San Giuseppe, la devozione dei riccesi nelle tredici pietanze

Il pranzo in onore del santo è un momento particolarmente sentito dalla comunità del Fortore. Lo studioso Antonio Santoriello ci racconta come il banchetto delle famiglie di Riccia simboleggi la devozione al proprio credo “manifestato nel totale rispetto dei santi scelti e della comunità che in questa giornata ospita tre persone che rappresentano la Sacra famiglia. Dopo il pasto, e in alcuni casi anche prima, ogni famiglia offre alla simbolica Sacra famiglia un cesto contenente pane benedetto, alcune delle pietanze servite, un’arancia e una mela; dopodiché si porta a far assaggiare i piatti anche a parenti e amici. Ovviamente non è elemosina ma un buon augurio e un bel gesto per coinvolgere la collettività".

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    Si mangia per stare in compagnia, si mangia per onorare i “santi”, ma soprattutto si mangia per devozione e per rispettare una tradizione così antica che le origini si perdono nella memoria e sconfinano nella leggenda.
    Il pranzo di San Giuseppe è un momento di raccolta molto sentito a Riccia che unisce lo spirito di condivisione e di ospitalità degli abitanti al valore religioso della festa.
    A raccontare le particolarità del tipico banchetto del paese molisano è lo studioso Antonio Santoriello, autore e curatore di diversi libri sull’identità riccese:
    «A Riccia la “devozione di San Giuseppe”, è un po’ diversa da quella degli altri paesi del Molise, poiché la tavolata delle tredici pietanze è domestica e non aperta a chiunque: ogni famiglia offre il pranzo a tre persone che simboleggiano la Sacra famiglia».
    I tre ospiti infatti rappresentano il San Giuseppe, la Madonna e il Bambino impersonati solitamente da un uomo sposato, una donna celibe o nubile e un giovane non sposato.
    «La padrona di casa generalmente non siede a tavola – continua Santoriello – il suo ruolo, come vuole la tradizione tramandata di madre in figlia, è quello di offrire le pietanze preparate nei giorni precedenti insieme alle altre donne di casa».
    Le tredici portate del pranzo hanno un valore simbolico, ogni famiglia poi sceglie il numero di pietanze da servire che può arrivare fino a diciannove. Nei sette mercoledì antecedenti alla festa, i riccesi non mangiano carne e conservano questo divieto anche il giorno di San Giuseppe proponendo un pranzo di magro chiamato nel dialetto di Riccia “scàmpere”; gli alimenti serviti sono tipici della tradizionale cucina povera molisana e spesso gli ingredienti vengono riproposti su più portate.
    «Il pranzo si apre con un’insalata di arance – spiega Santoriello – condite con olio e zucchero, poi ci sono due primi piatti: i vermicelli serviti freddi e conditi con mollica di pane, uva passa e noci tritate e gli spaghetti al sugo con polpettine di tonno.
    Poi ci sono le due portate di baccalà, quello fritto e quello “arracanato” dove ricompare la mollica di pane sbriciolata, accompagnato da cavolfiori lessi o fritti nella pastella. Ritornano poi le polpette di tonno, più grandi di quelle usate per il sugo e fritte e i peperoni ripieni.
    In più c’è la lessata composta a scelta da fagioli molto grandi oppure da un misto di fagioli, ceci e lenticchie. Infine abbondano i dolci, si passa dal riso con il latte e la cannella al biscotto all’uovo, dall’agrodolce – una composizione di mandorle, mosto cotto e zucchero precedentemente caramellato – al calzone, una cialda di pasta sfoglia ripiena di crema di ceci, miele e spezie.
    Come si può vedere sono tanti gli alimenti della tradizione che possono essere combinati a piacere in modo tale da comporre le tredici portate».
    L’intento principale di tutte questi piatti è la completa devozione al proprio credo manifestato nel totale rispetto dei “santi” scelti e della comunità, come spiega Santoriello: «Nonostante non sia aperta a tutti ma limitata ai soli commensali scelti, questa è una festa molto sentita nel paese poiché coinvolge molte famiglie e non finisce a pranzo terminato. Dopo il pasto, e in alcuni casi anche prima, ogni famiglia offre alla simbolica Sacra famiglia un cesto contenente pane benedetto, alcune delle pietanze servite, un’arancia e una mela; dopodiché si porta a far assaggiare i piatti anche a parenti e amici. Ovviamente non è elemosina ma un buon augurio e un bel gesto per coinvolgere la collettività».

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