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Il sindaco fa la conta dei danni: maggioranza senza numeri

La questione urbanistica, cavallo di battaglia di Vincenzo Greco, spacca per la seconda volta il centrosinistra. Da 5 mesi sui temi più delicati al primo cittadino viene a mancare il sostegno dei suoi consiglieri. Voci di decisioni clamorose si accavallano a richieste di un chiarimento politico definitivo.

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Musi lunghi e commenti avvelenati sibilati tra i denti. «E’ vergognoso quello che è accaduto, è una cosa gravissima. E’ stato impedito al consiglio di parlare e al pubblico di ascoltare, ci è stato messo un bavaglio con una richiesta strumentale. Li voglio vedere, questi, la prossima volta che vengono in questa sala a parlare di politica». Il capogruppo del Gruppo Democratico Luigi Leone è indignato. “Questi”, come li chiama, sono evidentemente i consiglieri di maggioranza che, per la seconda volta in pochi mesi, hanno fatto cadere il sindaco sul tema più caro al notaio, l’urbanistica. La prima volta a settembre sul documento di programmazione delle linee guida che riordinano il settore, la seconda ieri, giovedì 14 febbraio, sulla grande lottizzazione Ima di Airino-Porticone. Vuole o no il Consiglio annullare il Piano del commissario ad acta, salvando quello che è già stato costruito ma ricavando anche lo spazio per piazze e giardini? Non si sa. Perchè, banalmente, la discussione non c’è stata. Una mozione d’ordine presentata senza troppa sorpresa da Ettore Fabrizio e passata a maggioranza (16 voti favorevoli e 12 contrari) ha di fatto rispedito la delibera in Commissione. E al di là delle considerazioni dei rappresentanti del popolo (Laura Venittelli ha chiarito che i presupposti sul quale si fondava la richiesta erano inesistenti, «perchè i capigruppo lo sapevano» e Marcello Antonarelli ha addirittura parlato di ‘trucchetto’), il rinvio concretamente significa solo una cosa: altro tempo a disposizione della ditta, la Ima Srl che fa capo al gruppo Fe.De., per continuare a edificare le palazzine. Sei sono in corso d’opera, per altre 8 sono stati chiesti i permessi, negati perché mancano le opere di urbanizzazione. Ma quando le opere di urbanizzazione si faranno (e non occorre un secolo) non ci saranno più scuse: i permessi si devono dare. Se il Comune non li darà, interverrà il commissario ad acta. A meno che, naturalmente, nel frattempo il Consiglio non decida per la revoca in autotutela. Ma deciderà? Il dubbio per ora resta. Ma il vero dubbio che affiora e s’impone a fine giornata è un altro, e politicamente parlando è ben più serio: il sindaco ha ancora i numeri per governare la città di Termoli? E’ lui stesso, durante l’accesa riunione di maggioranza che conclude il lungo pomeriggio in Municipio, a sollevare il problema, rilevando – così almeno suggeriscono i suoi fedelissimi quando la porta si spalanca e il gruppetto sciama – che «non c’è maggioranza».
 
Ancora una volta sono i dissidenti a fare la differenza e a rovesciare gli auspici del sindaco, tradendo l’invito a “esprimersi virilmente”, che tradotto in alzate di mano significa dire sì o no. Era già successo anche su un altro tema, la variazione di bilancio, che aveva mandato in minoranza la maggioranza. Una manciata di consiglieri con vicende politiche di alterna fortuna: Franco Scurti, ex Ds, senza più un partito alle spalle, Michele Colella, ex Italia dei Valori confluito nella Margherita, Ettore Fabrizio e Giuseppe Rocchia, che nemmeno sarebbero riusciti a entrare in Consiglio se non fosse stato per le dimissioni dei consiglieri assurti ad assessori così come Simone Coscia, di quel movimento chiamato “La Città dei cittadini” che dell’urbanistica, nelle intenzioni elettorali, voleva fare una battaglia, ma che alla resa dei conti «sembra far parte della minoranza», come gli dice il sindaco in camera caritatis.
 
E’ comunque un segnale, perché il notaio prende atto che la sua maggioranza è sbrindellata, e ancora una volta lo scivolone si consuma sul terreno bollente dell’edilizia, proprio lì dove ha investito la maggior parte delle sue energie. «Gli interessi in campo sono forti, fortissimi» è il suo commento, che non appare nemmeno troppo sorpreso. Il vicesindaco Monaco gli fa eco: «Riordinare il settore urbanistico, dotare la città di nuove regole, mettere a posto situazioni pregresse di caos e violazioni fa parte del nostro programma elettorale. Siamo stati eletti anche per questo, non è accettabile adesso comportarsi così». Ma poco importa, oggi, che consiglieri e assessori si lascino andare a dichiarazioni irate, che mettano sotto accusa «gli interessi personali, più che politici, che stanno dietro a questa situazione». La politica funziona coi numeri, e capita che anche se una città intera chieda di revocare il piano di lottizzazione, a decidere se conviene farlo o meno siano tre o quattro persone, forti esclusivamente della consapevolezza di poter essere l’ago della bilancia. Un ago che pende pericolosamente verso il baratro. La crisi mai risolta, che si consuma da un anno, nutrita a colpi di dispetti e rivalse da un lato, di altere alzate di spalle dall’altro, ha raggiunto l’età adulta e ha sfilato un’altra gamba delle tre che sorreggono la sedia del sindaco. E con due gambe, è evidente, un trono non sta in piedi.
 
Pino Marino, unico rappresentante dello Sdi in Consiglio, lo dice chiaro e tondo sia prima che durante che dopo la riunione: «Il primo responsabile di questa situazione è proprio il sindaco, che non ha operato quella sintesi indispensabile nel gruppo di maggioranza. La situazione è stata a lungo sottovalutata, commettendo un grave errore politico. Adesso si verifichino i numeri: gli equilibri sono cambiati, bisogna vedere chi sta dalla parte di chi». Impresa non facile, e forse nemmeno possibile a questo punto. Verrebbe da pensare che se non ci fossero le elezioni politiche alle porte, con il Partito Democratico di Veltroni che spinge sul riformismo e chiede responsabilità e coerenza ai suoi sostenitori, con le possibilità aperte a infinite ipotesi di governo futuro, l’amministrazione termolese sarebbe già precipitata. Ma il momento storico non è dei migliori per far saltare in aria l’Unione, che arranca astiosa e sfiancata. Può bastare la congiuntura nazionale a salvare palazzo Sant’Antonio? Non è detto. E non è detto nemmeno che il sindaco, a questo punto, non decida di optare per un ‘gesto eclatante’. Quelli che gli stanno più vicino non se la sentono di escluderlo, anche se la parola ‘dimissioni’ resta un non-detto che appesantisce l’aria nei corridoi comunali.  

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