi. Per noi questi nomi non sono altro che sonorità semantiche che rimandano a realtà che sentiamo estranee e lontane; tuttavia, credo sia utile riconoscere che anche i sogni che turbano il nostro sonno spesso ci mostrano volti di personaggi senza nome, sconosciuti, mai visti prima, e che si rivelano, tuttavia, in grado di condizionare la nostra esistenza, il nostro umore, i nostri comportamenti dalle zone grigie del nostro mondo interiore.

Allo stesso modo può comportarsi lo psichismo mafioso nei nostri palazzi come nelle periferie, come una serpe di cui a volte si avverte la presenza soltanto scoprendo brandelli di pelle abbandonata tra i ruderi delle campagne ancora vergini o in città nei pressi di qualche lussuoso giardino.

 

La mafia muta pelle continuamente e, come un animale che sente minacciata la propria sopravvivenza, tenta di adattarsi all’ambiente cambiando la tana, colonizzando territori, mimetizzandosi, mutando il proprio comportamento, ricorrendo, in altri termini, a quelle stesse funzioni adattative che hanno permesso al mondo animale di evolvere resistendo all’estinzione per migliaia di anni.

 

Le numerose ricerche ormai effettuate nel mondo mafioso hanno chiarito che un punto di forza delle nuove organizzazioni mafiose, quelle successive alla stagione delle stragi del ‘92 e ’93, sta nella loro capacità di produrre rapporti di ‘collaborazione’ con i poteri economici e politici, nel controllo del territorio, non solo col pizzo, ma creando ‘collusioni’ con il potere egemone, la risoluzione di interessi privati, la corruzione.

Le loro capacità adattative all’ambiente si sono manifestate nella trasformazione dell’originaria  organizzazione ‘militare’ – incentrata sulla violenza e sul consenso generato dalla paura -, in una attitudine ad imporre i codici del silenzio e dell’omertà, della negazione della propria esistenza, della sostituzione dei valori ‘mafiosi’ con quelli ‘sociali’.

 

Le recenti notizie stanno scuotendo le nostre coscienze distratte, abituate a rappresentare il mafioso con il ricorso a inflazionate immagini estetiche di un uomo sulla cinquantina con coppola e lupara, un Totò Riina per intenderci, che con la violenza e la sopraffazione ha incarnato una immagine monarchica della mafia, quella del capo supremo e unico. Dopo le stragi, e soprattutto dopo la morte di Riina, l’immagine della mafia è mutata in una polimorfa organizzazione insidiosa, liberandosi dell’ingombrante Ombra del capo sanguinario di Corleone.

Essa va oggi declinandosi nelle nostre menti al plurale, non è più quella che dichiara guerra allo Stato e non fa stragi perché ha scelto la via dell’autonomia economica e politica, ha appreso a gestire la vita pubblica in molte aree del Paese e in diversi ambiti (da quello dei lavori pubblici a quello sanitario e sociale), ha stretto rapporti sempre più stretti con l’imprenditoria rivelando una insospettabile attitudine a gestire gli ‘affari’ in maniera assolutamente pacifica. Oggi è talmente integrata al nostro tessuto sociale da conoscerne benissimo il funzionamento, anzi – a pensarci bene – è talmente capace di rappresentarlo da rendere difficile il suo riconoscimento.

 

Ma questa è soltanto una trasformazione ‘fenotipica’ che sappiamo determinata dall’interazione tra i fattori ambientali e il genotipo, perché le mafie di oggi, proprio attraverso questa trasformazione esteriore, stanno rivelando ciò che sono sempre state in realtà: forme del sentire e del pensare umano che contaminano le relazioni familiari, i legami amicali e i rapporti lavorativi informando gli aspetti esistenziali e sociali della vita quotidiana, quelle forme dello psichismo universali che hanno suggerito a me e al collega analista Angelo Malinconico il titolo per il nostro volume dedicato al tema (N. Malorni e A. Malinconico, Psiche mafiosa – Immagini da un carcere, Magi Ed. Roma, 2012). Lì descrivemmo, grazie all’ausilio di immagini spontanee emergenti dai sogni e da scene del Gioco della Sabbia di detenuti appartenenti ad organizzazioni mafiose durante un percorso analitico di gruppo al carcere di Larino, l’ubiquità di immagini capaci di generare o rivelare stili relazionali, forme di pensiero, qualità affettive apparentemente più tipiche del ‘mafioso’ ma, in realtà, rintracciabili un po’ ovunque nel tessuto sociale, istituzionale, affettivo delle nostre realtà.

 

L’immagine inconscia (universale e ubiquitaria) di una mafia predatrice, ad esempio, avviluppante e penetrante come quella di un serpente o di una voragine nel terreno rivelava non solo il potere delle immagini dei padri e dei capi clan sui destini di affiliazione dei giovani detenuti, ma anche l’evoluzione prorompente di una mafia ormai ‘mercatista’, operante elettivamente negli ambiti istituzionali e aziendali, che adattandosi alle trasformazioni ambientali della fase post stragista, mirava ormai a beni e servizi condivisi con le comunità locali e gestiti da classi politiche e amministratori ‘normali’, i quali possono arrivare a richiedere, in cambio di ‘favori’, droghe, prostitute, prodotti griffati contraffatti, ma anche (e questo è il tratto di mimetizzazione più inquietante dello psichismo mafioso) servizi e prestazioni contemplati in ‘legittimi’ bandi e appalti pubblici che consentono di assicurare il benessere sociale, l’empowerment, la semplice serenità di un lavoro stabile e dignitoso, ossia quei prodotti del mercato colonizzato dalla psiche mafiosa che non hanno odore di rifiuti illegalmente smaltiti nelle campagne vergini dei nostri territori, bensì il buon profumo di abiti che sanno di pulito, eleganti, sapientemente indossati nelle stanze del potere.

 

Questa è la psiche mafiosa ‘mercatista’, definita ‘silente’ dalla Corte di Cassazione, che come i serpenti o le sabbie mobili delle immagini dei sogni e del Gioco della Sabbia di cui i detenuti ci fecero dono, rivela un’attitudine pervasiva all’invisibilità instaurando con i territori e con le popolazioni locali un rapporto non aggressivo ma collusivo, all’insegna dello scambio e della reciproca convenienza.

 

Le mafie non sono in Sicilia o in Calabria o in Campania: in quanto forme del pensare e del sentire sono ovunque. Dovrebbe riconoscerlo chi, abbassando lo sguardo, riuscirà a pensare al serpente a partire dai brandelli di pelle che avrà calpestato a terra, sui passi del proprio ‘normale’ agire quotidiano, ossia colui o colei che pratica o vede praticare la corruzione e il clientelismo, la concussione e il malaffare, l’agire di soppiatto, le elusioni, le sopraffazioni, le pretese, il do ut des. Dovrebbe riconoscerlo chi osserva il proprio territorio che non si rinnova (perché il serpente preferisce il silenzio e la calma intorno), i cui affari premiano sempre i soliti noti per cui la qualità dei servizi monopolizzati si rivela espressione di un sistema uroborico (da Uroboros, serpente che mangia la propria coda) che forse, rumorosamente, prima o poi imploderà.

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