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Carafa e Pellegrini, una mostra per apprezzarli

L’esposizione ha aperto ufficialmente l’autunno "culturale" della città.

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    La mostra di Michele Carafa e Sara Pellegrini, due giovani artisti termolesi che tra le altre cose sono marito e moglie, ha aperto ufficialmente l’autunno "culturale" della città. L’allestimento, curato nei dettagli e organizzato (finalmente!) secondo schemi razionali che permettono allo spettatore di girare attorno alle sculture e di visionare i quadri dalla giusta distanza, meriterebbe una cornice migliore della Galleria Civica di piazza Sant’Antonio. Ma in assenza di luoghi più idonei, (con la speranza che il Comune si attrezzi presto in tal senso e dedichi un po’ di tempo e di denaro anche per dare una bella sistemata all’invidiabile collezione d’arte che giace accatastata negli sgabuzzini…), possiamo dire che, per quanto costretta, l’esposizione rende giustizia al talento dello scultore e della pittrice, due nomi importanti del panorama artistico nazionale che vantano un bagaglio di personali e collettive di tutto rispetto. Entrando si ha l’impressione (difficile da ottenere) di superare i limiti strutturali dell’architettura che funge da contenitore per immergersi in un universo segnato dall’armonia e dalla simbiosi tra la forma e la materia. Quello che è valido per qualsiasi espressione artistica, e cioè che l’arte non si può raccontare, è più che mai valido nel caso di Michele Carafa e di Sara Pellegrini. Perciò ci limitiamo a offrire qualche spunto invitando chiunque ne abbia la possibilità, a visitare l’esposizione, aperta tutti i giorni fino a domenica.

    Le sculture di Michele Carafa, madri, crocifissi, figure mitologiche e cavalieri prevalentemente scolpiti nella terracotta, portano il segno di una ricerca per la quale così si esprime Achille Pace, il critico che con Leo Strozzieri traccia una breve presentazione dei due artisti nel libretto che accompagna la mostra: "Carafa si è raccolto dentro se stesso, scavando nel proprio intimo, e riscopre il senso cristiano della scultura che ha sempre avuto anticamente una motivazione mitica e rituale". Tra i rossi e i mattoni bruciati che dominano la collezione di statue spicca anche il bianco della pietra leccese per quella famosa "Moglie del pescatore" che l’estate scorsa fu una delle opere realizzate "in diretta" durante il simposio di scultura, sotto il Castello Svevo.

    Dietro le installazioni di Carafa risaltano i quadri monocromatici di Sara Pellegrini, una sorta di galleria dove la materia, le tecniche miste che coprono di uno spesso strato il supporto della base, diventa immagine e s’impone agli occhi dello spettatore per l’incisività dei colori e, come scritto da Leo Strozzieri a proposito della sua pittura, per quei "reticoli pittorici che danno un senso di trasparenza, leggerezza e docilità alle composizioni, frutto di riflessione interiore sulla natura contemplata a lungo in tal modo trasognato". Gli ocra e i blu cobalto che Sara Pellegrini sceglie calamitano l’ attenzione e trasferiscono lo sguardo di chi guarda in un mondo intimo e personalissimo dove però ci si sente a casa.

    Queste, almeno, sono state le nostre impressioni, che possono essere smentite o confermate a seconda di chi visita l’esposizione. Perché il bello dell’arte è appunto la relazione soggettiva che corre tra l’artista e lo spettatore. Ed è sempre un peccato (ribadiamo il concetto) quando un simile patrimonio viene dimenticato fra la polvere di qualche magazzino. Termoli è una città fortunata a possedere una collezione artistica degna di un museo contemporaneo. L’augurio è che possa essere altrettanto fortunata a trovare amministratori in grado di comprendere questa ricchezza riservandole un posto d’onore invece di una soffitta.

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