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Tra scorie radioattive e acque al petrolio: cosa è stato sversato nel pozzo di Cercemaggiore?

In località Capoiaccio fin dagli anni Sessanta la Montedison ha fatto attività estrattiva. Una volta svuotata, la buca di 3280 metri è diventata un serbatoio per smaltire le acque utilizzate nelle complesse operazioni di estrazione, ma prima del 1988 il gigante industriale della chimica ha agito senza autorizzazione. E non si sa cosa ha sversato. Il Pci nel 1987 parlò anche di scorie nucleari e oggi il consigliere regionale dei Comunisti italiani, Salvatore Ciocca chiede la riapertura del pozzo e una verifica sul suo contenuto. La prima delibera per scarichi controllati è del presidente Frattura, padre dell’attuale governatore. Chi si è sempre opposto è stato il Comune di Cercemaggiore che ha cercato, inutilmente, di far sospendere quell’atto impugnandolo davanti al Tar. Non c’è mai stata udienza.

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Rimuovere il tappo di cemento che ancora copre il pozzo e scavare per oltre tremila metri sottoterra: solo così, forse, si conoscerà la verità su ciò che la Montedison ha sversato nella buca di località Capoiaccio, a Cercemaggiore, dove fin dagli anni Sessanta è stata fatta attività estrattiva.

La richiesta, già inoltrata al capo della Protezione Civile Franco Gabrielli e al ministro all’Ambiente Andrea Orlando dal consigliere regionale dei Comunisti italiani, Salvatore Ciocca, potrebbe confermare i sospetti che in tanti nel piccolo comune molisano hanno: quei rifiuti interrati in profondità sono pericolosi per la salute della popolazione.

Ciocca, che nell’istanza ha allegato un corposo dossier fatto di atti e documenti recuperati tra il Comune di Cercemaggiore e la Regione Molise (una parte, in realtà, perché molte carte sono andate perse quando negli uffici della Giunta ci fu un allagamento), ha certificato che dal 1962, anno in cui è cominciata la ricerca e lo sfruttamenti dei giacimenti petroliferi, al 1988, non un controllo o una verifica sono stati operati.

Per i primi 26 anni, dunque – secondo la ricostruzione dettagliata sulla base delle carte – il pozzo di Capoiaccio, prosciugato dalla Montedison e diventato nel frattempo un serbatoio per le reimmissioni di acque reflue, comprese quelle provenienti da Melfi dove il gigante petrolifero gestiva altri 8 pozzi, non aveva uno straccio di autorizzazione.

La prima delibera che regolamenta le operazioni è la numero 1941 del 6 giugno 1988.

E’ in questo momento che la Giunta all’epoca guidata dal presidente Ferdinando di Laura Frattura, padre dell’attuale governatore, fissò le regole per portare le acque di strato (quelle che favoriscono l’estrazione, praticamente è vapore usato per facilitare la fuoriuscita del greggio, insomma si tratta di un sottoprodotto dell’estrazione solitamente smaltito con il processo di reimmissione nei pozzi dove l’olio è stato cavato) dal giacimento metanifero di masseria Spavento, nel pozzo di Cercemaggiore.

Regole molto rigide, in cui si parla dei trattamenti da fare a queste acque ricchissime di materiali solidi disciolti, che però, per 26 anni, nessuno si era preoccupato non solo di far rispettare, ma nemmeno di chiedere con un atto scritto che venissero rispettate.


Dalle carte del consigliere Ciocca emerge inoltre che le reimmissioni nel pozzo di 3280 metri scavato a Cerce, non hanno un provenienza specifica.
La delibera di Frattura (padre), infatti, riguarda solamente i pozzi di Melfi, ma prima dell’88 da dove arrivavano queste acque reflue?

E’ quello che vorrebbe sapere il delegato alla Protezione civile il quale, proprio mercoledì ha chiesto udienza al ministro Orlando dopo che Gabrielli «pur avendo a cuore la situazione» gli ha detto che la Protezione civile non è competente perché non si tratta di un’emergenza.

Ecco, molto sinteticamente, cosa Ciocca ha ricostruito dopo lo svuotamento del pozzo.


1979-1981: IL MINISTERO E LA REGIONE DANNO L’OK ALLA MONTEDISON PER GLI SCARICHI A CERCEMAGGIORE. IL CONSIGLIO COMUNALE DICE NO MA VIENE IGNORATO

Il ministero dei Lavori pubblici autorizza la Montedison a reimmettere nel sottosuolo dei fluidi associati alla produzione di idrocarburi liquidi per 120mila metri cubi nel pozzo denominato Cercemaggiore 1 del cantiere estrattivo Capoiaccio. Dal sopralluogo commissionato dalla Regione al direttore del reparto chimico del laboratorio di igiene e profilassi non emergono incompatibilità. Il parere è positivo, sebbene il Comune di Cercemaggiore non si esprima. Un anno dopo, il 10 giugno 1981, la Giunta regionale autorizza con la delibera 2210 le reimmissioni “a patto che venga assicurato un controllo continuo delle operazioni per seguire l’evoluzione dell’intasamento e gli eventuali effetti”. Un monito che fa a se stessa, essendo, la Regione, l’ente preposto al controllo sugli scarichi secondo le legge in vigore all’epoca. Anche l’Amministrazione cercese avrebbe dovuto dire la sua, ma stando a quella delibera non lo fece. Cosa smentita dai fatti perché il Consiglio comunale espresse eccome un parere, ma sfavorevole. L’assise consiliare chiedeva, anzi, all’assessorato alla Sanità, dunque alla Regione guidata in quegli anni dal democristiano Florindo D’Aimmo, di intervenire “per gli opportuni accertamenti onde evitare l’inquinamento del territorio circostante – così scrissero i consiglieri comunali nella delibera 26 del 21 aprile 1981 – a causa delle acque putride che fuoriescono dal pozzo funzionante abusivamente”.


1987: SVERSATE ACQUE ESTRANEE E DI INCERTA COMPOSIZIONE. L’AUTORIZZAZIONE DEL 1981 E’ SOSPESA. PARTONO LE INDAGINI DEI CARABINIERI E IL PCI PARLA PER LA PRIMA VOLTA DI SCORIE RADIOATTIVE

La delibera 2210 (quella fatta per autorizzare gli sversamenti nel pozzo di Cercemaggiore) viene sospesa dalla commissione di controllo che chiede alla Montedison di specificare quante e quali acque erano state scaricate. Il provvedimento sarebbe stato revocato contestualmente al chiarimento. Che però non arriva.
Nel frattempo a indagare sono i carabinieri che nel luglio del 1987 inviano un dettagliato rapporto alla Prefettura di Campobasso per certificare che dal 1962 il greggio veniva estratto a Cercemaggiore e portato a Taranto. I militari aggiungono pure come “da circa 6 mesi con cadenza mediamente quindicinale nel cantiere arriva un’autocisterna della Sacalb (Società autotrasporti carburanti liquidi barese) a scaricare sostanze”.
Il prefetto esclude possa trattarsi di scorie radioattive della centrale nucleare di Caorso, in provincia di Piacenza, ma non si spiega perché la Sacalb le porti in Molise dove già venivano smaltiti i residui acquosi locali. I consiglieri regionali del Pci non si convincono e il 26 luglio del 1987 chiedono lumi sulla paventata immissione nel pozzo di scorie nucleari. Due giorni dopo il presidio multizonale di igiene e prevenzione di Campobasso ipotizza, a seguito di un sopralluogo, la violazione delle norme sulla tutela delle acque dall’inquinamento.
Il vicecapocantiere conferma che a Capoiaccio oltre a smaltire acque reflue locali di tanto in tanto arrivavano anche quelle di Melfi. Montedison operava con l’autorizzazione sospesa?

1988: FRATTURA AUTORIZZA MONTEDISON A SCARICARE ANCHE LE ACQUE REFLUE DI MELFI, IL COMUNE FA RICORSO MA NON CI SARA’ MAI UDIENZA. NEL 2003 IL RICORSO DI ESTINGUE

Il neo presidente Fernando Di Laura Frattura autorizza Montedison a reimmettere nel pozzo di Cercemaggiore le acque reflue ma nella delibera 1941 del 6 giugno 1988 si specifica “solo quelle provenienti dai giacimenti di Melfi”.
Il Comune, all’oscuro di tutto, deliberò di voler impugnare l’atto davanti al Tar definendo il comportamento della Regione “arbitrario, prepotente e lesivo degli interessi della comunità”.
L’Amministrazione voleva chiedere la sospensiva e l’annullamento definitivo dell’atto. Non c’è mai stata alcuna udienza e il 4 luglio del 2003 il ricorso 445 del 1988 si è estinto.

Lunedì 9 nella sala consiliare di Cercemaggiore si svolgerà un incontro tra l’Amministrazione, il consigliere Ciocca e l’ex ministro Antonio Di Pietro.

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