Storia di Peppino Marinucci, detto Mussolini: dal trabucco al primo porto turistico della città

Il racconto di un successo imprenditoriale perseguito con abnegazione e tenacia da un pescatore termolese erede di una lunga tradizione marinara di famiglia. L’inizio con un piccolo motoscafo per la pesca fino alla realtà odierna del primo porto turistico della città, “Marina San Pietro”, e di un’affermata azienda di servizi per la nautica da diporto. Ultimo obiettivo perseguito: il rilancio del cantiere navale. Il passaggio del testimone ai figli Paola, Daniele, Stefano e Angelo.

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    Di lui si dice che conosca ogni anfratto del porto di Termoli; che non esista un centimetro quadrato delle sue banchine che non abbia calpestato o dello specchio d’acqua che non abbia solcato. Se gli domandi, ad esempio, il perché dell’insabbiamento continuo del bacino interno oppure di come si ormeggi correttamente e al tempo stesso mettere efficacemente al riparo le imbarcazioni, la risposta è sempre pronta, spesso condita di aneddoti.

    Di fronte a tanta sapienza, frutto non di studi, ma di esperienza pratica, più di qualcuno, per sfiducia in quanti si sono alternati nel compito di disegnare il futuro di un’infrastruttura da mettere al passo dei tempi, ha pensato, per provocazione, di affidargli la redazione del Piano Regolatore dell’area. Peppino Marinucci,82 anni, appartenente alla schiatta dei Cellitte, un’estesa e laboriosa famiglia marinara di Termoli, non è mai arrivato a pensare questo, in compenso ha sempre voluto dire la sua su ciò che riguarda il porto, verso il quale, oltre ad avere una profonda conoscenza, deve senz’altro nutrire un sentimento simile a quello che si prova per un famigliare stretto.

    Semmai un giorno dovessero metterlo in vendita, non v’è dubbio che a lui, ai suoi fratelli ed eredi spetterebbe – si fa per dire – il diritto di prelazione. E ciò perché i Cellitte per più di un secolo e mezzo hanno lavorato, senza interruzioni, nell’ambito del porto. Peppino questo lo ricorda tutte le volte che si ha l’occasione di parlare con lui:

    «Il mio bisnonno, Felice Marinucci, è quello che ha costruito il primo trabucco a Termoli. Non solo. Anche la lunga scaletta che da esso conduceva all’abitazione di suo figlio Rocco, fratello di mio nonno Antonio. Mio padre lavorò come caposquadra e palombaro alla costruzione del porto, oltre ad avere poi anch’egli il suo trabucco alla punta del molo. E ciò fino alla sua morte, avvenuta a 53 anni, lasciando moglie e 11 figli, di cui 6 femmine».

    E voi, figli maschi di Felice, avete continuato la tradizione di famiglia.
    «È vero. Dal porto non ci siamo mai allontanati, anche se da adulti ciascuno ha portato avanti una propria distinta attività».

    Anche il “Bar del porto” era vostro?
    «Lo aveva aperto mia madre all’indomani della morte di babbo Felice, ma poi è passato a mio fratello Antonio».

    Si campava bene col trabucco?
    «Il trabucco da solo non bastava. Occorreva fare insieme altri tipi di pesca, esempio la sciabica, con le nasse al tempo delle seppie, col palangaro, con la fiocina. Mio padre non trascurava neppure di andare a cozze, che poi chiudeva nei sacchi lasciandole immerse nell’acqua perché non morissero. Al bisogno le andava a riprendere per venderle. Noi bambini, insieme a mia madre a casa eravamo impegnati a scegliere e separare per qualità e grandezza il pescato che ogni due ore arrivava dal trabucco. Insomma un po’ tutti ci davamo da fare. Una sorella, in particolare, contribuiva riparando le reti strappate».

    Non hai mai pensato, da solo o con i tuoi fratelli, di acquistare un motopeschereccio?
    «C’è stato a un certo punto un signore benestante di Termoli che frequentava il trabucco di mio padre, tale Tommasino Molinini, che lo voleva comperare per farci lavorare tutti insieme. Babbo rifiutò la proposta, credo più per carattere che per altro. Non voleva essere aiutato, ma fare tutto da solo. Io ho preso da lui».

    A scuola ci sei andato?
    «Ho cominciato le elementari ma subito dopo è scoppiata la guerra. Poi col tempo ho preso la licenza di avviamento».

    È vero che il tuo interesse è andato da subito alla nautica da diporto?
    «Devi sapere che per me il servizio militare è stata una scuola di vita. Fu a quel tempo che, passando da un porto all’altro, ho potuto approfondire la conoscenza di questo nuovo settore di lavoro col quale già allora si facevano molti soldi. Mentre da un lato ero ammirato, dall’altro studiavo non tanto le cose da fare, ma quelle da evitare per riuscire bene una volta che ci avessi provato».

    Al ritorno a casa ti sei subito messo all’opera?
    «No. Prima di “buttarmi” in questo lavoro sono stato imbarcato sui motopescherecci, come del resto i miei fratelli. Poi ho iniziato a fare la guardiania alle barche da diporto».

    Questa che poi è diventata la tua attività definitiva in effetti quando l’hai iniziata?
    «Le date non me le chiedere perché non le ricordo mai, ma posso dirti che tutto è cominciato con un piccolo motoscafo col quale andavo a pesca. Lo tenevo ormeggiato al molo piccolo quando a un signore, proprietario di una barca da diporto, venne voglia di disporre di quell’ormeggio che lui riteneva il migliore esistente. Glielo vendetti. Fu quello il primo passo. Io però non mi allontanai, ma gli rimasi a fianco, così anche questo secondo ormeggio fece gola a un diportista. All’inizio confesso di essere andato anche un po’oltre il consentito, ma mi andò bene».

    Chi, tra i vari responsabili dell’ufficio marittimo locale, ricordi in particolare?
    «Non v’è dubbio l’ammiraglio Angrisani, fino a poco fa a capo della Guardia Costiera italiana. Una persona in gamba, competente, ma che non si faceva scrupolo di chiedere, al bisogno, consigli a persone modeste come me».

    Tra i diportisti invece chi ricordi?
    «Non ho mai avuto con loro un rapporto confidenziale, ma solo professionale, però non freddo. Con alcuni di essi nelle occasioni importanti ci scriviamo per farci gli auguri. Tutto qui».

    Con Lucio Dalla quale è stato il tuo rapporto?
    «Dalla, come altri che avevano una bella barca, non poteva fare a meno di venire da noi. Posso dire di avere avuto anche con lui un lungo e positivo rapporto professionale. Del resto, e questo lo dico con sincero affetto e rispetto, era un bel figlio di buona donna, nel senso di uno che conosceva bene il nostro mestiere e anche il suo come diportista. Insomma: diritti e doveri da parte di entrambi. Con lui ho fatto qui alcune iniziative benefiche».

    Quando e come avvenne il salto più importante come imprenditore della nautica da diporto?
    «Un po’ alla volta e con grandi sacrifici, però senza mai perdere di vista l’obiettivo. Oggi è un’impresa riconosciuta da molti del settore. L’apporto dei miei quattro figli ha dato a essa nuovo e maggiore slancio».

    Quando hai capito che era giunto il momento di farti da parte per fare posto a loro?
    «Ho aspettato che si facessero grandi e iniziassero a lavorare qui. Quando mi sono convinto che potevano farcela da soli ho consegnato tutto a loro. Ma è stato anche questo un processo graduale».

    Se ora hanno tutto in mano loro cosa vieni a fare qui tutti i giorni?
    A perdere tempo (ride, sapendo però che è una bugia, ndr).

    Dimmi con sincerità, gli altri operatori portuali hanno invidiato il tuo successo?
    «Io credo di sì. Ma io sono andato avanti lo stesso. Ho fatto tutto da solo, non ho mai chiesto contributi ed è forse questo che ha scatenato l’invidia. Qualcuno ha persino cercato di contrastarmi, ma inutilmente».

    Oggi guardando a quello che sei riuscito a realizzare puoi ritenerti soddisfatto?
    «Abbastanza. Ho il rammarico di non avere potuto fare di più a causa dei freni delle istituzioni e della burocrazia. Basta un nonnulla per bloccarti. Ciò crea disaffezione che alla fine può costringerti anche a smettere».

    Mi dici perché ti chiamano “Mussolini”?
    «Questo nomignolo me l’ha appioppato il mio amico Pietrangelo De Palma, armatore, quando subito dopo il militare sono stato imbarcato sul suo motopeschereccio. Avevamo opinioni diverse sul lavoro, ma poi finiva quasi sempre che facessi prevalere le mie. Di qui il soprannome di Mussolini, per dire che ero autoritario. E mi è rimasto appiccicato addosso. È tradizione della marineria avere un soprannome».

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