Aut Aut, Rampini rapisce piazza Duomo: mappe come bussole nel caos

Una piazza Duomo al completo per la seconda serata dell'Aut Aut festival. Ospite il giornalista Federico Rampini con il suo spettacolo "Linee rosse. Mappe per capire il mondo".

Mappe, carte geografiche, linee rosse e foto della storia di ieri e di oggi: ingredienti insoliti per una calda serata estiva ma che hanno saputo affascinare una piazza Duomo al completo.

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È quanto successo ieri sera, sabato 14 luglio, a Termoli all’Aut Aut festival che, nella sua seconda serata, ha accolto un ospite d’eccezione, Federico Rampini.

Sale sul palco da solo, poco dopo le 22. Non ha bisogno di presentazioni il noto corrispondente de La Repubblica. Esordisce definendosi un “nomade globale” che nella sua vita ha vissuto a Bruxelles, Parigi, San Francisco, New York, Pechino.

Introduce il suo intervento dicendo che “viaggiamo sempre di più, con facilità, ma capiamo sempre meno perché non abbiamo le chiavi per decifrare il mondo”, politici compresi che “non leggono” .

Mostra le fotografie di Grillo, Trump, Putin e Xi Jinping, i personaggi clou del mondo di oggi, che hanno sconvolto gli equilibri e le geografie elettorali. Il leader cinese, ad esempio, di cui “nessuno avrebbe immaginato che sarebbe diventato imperatore a vita”, grazie ad una modifica costituzionale che ha impresso al Paese una svolta autoritaria.

Rampini, cittadinanza americana dai tempi di Obama, nato a Genova ma presto trasferitosi con la famiglia a Bruxelles, dove ha frequentato una scuola internazionale in cui la geografia si studiava in francese, dice alla piazza che le mappe ti cambiano la vita e che lo hanno allenato ad osservare le dinamiche mondiali. Già, perché le mappe mutano e sono diverse a seconda del Paese.

La prima domanda che Rampini pone alla piazza è: ‘Sta finendo l’impero americano?’ Per rispondere si affida a delle mappe e ad una foto, in particolare, quella dell’incontro tra Roosevelt e Churchill, durante la seconda guerra mondiale, che pare simboleggiare un passaggio di consegne tra Gran Bretagna e Usa, con l’impero britannico in declino.

Per parlare della potenza americana, il giornalista usa l’espressione “Soft power”, che ci dice di un’America ‘fabbrica dei sogni’ (vedi musica, Hollywood, innovazione tecnologica) che ha impresso al mondo la sua egemonia culturale.

Menziona la Trappola di Tucidide e la guerra del Peloponneso, Rampini, per porre l’accento sui rischi della sfida tra Usa e Cina per accaparrarsi l’egemonia. Infatti l’unico sfidante per gli Usa è oggi la Cina con le sue vecchie e nuove Vie della Seta. In queste ultime i cinesi stanno costruendo porti, strade, fibra ottica. Le infrastrutture che un impero deve costruire per essere tale. Cita un geografo tedesco dell’’800 che asserì: “Gli imperi in ascesa costruiscono strade, gli imperi in declino costruiscono muri”. E qui l’esempio va al muro al confine tra Messico e Usa che Trump vorrebbe accrescere e alla Muraglia cinese, nata con l’intento di difendersi dalle invasioni barbariche.

Ma, afferma Rampini, “l’impero cinese è molto fragile”. La Cina si sta comprando l’Africa, anche perché non ha terre a sufficienza per sfamare tutta la sua popolazione.

In una piazza che sembra un’aula universitaria, sensazione interrotta solo dagli scroscianti applausi dell’uditorio, Rampini passa a parlare del Sacro Romano Impero e di Europa. L’Europa unita esisteva già da allora. Rampini fa notare come ogni progetto di unificazione dell’Europa che si è avuto nella storia ha sempre avuto un “cuore germanico”. Fu Carlo Magno ad introdurre l’antesignano dell’euro con la moneta carolingia. E l’esatta denominazione del Sacro Romano Impero è Sacro Romano ‘Germanico’ Impero. Anche oggi il cuore dell’Europa è la Germania  che, nella storia, ha provato più volte ad accentrare il potere e ad espandersi. Lo stesso Terzo Reich fu un tentativo di unione europea con la Germania al centro. Fortunatamente quel progetto fallì. Ma la Germania pagò un prezzo pesante con la divisione tra Est e Ovest, “i profughi di oggi sono piccola cosa rispetto a quelli di allora”. Le mappe, dopo il secondo conflitto bellico, sono assai cambiate. Qualcuno, nel dopoguerra, ha definito la Germania “una potenza erbivora in un mondo di carnivori”. Come a dire, poca forza militare ma progresso economico, welfare e diritti. Oggi però il Paese guidato dalla Merkel è debole ed è risucchiato verso Est, verso la Russia.

Già, la Russia, definita da Rampini “il gigante insicuro”. Oggi la Russia è assai più ristretta –  a dircelo sono sempre le sue mappe – rispetto all’Urss, ma non c’è al mondo Nazione così grande. La sua vastità è andata però sempre di pari passo con la fragilità e la facilità di invasione, complice la sua conformazione geografica priva di barriere ‘naturali’. La letteratura ce ne dà un esempio in ‘Guerra e pace’, capolavoro di Tolstoj in cui si narra dell’occupazione napoleonica. E poi la Russia non ha mai conosciuto il Rinascimento e ciò “l’ha tagliata fuori e le ha inferto una ferita profonda”. Putin e gli altri zar sono stati strateghi in politica estera ma fallimentari nella modernizzazione tecnologica. Ciò fa dire a Rampini che “la Russia è un gigante militare ma un nano economico”.

Si passa poi all’India e al continente asiatico, in questo viaggio attraverso le mappe e le linee rosse che ne evidenziano i confini.  E  sulla religione islamica: “C’è una narrazione diffusa secondo cui l’Islam sta reagendo, in una specie di regolamento di conti, alle crociate” ma ciò è figlio del nostro eurocentrismo che ci porta a considerarci come l’ombelico del mondo. In realtà – spiega Rampini – l’Islam i rapporti più difficili li ha avuti con Persia e India e non con noi occidentali. E, a riprova di ciò, il giornalista afferma come tutti i grandi attentati siano stati sperimentati in India prima ancora che in Europa o in America.

Ancora, il Sud-Est asiatico e i suoi ‘miracoli economici’. Singapore, tanto per fare un esempio, nel ’61 era poverissimo. Ma la storia positiva dei decolli economici dei dragoni asiatici è costellata di esempi.

Rampini passa poi all’argomento ‘Benessere vs diritti’. L’Oriente, anche in questo caso, è emblematico. Il progresso in quei Paesi “è decisionismo, i diritti non esistono”. Si tratta di una modernizzazione autoritaria, l’esempio cinese è lampante.

Quando si parla di imperi non ci si può esimere dal parlare della Chiesa cattolica, questa ‘potenza senza esercito’, e Rampini infatti non lo fa e mostra sullo schermo una carta delle missioni cattoliche sparse nel mondo, raffrontandola poi con quella dei Paesi a maggioranza cattolica. Lo squilibrio è impressionante.

Spazio poi alla trattazione che forse più ha coinvolto la piazza, quella dal titolo ‘Esodi, migrazioni o invasioni?’. Rampini lo dice da subito, è “il tema più rovente del nostro tempo”. La domanda, provocatoria, è: “Il Nord Africa finisce a Ventimiglia e Bardonecchia?”, come vorrebbe il “sedicente europeista Macron”. Le linee rosse mostrate a supporto dell’intervento hanno qui le sembianze del filo spinato. Oggi assistiamo ad una rinascita dei confini interni, nonostante l’intento di Schengen di abolirli. “La storia – ci dice Rampini – a volte fa retromarcia”. Il caso della generazione Erasmus, oggi costretta a tornare nei propri Paesi infrangendo così il proprio sogno, ce ne dà ulteriore prova. Ma perché, si chiede e ci chiede Rampini, la questione ‘migrazioni’ ci scalda tanto? La risposta è sempre la storia a darcela: gli imperi hanno sempre disciplinato i flussi di persone e le frontiere. La linea di demarcazione sottesa (e percepita come labile) è tra migrazione e invasione. La paura recondita di essere invasi deriva dal più perturbante timore di vedersi imporre un modello di civiltà altro.

In realtà, Rampini lo dice vibrante alla piazza, “proveniamo tutti dal Corno d’Africa, in seguito non abbiamo fatto altro che viaggiare, spostarci, mescolarci. Siamo tutti meticci”.

L’analisi del voto in Usa non poteva mancare nella ‘lectio’ del corrispondente per la Repubblica a New York. La carta del voto, repubblicano vs democratico, pare dirci ‘Dimmi dove vivi e ti dirò cosa voti’. Rampini lo dice chiaramente: “Oggi spaventa l’idea di vivere a fianco a chi la pensa diversamente, assistiamo ad un’apartheid culturale”, e la piazza, ammutolita, pare riflettere.

Qualche cenno ai populismi. La classe operaia in particolare si è spostata in quella area politica “per difendersi dalla globalizzazione e dall’immigrazione”, nemici percepiti numeri uno.

Si prosegue con le carte delle democrazie e delle dittature. L’espansionismo democratico ha visto una crescita notevole ma, anche in questo caso, dal 2015 si assiste ad una ‘recessione democratica’, la famosa inversione di marcia della storia.

Spazio poi al tema Internet, definito come una ‘bugia’ perché, stante nel mondo si navighi sempre più, la libertà di farlo non è uguale tra Paesi. Cita la Cina Rampini, dove i contenuti sono altamente controllati tramite il meccanismo dalla censura governativa. Un paradosso per un Paese iper-tecnologico.  Le foto e la storia di Jeff Bezos (capo di Amazon, nemico giurato di Trump che gli fa la guerra con il suo Washington Post) e del suo doppio cinese, Mr Alibaba, sono l’occasione per evidenziare la differenza che passa tra uno stato di diritto (l’America) e uno che non conosce ‘The rule of law’ (la Cina). Questo deficit ci conferma che la Cina non può costituire un modello culturale per gli altri Paesi.

I temi sono tantissimi, sciorinati con competenza e corroborati da dati storici. Un accenno al disgelo dell’Artico, “il continente di ghiaccio che sta scomparendo”, prima di arrivare alla nota lieve finale, ‘la globalizzazione del prosecco’. La narrazione si intreccia con aneddoti occorsi personalmente a Rampini nel corso dei suoi viaggi. Il vino italiano più esportato è riuscito a raggiungere persino l’America profonda, quella della provincia, così come la Cina che, d’un tratto dopo millenni si è accorta di non volere più il tè bensì l’espresso italiano ma anche, appunto, prosecco, gelato italiano e via dicendo.

“Per un espatriato a vita come me è impressionante la collezione di episodi che evidenziano come è ammirata l’Italia”, associata alla bellezza, al successo di personaggi e di marchi (Pavarotti, Armani,  Ferrari). Un “paradigma dell’eleganza” che noi, forse immeritatamente, abbiamo ereditato.

“Il mondo intero è unificato dall’aspirazione ad essere italiani”, questa la chiosa finale di Rampini che invita termolesi & co. a non dimenticarsi mai della bellezza in cui viviamo, e qui indica il Duomo di Termoli.

La curatrice dell’evento, Valentina  Fauzia dell’Ufficio stampa del Comune di Termoli, mentre gli astanti applaudono in piedi al giornalista, sale sul palco per ringraziare Rampini: “Siamo orgogliosi di essere rappresentati nel mondo da persone come lui” e per ricordare che l’Aut Aut prosegue domenica sera con Serena Dandini.

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Non il consueto ‘aut aut’ rivolto dall’ideatrice del festival all’ospite, stavolta, ma la sensazione è che esso suoni all’incirca così: o conosciamo la storia e le sue leggi o saremo travolti e angosciati, sprovvisti di ‘mappe’, nel vivere in un mondo di cui non capiamo le dinamiche.

Foto di Costanzo D’Angelo.