Undici persone alla sbarra
|Inchiesta “Sei Torri”, chieste pene fino a 9 anni di carcere
Nel 2012 la squadra mobile ha arrestato undici persone di Campobasso per associazione a delinquere di stampo mafioso. Gli imputati, a vario titolo, utilizzavano metodi violenti per estorcere denaro e intimidire gli esercenti dei locali del capoluogo. Oggi l’arringa. La sentenza prevista mercoledì 11 luglio
Inchiesta “Sei Torri”, fatta la requisitoria il 6 giugno scorso, questa mattina gli avvocati delle 11 persone imputate per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alle minacce, all’estorsione, al danneggiamento, alle lesioni personali e alla violenza.
Due fratelli di Campobasso i leader “indiscussi”, gli altri – secondo l’accusa – erano invece i soggetti operativi, coloro che erano soliti entrare nei locali del capoluogo distruggere tutto pere spaventare e chiedere denaro pena ulteriori danni.
Un modus operandi che la polizia ha scoperto, in realtà, indagando su un traffico di droga tra l’Abruzzo e il Molise. Nelle intercettazioni infatti la Mobile rilevò che otre al traffico di droga alcuni dei nomi emersi durante le conversazioni degli indiziati erano rei di commettere altri tipi di reati a Campobasso.
Quindi dopo l’arresto di D’Anghera tra Termoli e Campobasso, partì la nuova inchiesta. Che fu denominata “Sei Torri” perché il primo esercente a denunciare quello che accadeva nei locali di Campobasso fu proprio il titolare del “Sei Torri” lungo via Ferrari.
Pedinamenti, appostamenti e intercettazioni fecero emergere nel 2012 un’associazione a delinquere composta da più soggetti che in sodalizio tra di loro incutevano timore nella gente di Campobasso imponendo una sorta di controllo nonché la propria egemonia.
Secondo l’accusa gli undici imputati, a vario titolo, erano soliti entrare nelle attività commerciali per distruggerle e utilizzare successivamente quegli episodi per spaventare gli altri esercenti e chiedere “protezione” sotto lauto compenso.
Quindi l’arresto e le accuse. La più pesante: associazione a delinquere di stampo mafioso (art. 416 comma 1 e comma 2 del cp). Dunque per il Pm la banda aveva promosso, costituito e organizzato un’associazione per estorsioni, minacce, lesioni personali,finalizzate ad imporre sicurezza e vigilanza nei locali pubblici tramite incursioni intimidatrici. Costringendo i gestori dei locali a cedere alle richieste illecite messe in atto attraverso la consumazione di condotte violente e minacciose.
Poi diversi altri capi di imputazione: estorsione, lesioni, minacce, oltraggio e resistenza.
I due leader della banda, i fratelli Colangelo, sono stati difesi durante il percorso giudiziario uno dall’avvocato Silvio Tolesino (che di imputati ne difende anche altri due) e l’altro da Carmine Verde.
Il Pm Gallucci ha chiesto condanne per tutti gli imputati per reati che vanno dall’associazione fino alla resistenza a pubblico ufficiale. Pene che prevedono, a seconda dei casi, una detenzione fino a nove anni di carcere.
Di parere diverso gli avvocati.
Silvio Tolesino ha sostenuto infatti che non c’è lo stampo mafioso (e il Pm su questo punto sarebbe stato d’accordo con l’avvocato) ma viene meno anche l’associazione.
Il legale ha parlato di episodi singoli: a volte di rissa, altre di oltraggio, resistenza, violenza che non possono essere riuniti.
Dunque per Tolesino non c’è l’associazione ma l’avvocato ha anche chiesto la dequalificazione degli altri reati. Idem ha fatto l’avvocato Carmine Verde.
La sentenza è stata fissata per mercoledì 11 luglio.



