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Giostre a RioVivo regolari. Tutti prosciolti: “In quella zona non c’è il vincolo”

Sono stati tutti prosciolti dalle accuse di abuso di ufficio e presunto danno ambientale. Le Giostre di RioVivo, installate per la prima volta nell’estate 2015 sull’arenile di Termoli, non violano alcun tipo di vincolo paesaggistico. Lo ha stabilito il giudice per l’udienza preliminare di Larino Daniele Colucci, che oggi ha stralciato le posizioni di tutti e 5 gli indagati della vicenda, portata all’attenzione della magistratura da un esposto querela della minoranza consiliare che vedeva come principale autore Michele Marone.

Secondo la denuncia e la posizione del pm Ilaria Toncini, che ha chiesto il rinvio a giudizio per gli ex dirigenti del Comune Enzo Mancini e Matteo Caruso, per il dirigente regionale Francesco Manfredi Selvaggi, per il titolare della ditta che si occupò di livellare la spiaggia Luciano Di Lorenzo e per la responsabile della Soprintendenza dei beni paesaggistici Clementina Valente, le giostre di San Basso, spostate dalla consueta location del porto a RioVivo, si troverebbero su un tratto di arenile sottoposto a vincolo paesaggistico in quanto “spiaggia”. Il gip, confrontando la questione con le mappe ufficiali messe a disposizione dalla difesa e prodotte già insieme con le memorie, ha verificato che non è così.

 

“Non è stata riscontrata la violazione sulle norme autorizzazione paesaggistica contestata

perché l’ area non rientrava nel tratto demaniale sottoposto al vincolo paesaggistico” spiega l’avvocato Jo Mileti, che ha difeso il titolare della impresa Di Lorenzo. L’udienza preliminare è durata una manciata di minuti, il tempo necessario a chiarire l’equivoco e prosciogliere tutti.

Una udienza preliminare, quella di oggi, che suona la campanella del paradosso giudiziario: cinque persone rinviate a giudizio per abuso d’ufficio e danno ambientale, prosciolte dal giudice perché il reato non esiste, in quanto il terreno sottoposto a vincolo paesaggistico non è quello dove sono state autorizzate le giostre. E una domanda banale: ma non era possibile verificare l’equivoco prima di arrivare in aula e spendere decine di migliaia di euro?