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Scoprì gli antibiotici ma nessuno gli diede retta. Era di Sepino il vero papà della penicillina

Domani pomeriggio all’Università seminario sulla controversa nascita della penicillina: il primo ricercatore ad accorgersi del potere battericida delle muffe fu il giovanissimo medico sepinese Vincenzo Tiberio anche se ufficialmente la paternità della scoperta è stata data al batteriologo scozzese Flaming. Al polifunzionale di via De Sanctis sarà presentato anche un libro "Il caso penicillina": "Una carta di verità che girerà il mondo per appagare una esigenza storica, scientifica e probabilmente anche umana”.

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Le muffe presenti nel pozzo della casa di campagna degli zii suggerirono al medico molisano Vincenzo Tiberio l’intuizione per quella che, 35 anni dopo, si rivelerà decisiva nella scoperta della penicillina da parte di Alexander Flaming. È grazie al ricercatore sepinese, infatti, che il mondo moderno ha fatto un balzo in avanti col potere degli antibiotici. E domani pomeriggio, 16 novembre, alle 14 e 30 se ne parlerà all’università del Molise nell’ambito del seminario “Una scoperta controversa” durante il quale sarà anche presentato il libro intitolato “Il caso penicillina. Il racconto dell’antibiosi prima e dopo Lord Florey” di Giovanni Savignano.

Si tratta di un rigorosa indagine storico-scientifica dove, tra i diversi studiosi, Vincenzo Tiberio occupa un ruolo di primissimo piano.
“Un inconfutabile documento – scrivono dall’Ateneo che proprio a Tiberio l’anno scorso ha intitolato il suo Dipartimento di Medicina – che attraverso la luce dei nostri giorni interpreta una importante e controversa vicenda del passato. Finalmente una carta di verità che, in lingua inglese, girerà il mondo per appagare, soprattutto nelle nuove generazioni, più disposte ad ascoltare, una esigenza storica, scientifica e probabilmente anche umana”.

I risultati straordinari della ricerca medica sul potere battericida delle muffe di Tiberio, infatti, non sono mai stati debitamente considerati dal mondo accademico sebbene, ad oggi, per il Consiglio nazionale delle ricerche è lui “il vero papà della penicillina”.

Nato a Sepino nel 1869 da famiglia benestante, il giovane Tiberio, dopo il liceo, si trasferì ad Arzano per poter frequentare la facoltà di Medicina di Napoli. Nell’abitazione dei suoi parenti c’era un pozzo a carrucola per rifornire la casa di acqua: ogni volta che esso veniva ripulito dalle muffe presenti sui bordi, in casa scoppiava una specie di “epidemia” di infezioni intestinali più o meno preoccupanti. Questa curiosa coincidenza convinse Tiberio a cercare una correlazione tra i disturbi e le muffe. A 26 anni le sue osservazioni sul pozzo, e i successivi esperimenti nei laboratori dell’Istituto d’igiene dell’Ateneo napoletano, gli permisero di pubblicare uno studio dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe”. Ma Tiberio, fresco di laurea e semi sconosciuto, non fu preso sul serio tanto che quella ricerca finì sepolto in un cassetto.
Scoraggiato rinunciò alla ricerca per arruolarsi nella Marina militare.
Nel 1928, il batteriologo scozzese Alexander Fleming, di ritorno dalle sue vacanze notò la presenza di una muffa nella capsula di coltura lasciata incustodita mentre lavorava su alcuni ceppi di batteri: dove c’era la muffa i batteri non si erano formati. E fu la rivoluzione.
Ma la muffa “migliore” fu quella scoperta – anche questa per caso – da Mary Hunt su un melone comprato in un supermercato. Fu dalla “muffa-Mary” che venne definitivamente lanciata la produzione su larga scala della penicillina. Molti, molti decenni più tardi della brillante intuizione del nostro Vincenzo Tiberio.
(AD)

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