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La Tradizione Marinara


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Termoli, la città dei trabucchi
All'origine della tradizione locale Felice Marinucci, classe 1824, e i suoi discendenti.

Quando Felice Marinucci, forte pescatore termolese, vide per la prima volta un trabucco (foto 1 - Trabucco molo sud - ph. E. Di Campli) aveva poco meno di trent'anni e con la sua barca a vela si stava dirigendo verso Ancona con un carico di agrumi e carrube prelevato sul Gargano. Si era intorno al 1850.
Secondo il racconto di suo nipote, che oggi ha più di 90 anni e porta il suo stesso nome, nel corso di quel viaggio fu attratto da uno strano aggeggio usato per la pesca, formato da una fitta palizzata conficcata tra gli scogli, sulla quale era appoggiata una solida piattaforma fatta di assi di legno. Completavano la costruzione un argano, una piccola cabina e due massicce antenne che si allungavano sull'acqua per molti metri.
Ad esse era legata una rete di forma rettangolare che, ad intervalli più o meno regolari, veniva immersa in acqua e subito dopo ritirata. Ne rimase subito affascinato e, dopo avere assunto sufficienti informazioni sulla sua efficacia, al ritorno da quel viaggio decise d'impiantarne uno simile anche a Termoli.

Come posto scelse la Marina di S.Pietro (foto 2),la bassa ed inaccessibile scogliera che cingeva ad est il borgo antico, che a quell'epoca costituiva l'intero agglomerato cittadino.
Un luogo riparato, sufficientemente profondo, e, soprattutto, vicino casa, anzi, proprio sotto, tant'è che si fece costruire una lunga passerella in legno attraverso la quale potesse accedere al lavoro direttamente dall'abitazione.
Nacque così il primo trabucco di Termoli, al quale, poi, ne seguirono degli altri, fino a raggiungere nel 1950, vale a dire un secolo dopo, un numero non inferiore alla decina.

Vecchie fotografie e cartoline d'epoca (foto 3) mostrano tutta la bellezza di queste ingegnose macchine da pesca mentre cingono, come tanti ragni dalle lunghe braccia fisse, la penisola del Borgo Vecchio, il porto, il cosiddetto "Bagno delle Femmine", Rio Vivo e persino la lontana "Jemäre", vale a dire la foce del Biferno.
Ma seguiamo ancora il filo del racconto storico, così com'è pervenuto a noi.
Con il suo trabucco Felice non solo campò dignitosamente la famiglia, ma per tutto il resto della sua vita lavorativa, scansò le incertezze ed i rischi insiti nel lavoro con le paranze. Incertezza per i guadagni, rischi per la vita a causa delle improvvise burrasche che hanno sempre flagellato la costa di Termoli.
Esauritasi per ragioni anagrafiche l'attività di Felice, il trabucco passò a due suoi figli: Antonio e Rocco, il primo soprannominato "Cellitte", l'altro "Baffe".

Nel 1910 ebbero inizio i lavori del nuovo porto (l'attuale), giacché il vecchio, di presunte origini frentane, era stato distrutto circa tre secoli prima (1627) da un devastante terremoto dell'VIII-IX grado Mercalli e mai più ricostruito.
La scelta della sua localizzazione (a levante dell'abitato) costrinse i fratelli Marinucci a rinunciare al trabucco di Marina S.Pietro per ricostruirlo più tardi sulla scogliera sottostante l'antico quartiere di "Tornola", nel punto detto dello "Sbocco". Per superare le difficoltà d'accesso i Marinucci dovettero costruire anche qui uno scalone in legno che s'inerpicava fino all'abitato.
Da quelle stesse parti, ma più spostato verso ovest, esisteva già da qualche anno un altro trabucco. L'avevano tirato su Nicola Mascilongo, detto "Le Òsse", ed un suo socio, commerciante di pesce e di granaglie. Questo trabocco è poi rimasto in piedi fino alla seconda metà degli anni Cinquanta.

Più tardi ancora, nel 1927, sempre ad ovest, poco oltre il Sinarca, Rocco Ronzitti, notissima figura di marinaio sindacalista, ne costruì un terzo con i risparmi messi da parte lavorando negli Stati Uniti.
Nel 1930 il troncone di molo già realizzato suggerì ad un robusto palombaro locale, Felice Marinucci, figlio di Antonio e nipote del "fondatore" dei trabucchi termolesi, l'idea di montarne uno che utilizzasse come base d'appoggio il molo stesso. (foto 4).
Una struttura leggera, di poca spesa e facilmente rimovibile. E così fu. Il trabucco di Felice Marinucci nipote per qualche anno accompagnò, spostandosi mano mano, l'avanzamento dei lavori del molo principale, fino a fermarsi alla punta estrema, per rimanervi fino alla morte del proprietario.

In quegli anni lo sviluppo impetuoso della pesca motorizzata e la conseguente richiesta di punti di attracco ne imposero il rapido trasferimento sul molo Sud, qui chiamato "a banghenèlle", la banchinella, dove un altro marinaio, tale Umberto Manzi, soprannominato "Civorrasse", già vi aveva collocato una sua macchina sin dall'inizio del '900. (foto 5).
Quello del Manzi è stato uno dei trabucchi più grandi di Termoli. Col tempo cambiò diversi proprietari, l'ultimo fu Pasqualino Marinucci, fratello del palombaro.
A causa del progressivo insabbiamento provocato dall'allungamento dei bracci del porto, anche Pasqualino Marinucci dovette abbandonarlo e sostituirlo con un altro che situò in un punto diverso della stesso molo piccolo. È uno dei due che sopravvivono oggi.

Non soddisfatto d'averne già uno, Umberto Manzi "Civorrasse", all'inizio degli anni Venti ne costruì un secondo in uno dei posti più belli della costa di sud-est, il cosiddetto "Bagno delle Femmine", oggi completamente sparito alla vista. Di quest'ultimo prodotto dell'arte marinaresca (foto 6) sono rimasti fino alla primavera del 2003 i ruderi insabbiati.
Proseguendo verso Rio Vivo un altro trabucco, la cui caratteristica principale era data dalla sua lunghissima passerella, operò fino all'inizio degli anni sessanta per poi sparire qualche decennio dopo, anch'esso a causa dell'insabbiamento.
Questo trabucco fu impiantato intorno alla metà degli anni venti sempre dai fratelli Antonio e Rocco Marinucci, che qualche anno dopo ne fecero sorgere un altro nella stessa zona, in località "Ponte 6 voci", e in tale modo fu chiamato fino al suo abbandono. Altri, invece, come Giovanni Pellegrino e parecchio tempo dopo Basso Fusco "Ciaralle" e Lillino Costantino, detto "U calefatäne", gestirono in anni più recenti altri piccoli trabucchi o bilance addirittura alla foce del Biferno.

Attualmente i trabucchi superstiti sono solo due: uno al porto ed un altro alla Marina di S.Antonio (foto 7 ph. E. Di Campli). Del primo si è già detto, del secondo si può affermare che è quello maggiormente in efficienza ed il più frequentato.
L'attuale proprietario, un simpatico panettiere che risponde al nome di Celestino Esposito, ne ha fatto praticamente un luogo d'intrattenimento per gli amici e di curiosità per tutti gli altri. Esposito lo acquistò nel 1968 insieme ad Antonio Mastrangelo da Felice Marinucci figlio di Rocco, in seguito ne diventò unico proprietario.
Nel 1992 un violento fortunale lo cancellò del tutto, ma Celestino non si scoraggiò. Lo costruì di nuovo, spostandolo leggermente di posto, ed oggi, se la tradizione locale dei trabucchi termolesi sopravvive, è senz'altro per suo merito.

A questi due trabucchi scampati miracolosamente alla "morte" se n'è aggiunto da poco un terzo, per la cui costruzione è stata adoperata una tecnica del tutto diversa dalle precedenti. Ne riferiamo nella "Scheda tecnica".
Qui preme informare sul luogo dove, a partire dalla tarda primavera del 2003, esso è posizionato: esattamente a nord, nel punto preciso in cui il sovrastante "Giudicato Vecchio" si congiunge con "Tornola".
A dar vita alla costruzione sono Nicola Fedele e Pardo Desiderio, i quali, avendo rilevato i diritti e le licenze del "Trabucco di Bricche" situato al "Bagno delle Femmine", hanno chiesto e ottenuto di trasferirlo nello stesso luogo in cui fino ai primi anni Cinquanta v'era stato quello di Nicola Mascilongo "Le Òsse".
Le dimensione complessiva della costruzione è tale che in assoluto appare la più grande tra tutte quelle realizzate a Termoli. Tuttavia nel suo aspetto esteriore, essa ha poco o nulla delle vecchie macchine, se non le antenne e la passerella.
Nel novembre del 2015 il trabucco č stato semidistrutto da una forte mareggiata.

La Città dei Trabucchi Scheda tecnica Immagini dei Trabucchi

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Il contenuto di queste pagine può essere consultato in forma estesa sul volume di Giovanni De Fanis "Paranze e Battelli a Termoli (1900-1950). Uomini, Simboli, Colori", 2003.

 
 
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