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I TAVITTE
da una pubblicazione di
Carlo Cappella
"'U BOSCHE,'A MOJJE
DE CICCHE E 'U GUARDACACCE"
Due coniugi contadini di Termoli, si
erano inoltrati nel bosco di Ramitelli per ricavare da
quella vegetazione della legna da usare durante l'inverno.
Inavvertitamente, presi ciascuno dal proprio impegno,
si separarono perdendosi di vista. La donna, avvedutasi
dell'accaduto, si sentì smarrita e si allarmò e, lanciando
lo sguardo nei luoghi circostanti attraverso la boscaglia
intricatissima, chiamava ad alta voce il marito: "Ué,
Cicche! Andò stì? Arespunne ca tenghe paure!"
Pur gridando a lungo, però, non ebbe alcuna risposta,
e mentre continuava ad invocare il marito, ormai affranta
dalla stanchezza e con un fil di voce, sentì alle sue
spalle un passo pesante. Piú spaventata che mai si voltò
di scatto per individuare la nuova presenza. Era un guardiacaccia
compaesano e di sua conoscenza che passava di lì per svolgere
il suo compito quotidiano. Questi, riconosciutala, la
redarguì facendole notare che aveva commesso un grande
errore internandosi così tanto nel bosco, e soggiunse:
"Ví trovanne a Cicche p'i rocchie!".
Quindi accompagnò la malcapitata al margine del bosco
dove potè riunirsi al marito. Quella frase pronunziata
dal guardiacaccia è rimasta in uso tra la gente, che per
far notare ad altri l'impossibilità di ritrovare persona
o cosa in luogo difficile, continua a ripetere:
"Vì trevanne a Cicche p'ì rocchie"
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