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IL NOME DELLA ROSA
di
Umberto Eco
Bompiani, € 10.90, pp. 540
Paura, segreto, preghiera, destino, ineluttabile fine del mondo, santità, stregoneria, vita celeste, vita terrena, immensità, finitezza, speranza, terrore.
Echi dal Medioevo italiano. Un periodo storico dalle tante sfaccettature, in cui numerosi e contrastanti sono i sentimenti e le credenze che hanno preso forma, il cui perno è stato la religione, il modo di viverla, il collegamento stretto al destino dell’uomo a tal punto da suscitare tentativi esasperati di controllare l’incontrollabile, il divino, attraverso le proprie azioni durante la vita terrena. Tentativi la cui conseguenza è stata spesso il controllo non solo del proprio, ma dell’altrui comportamento, con metodi in contrasto con le buone condotte che si andavano professando. Da cui, paura, morte.
E poi c’è stata la passione per la conoscenza come fine ultimo della vita, l’importanza della cultura e l’arroganza di decidere a chi questa appartenga e con chi sia condivisibile. La superbia di sentirsi superiori ad altri per ciò che si sa.
E si dice che dalla superbia derivino tutti i peccati, che ridefiniti in un’ottica laica potrebbero essere tutti i soprusi.
Umberto Eco, in questa prova di sapienza letteraria, narra tutto questo attraverso l’indagine di un monaco in passato inquisitore, Guglielmo, mentore di un giovane benedettino, Adso. Attraverso la voce narrante di Adso stesso, siamo intrappolati nella fitta rete di rapporti che intercorrono all’interno del monastero scenario di orribili delitti, in cui ad uno ad uno perdono la vita i confratelli stessi. Su incarico dell’abate, Guglielmo cerca ma soprattutto ragiona sulle menzogne e le vicende per ravvisare soluzioni ed individuare i colpevoli, all’interno di uno scenario storico e culturale pregnante e dominante.
Si parte per una strada senza ritorno ritrovandosi attratti dal potere della conoscenza e turbati dalla potenziale distruttività dell’uomo.
a cura
di Clelia di Muzio
(Recensione pubblicata il
20/01/2012)
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