PRIMONUMERO - CITTA' IN RETE
 
La Tradizione Marinara


Cenni Storici | La paranza | 24 paia di barche | 1900-1950 | I trabucchi

La marineria termolese nella prima metà del '900

Nel periodo che va dal 1900 al 1950 la marineria di Termoli o più precisamente l'insieme delle attività, delle strutture e degli uomini legati alla pesca, benché dominata dalla presenza delle paranze e, più limitatamente, dei battelli, non si esauriva con essi.

Comprendeva una realtà più ampia, fatta di imbarcazioni di diversa tipologia rispetto a quelle citate, di professionalità applicate ad altri metodi di pesca, alcuni dei quali da poco introdotti, di trabocchi, calafati, ecc., oltre che di attività economiche sempre strettamente correlate al lavoro sul mare.

Si pensi, al riguardo, al mercato ittico, nato alla fine degli anni '20, attraverso il quale fu avviato un fiorente commercio extra regionale che utilizzava ampiamente anche il trasporto per ferrovia.

Un'altra iniziativa fu la costituzione, nel 1935, di un'importante associazione cooperativa, mediante la quale si crearono le basi della previdenza e del mutuo aiuto in un ambito che ne ignorava persino l'esistenza.

Infine, vi fu la nascita di una piccola industria per la conservazione e traformazione dei prodotti ittici.

Tutto ciò concorreva a rafforzare l'antica tradizione marinara della città, diversificandola ed arricchendola dal punto di vista professionale, culturale ed economico. Ad esempio, la pesca da posta, che si faceva in quegli anni sia con i battelli a vela che con quelli a remi e finalizzata soprattutto alla pesca delle sarde.

Le lampare arriveranno dopo e quel metodo di pesca, dopo lo "strascico", allora rappresentava l'attività più importante condotta da queste parti.

Ad incentivare maggiormente questo nuovo lavoro, (era stato introdotto a Termoli poco tempo prima da marinai provenienti da Bisceglie), contribuì in quegli anni anche una piccola industria di trasformazione, sorta per iniziativa di un intraprendente personaggio locale d'origine giovinazzese, Tommaso Molinini, dove s'inscatolavano sarde ed altre specie di pesci.

L'azienda di Molinini possedeva anche barche di sua proprietà, con le quali i pescatori alle sue dipendenze si recavano a posare ed a salpare le reti, una di queste barche si chiamava "Tuchina", ma di essa, così come di altre appartenenti allo stesso imprenditore, non s'è rinvenuta traccia sui registri delle autorità marittime locali.

Il prodotto dell'azienda di Molinini si affermò presto sui mercati, tanto che accanto alla prima iniziativa ne nacque, sempre su impulso di "Don Tommasino", una seconda per il pesce congelato, il cui nome era "La Generosa", ma lo scoppio della guerra e la chiusura dei mercati le fecero fallire entrambe.

Molinini voleva mettere in pratica anche un'altra idea: conservare le vongole sgusciate. Quando la lanciò tra i pescatori, fu preso per pazzo e così l'iniziativa abortì prima ancora di nascere.

Un altro metodo di pesca praticato a quel tempo era quello fatto con la cosiddetta vongolara, un attrezzo di ferro a forma di rastrello che, munito di una lunga asta di legno, "grattava" il fondo sabbioso dei bassi fondali alla ricerca del prezioso mollusco.

Decine di marinai vi erano impegnati, ma qui il guadagno era notevolmente minore, ben al di sotto della fatica. Dell'estrema pesantezza di questo lavoro si parla ancora oggi, la sua cattiva "fama" è stata ingigantita nel tempo da un'affermazione entrata nel linguaggio comune: "Ma vä a cueccelä! ", "Vai a vongolare!", come a voler dire "Vai a buttare il sangue!".

Abbastanza diffuse in quel periodo erano le sciabiche. Ve n'erano essenzialmente di due tipi:

a) la sciabica, propriamente detta e largamente conosciuta, era fatta utilizzando un minimo di 70-80 metri di rete e non meno di 10 persone, con l'ausilio di un battellino a remi;

b) la cosiddetta "petarola", "pederola" o sciabichetta, adoperava, invece, una rete molto più corta e richiedeva un minimo di 2-3 persone senz'altra necessità che non fossero gambe e braccia robuste.

I luoghi più adatti per fare questa pesca erano le acque prospicienti le spiagge e le foci dei fiumi. A Termoli la sciabica si svolgeva prevalentemente a Rio Vivo ed alla foce del Biferno, in seguito anche nelle acque del porto, in prossimità della piccola spiaggia che si era spontaneamente creata per effetto dell'insabbiamento.

Esistevano più squadre di sciabiche, vi fu un periodo, per esempio, dove soltanto Felice Marinucci, detto "Cellitte" (1898-1951), è arrivato a tenere alle sue "dipendenze" fino a 40 persone.

Felice aveva iniziato questa attività nel 1932, quasi contemporaneamente a quella del "traboccaro", e, non potendo utilizzare i figli perché piccoli (ne aveva 11 tra maschi e femmine), formò con altre persone squadre affiatate.

La "petarola" era, invece prerogativa di quei marinai che non potevano disporre di maggiori e più complesse attrezzature, e durante l'inverno, quando le barche si trovavano a riposo, costituiva il lavoro di ripiego anche per qualche marinaio delle paranze. Il gruppo famigliare che più di altri si dedicò a questo particolare metodo di pesca fu quello di Nicola Smargiassi, più conosciuto come "Tamburrèlle".

Smargiassi ed i suoi figli praticavano con abilità anche il "Saltarello", che consisteva nel disporre e fissare in acqua con piccoli pali la rete, obbligando il pesce ad entrare in una sorta di circolo, da dove poteva uscire solo saltando, di qui la sua denominazione. Ma essendo la rete posta in modo tale da impedirlo, il pesce non aveva altro sbocco che finire in fondo al sacco.

Il luogo abituale dove gli uomini della famiglia Smargiassi facevano spesso questo specifico lavoro era la foce del Saccione, situata ad una quindicina di chilometri a sud-est di Termoli, che essi raggiungevano a piedi, spesso portandosi dietro anche le reti ed i pali. Quando volevano evitare questo supplemento di fatica, rimanevano a dormire sul posto in un pagliaio di canne da loro stessi costruito.

Un'altra pesca abbastanza praticata era quella delle seppie. Si trattava di un lavoro stagionale che si effettuava con le nasse, vere e proprie gabbiette di giunco dalla forma tronco-conica, lunghe poco più di un metro e larghe, nella parte più ampia, all'incirca 50 cm.

Come esca all'interno delle nasse, si legavano mazzetti di lentisco tenero sui quali le femmine delle seppie, tra aprile e maggio, andavano a depositare le uova, rimanendo imprigionate.

Erano gli stessi pescatori a procurarsi direttamente il giunco che cresceva spontaneamente sulle dune di sabbia della costa, specie in prossimità del Biferno; il lentisco, invece, lo raccoglievano nelle campagne vicine all'abitato, mentre a costruire le nasse spesso contribuivano anche le mogli e le figlie.

Prima si è accennato ai trabocchi, ebbene la loro presenza a Termoli si deve al caso. Felice Marinucci, classe 1824 (nonno dello "sciabicaro"), vide all'opera quelle strane costruzioni durante un viaggio verso Ancona intorno alla metà dell''800, dove stava trasportando gli agrumi caricati sul Gargano.

Assunte le informazioni necessarie, volle subito realizzarne uno a Termoli, scegliendo un tratto di costa riparato e sufficientemente profondo dove collocarlo: la marina di S.Pietro, ad est del Borgo antico.

A quel primo trabocco si accedeva solo da una lunga passerella in legno poggiante sulla scogliera e direttamente collegata all'abitazione del proprietario.

A causa dei lavori del porto, nel 1910, quel trabocco fu poi spostato dalla parte opposta della città, ma presto ne sorsero altri, fino ad arrivare nel 1950 ad un numero di poco superiore alla decina.

Quelle splendide ed ingegnose macchine da pesca cingevano la costa termolese a partire dalla spiaggia di S.Antonio, passando per il porto e Rio Vivo, fino alla foce del Biferno, permettendo a decine di famiglie di condurre per molto tempo un'esistenza tranquilla ed arricchendo un paesaggio naturale già di per sé interessante.

Tra i tanti strumenti di pesca adoperati in quegli anni non bisogna dimenticare la "sfogliara" o "carpasfoje", usato dai battelli per la pesca delle sogliole.

Si trattava di un tipo di rete a strascico particolare, costituita da un corpo di forma conica, la cui bocca era tenuta aperta in alto da un asse di legno (generalmente faggio), detto in gergo "bastone", lungo circa 3 metri.

Un robusto cavo (lima), al quale erano applicate numerose alette di piombo e che formava la parte bassa della bocca della rete, dragava pesantemente il fondo del mare, sollevando, con la sabbia ed il fango, anche le sogliole.

I ramponi di ferro hanno, oggi, sostituito il cavo con i piombi, sconvolgendo maggiormente i fondali marini.

All'inizio del '900, fra le imbarcazioni di proprietà d'armatori termolesi, vi erano anche due trabaccoli. Uno, il cui nome era "Branco", apparteneva a Gabriele Ragni, commerciante di legnami ed altri materiali, che li utilizzava per la sua attività, il secondo si chiamava "Addoloratella", ma di più non è stato possibile sapere.

Alcune fotografie scattate tra il 1900 ed il 1909 mostrano questi natanti sia ormeggiati in rada, che alate sulla spiaggia di S.Antonio per le riparazioni.

Altri trabaccoli, appartenenti a marinerie diverse, hanno frequentemente utilizzato il porto termolese dalla sua costruzione e fino a tutti gli anni '50 per trasporti vari, soprattutto di legnami, ma da quella data non se n'è più visti.

E' stato calcolato che alla vigilia del 1930 circa un terzo della popolazione, che allora era di quasi 7000 abitanti, viveva con i proventi della pesca, comprendendo in questo numero non solo i pescatori e le loro famiglie, ma anche tutti coloro che, a vario titolo, facevano parte della marineria, ed aggiungendovi anche i commercianti del settore.

A proposito di quest'ultimi va detto che i sacrifici che facevano per vendere il pesce non erano inferiori a quelli dei pescatori.

Gennaro Fabrizio (1881-1957), ad esempio, per portare il prodotto sulle piazze di alcuni comuni dell'entroterra bassomolisano, era costretto a caricarlo la sera prima sopra un carretto.

Dopo averlo ghiacciato e ben coperto, con quel mezzo di trasporto, trainato da un cavallo, si metteva in viaggio, in piena notte, alla volta dei paesi vicini, per poi tornare a casa nel tardo pomeriggio del giorno seguente.

Cenni Storici | La paranza | 24 paia di barche | 1900-1950 | I trabucchi

back


Il contenuto di queste pagine può essere consultato in forma estesa sul volume di Giovanni De Fanis "Paranze e Battelli a Termoli (1900-1950). Uomini, Simboli, Colori", 2003.

 
note legali  -  pubblicità  -  e-mail: info@primonumero.it  -  P. IVA: 01438950709 - telefono: 0875.714146 - fax: 0875.453113
© Copyright 2000-2011 - Tutti i diritti sono riservati - Primonumero - Città in Rete
visitatori dal 7 aprile 2006