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La storia di Termoli


LE VICENDE STORICHE

DAI BARBARI AI CONTI (dal IV sec.d.C. all'anno 1000)
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a cura di Marcello Paradiso

Le vicende storiche
Dai barbari ai conti
Dai Saraceni ai Veneziani
Da Pialì Pascià ai Fratelli Brigida
Da Napoleone alle guerre mondiali

La storia della città di Termoli, avvolta nelle sue origini dal mistero dei tempi, diviene più chiara dopo la triste epoca delle invasioni barbariche e precisamente verso il IV o V sec. dopo Cristo.

Le irruzioni dei popoli barbari, arrestate la prima volta da Mario, la seconda da Cesare e la terza volta dall'imperatore Marco Aurelio, ricevettero l'ultima spinta decisiva dopo la morte di Teodosio il Grande. Protagonisti dell'immane movimento dei popoli che nei nostri tempi trovano riscontro nel fenomeno delle emigrazioni, furono i Germani. Questi, nelle varie ondate dei Goti, dei Visigoti, dei Vandali e degli Ostrogoti, dettero il colpo finale al traballante Impero romano d'Occidente il quale salutava il suo ultimo sovrano in Romolo Augustolo, in colui che per ironia della sorte univa in sé i nomi dei due grandi fondatori di Roma e dell'impero.
La corrente barbarica che ebbe prima ad interessare le regioni adriatiche e quindi l'antico Sannio e la Frentania, fu quella dei Goti.
Dopo il sacco di Roma operato nell'agosto del 410, i barbari, ricchi di bottino si diressero verso il mezzogiorno d'Italia con la intenzione di passare in Africa, ma la morte improvvisa a Cosenza del loro capo Alarico, arrestò la loro avanzata. Ataulfo, fratello e successore di Alarico, stimando più vantaggioso al suo popolo il servire anziché portare la guerra all'Impero, strinse amicizia con la corte di Ravenna, sposò Galla Placida, sorella di Onorio e promise di combattere nelle Gallie e nella Spagna a vantaggio dell'Imperatore.

In occasione di questi spostamenti in massa di soldatesche avide di conquiste, le nostre regioni furono attraversate dai Goti i quali vi rimasero, e non senza danno a persone e a cose, sino alla liberazione che Teodorico, dietro consiglio e consenso di Zenone Imperatore d'Oriente, ebbe ad operare nel 493. Il suo Editto, dettato da Cassiodoro e promulgato a Roma nel 500, lascia facilmente immaginare a quali funeste condizioni erano state ridotte le popolazioni assoggettate dai precedenti invasori.
Termoli e il suo contado non furono certamente risparmiati dal furore delle barbare genti, avide solo di rapine. A questa epoca si fa risalire la distruzione dei centri di Cliternia, di Usconio e forse di Buca.

Al dominio dei Goti le cui vestigia rimangono impresse nello stile detto Gotico, visibile ancora oggi nelle magnifiche cattedrali erette nell'età medioevale, ebbe a succedere il dominio dei Longobardi.
II vecchio Narsete, richiamato per intrigo di corte a Costantinopoli a filar lana nel gineceo, secondo una tradizione, per spirito di vendetta ebbe ad invitare i Longobardi a scendere in Italia. Vera o falsa che sia tale tradizione il fatto è che nel 568 il popolo longobardo, con molti altri barbari prigionieri e alleati, guidato dal re Alboino, abbandonata la Pannonia, scese alla volta dell'Italia.
Si inizia così con la presenza di questa nuova onda di genti barbare, una nuova dominazione per le nostre terre che doveva durare per ben due secoli, conchiudendosi difatti con la deposizione di Desiderio, ultimo re dei Longobardi e con la venuta in Italia di quel Carlo, re dei Franchi, che passerà alla storia con l'appellativo di "Magno".
II dominio dei Longobardi riuscì ad estendersi sulla maggior parte dell'Italia continentale e l'Istria nonché sull'Emilia, sull'Umbria, sull'Abruzzo, sulla parte interna della Campania e la Basilicata. Fu questo dominio uno dei primi tentativi di unificare le terre d'Italia.
Severi per natura i Longobardi durante la loro permanenza mantennero il loro ordinamento di carattere prettamente militare: essi erano come un esercito accampato sempre in attesa di nuove conquiste.
Si deve al loro ordinamento politico la istituzione di un sistema gerarchico militare che aveva dopo il Re la massima espressione nei Duchi, compagni più che ministri del sovrano, dotati di potere militare giudiziario sul proprio ducato.
Risale a questa epoca la costituzione dei Ducati di Spoleto e di Benevento il quale comprendeva Terra di Lavoro, Molise, Abruzzo Citra, Capitanata, Terra di Bari, Basilicata e Calabria inferiore.
I Principi non potendo assolvere direttamente agli impegni di amministrazione, anche perché impegnati in continue contese, ripartirono il loro Ducato in Contee. Fu così che Termoli venne elevata a sede di Conte e quindi a dignità di Contea. Ne fanno fede le parole dell'Ostiense il quale parlando della vittoria riportata da un certo Casalgrado scrive nella sua Storia che la sentenza veniva pronunciata " in placido thermulensi coram multis qui ibi aderant nobilibus, atque judicibus". Era questa la formula dei giudizi del tempo le cui sentenze non si potevano pronunciare se non dai Conti assistiti dai loro assessori.

La erezione di Termoli a Contea é segno evidente del prestigio di cui doveva godere nell'età di mezzo. Situata al confine tra i Ducati di Benevento e di Spoleto era oggetto di continue e cruente contese tra i potenti dell'epoca.
Nell'801 Pipino, Re d'Italia, veniva inviato dal padre Carlo Magno a rintuzzare il prepotere di Grommando, figlio di Arricci, che aveva assunto il nome di Principe del Ducato di Benevento. In tale occasione il giovane figlio di Carlo si spingeva con le sue milizie sino ai confini dell'Apulia e si impossessava di Termoli la cui Contea veniva aggregata al Ducato di Spoleto.

Tra i vari Conti che Termoli ebbe ad annoverare vanno ricordati Attone e Pandulfo i cui nomi sono indicati in una decisione riportata da Leone Ostiense e presa dall'imperatore Enrico II a favore del Monastero Benedettino per alcuni beni occupati nella Contea di Termoli.

La Cronaca dell'insigne Badia di S. Stefano ad rivum maris, scritta dal Monaco Rolando vissuto verso il 1180, fa cenno di diversi Conti dell'antica nostra città, per relazioni avute da essi con la comunità benedettina il cui monastero di S. Stefano sorgeva, secondo Flavio Biondo, tra l'Osento e il Sinello presso la foce del Trigno. Giova riportare per alcuni quanto il Cronista ha annotato: sarà come uno squarcio di luce proiettato su uomini e avvenimenti dei tempi.
Nel 990 Alrmagero di Termoli donò all'abate Giovanni e alla chiesa di Santo Stefano una sua terra di 40 moggi con casale e sua fara nella foce Merlana lungo il fiume Trigno.

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