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L'esperienza del comandante De Luca al servizio degli automobilisti.

Quando l’area privata e’ aperta al pubblico

di Claudio De Luca

        PREMESSA  -  In taluni casi, non appare di certo  facile delimitare l’ambito di applicazione delle norme contenute nella disciplina della circolazione.
         Di qui la possibilità  dell’ingenerarsi di alcune ipotesi di contenzioso che - a volte - possono risolversi soltanto con l’esperimento di costose consulenze disposte da giudici che appaiono più legati a definizioni civilistiche  che ad una precettistica, più immediata,  quale è quella del Codice della strada.
         La cosa più difficile da esporre, e da fare accettare, concerne l’affermazione secondo cui, ai fini di una corretta applicazione delle norme, non interessa tanto chi possa essere l’ente proprietario dell’area quanto piuttosto prema conoscere la destinazione che essa assume agli occhi del cittadino comune, alludendo a colui:
 
·    che faccia abitualmente uso della diligenza del buon padre di famiglia;
·    che tenga un comportamento analogo a quello dell’uomo medio,
 
nell’intesa che non possa pretendersi da alcuno di circolare con le mappe del Catasto e con gli estratti della Conservatoria dei registri, quando la pubblicità di un’area sia data dal giudizio immediato di colui che utilizzi quella comune conoscenza,  propria di chiunque.
 
         Perciò, una CTU non potrà risolvere la questione, ove dovesse limitarsi a fornire un giudizio tecnico sulla proprietà della strada (che è cosa non difficile da stabilire neppure per l’organo di polizia stradale) anziché avere riguardo alla sua evidente destinazione.
         In tale caso, il tecnico non potrà fornire che un parere personale, magari viziato dalla particolare qualifica rivestita, sicuramente esulante dal concetto di “conoscenza dell’uomo medio” che caratterizza il quivis de populo.
 
         L’IPOTESI  -  Viene accertata una violazione all’interno di un’area in cui gli agenti in servizio di polizia stradale avevano potuto accedere liberamente, dopo di essere intervenuti a seguito di un esposto.
         Nessuno degli intervenuti, compreso l’autore dell’esposto, avevano pensato che l’area (oggetto di intervento) potesse essere privata, per conseguenza sottratta all’uso pubblico.
         Neppure il cittadino (che può essere senz’altro qualificato – in quanto a  conoscenza – un uomo medio) tanto meno gli accertatori (che sicuramente sono dotati di una maggiore conoscenza del diritto della circolazione e del territorio) si erano mai posti il dubbio che l’area non potesse essere sottoposta all’uso pubblico.
 
         DEDUZIONI  -  Non è sufficiente dire che l’area sia privata per porsi al riparo dall’imperio delle norme del Codice stradale.
         Va ribadito che la disciplina in questione trova applicazione anche in queste ultime, quando siano aperte al pubblico passaggio (si pensi al parcheggio di un supermercato, che non rechi l’indicazione “riservato ai soli clienti”, e che non abbia alcuna sbarra di ingresso, o altro impedimento al libero accesso).
         Pertanto, nell’ipotesi rappresentata, il punto non è tanto se l’area sia privata o pubblica, quanto piuttosto se essa sia – o meno - interdetta al passaggio di chiunque oppure resti aperta solo per il vantaggio di chi vi risieda.
         Non pare di potersi addivenire a tale ultima configurazione, quando sia assente una quale che si voglia (pur minima) segnalazione e/o pubblicità, diretta ai terzi, che indichi trattarsi di area interdetta al passaggio. Per questo la connotazione del luogo non potrebbe che essere ad uso pubblico.
         Allora, appare evidente il motivo pere cui, sia i proprietari (che, nell’incertezza circa la natura giuridica dei luoghi, magari abbiano affidato incarico ad un tecnico) sia i tecnici (chiamati a testimoniare), non siano in grado di riferire - con sicurezza - se il luogo sia di proprietà esclusivamente privata oppure pubblica.
         In tale ottica, apparirebbe contraddittoria la posizione di una controparte che tentasse di sostenere trattarsi di area privata, posta nell’uso esclusivo dei condomini, rispetto a quanto potesse emergere dalle testimonianze dei tecnici di parte (e del Comune), che però - pur supportati da planimetrie, mappe, cartografie e Piano regolatore – non potrebbero escludere alcuna ipotesi.
         Del pari contraddittoria sarebbe la presunta vantata natura privata esclusiva dell’area in presenza della effettuazione di servizi pubblici, quali - in particolare - quello della pulizia dell’area, previa apposizione (da parte del Comune) della relativa segnaletica.
        
         Insomma, ciò che sicuramente emergerebbe dalle pieghe di un contenzioso, eventualmente instaurato, sarebbe che la volontà dei proprietari dell’area non sia stata giammai portata a conoscenza dei terzi, magari con l’inequivocabile posizionamento di una sbarra di ingresso.
         In effetti, ove non vi fosse stata collocazione neppure della più semplice delle indicazioni (quale un cartello con la scritta “ proprietà privata” oppure “area riservata ai soli condomini” o di quant’altro potesse impedire a terzi di usufruire dell’area), riuscirebbe ben difficile, all’uomo comune afferrare di trovarsi di fronte ad un’area privata..
         D’altronde, non si vede come si potrebbe giungere a comprendere ciò nella considerazione dell’incertezza della configurazione del luogo, come emersa dall’ipotesi sinora descritta. Cosicché, riuscendo arduo dare una connotazione dell’area (di fatto non definita) persino a tecnici qualificati, quale mai dovrebbe essere il comportamento dell’uomo comune (che utilizzi la normale diligenza) se chiunque abbia la possibilità di accedervi senza incontrare ostacoli e se una sbarra di delimitazione non vi sia stata mai apposta?
 
         CONCLUSIONI  -  Perciò, ammesso e non concesso che l’area fosse di proprietà privata, la questione oggetto del giudizio verterebbe, invece, sull’uso della stessa, pubblico o esclusivo privato.
         Se, dai termini dell’ipotesi descritta, non pare di potersi addivenire a quest’ultima qualificazione, sarebbe logico che, quando sia evidente l’uso pubblico, l’area ricada sotto l’imperio del Codice della strada con ogni conseguenza, in termini autorizzatori e sanzionatori.
         Inoltre, ai sensi dell’articolo 22 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, allegato F, sussiste  la presunzione di demanialità dei vicoli aperti su suolo pubblico.
         In tal modo si sono pronunciati, tra i tanti, i giudici: della II Sezione della Cassazione civile, in data 26 agosto 1985, n. 4524; in data 15 luglio 1980, n. 4588; in data 5 febbraio 1982, n. 671; in data 9 aprile 1987, n. 3497, nonché quelli del collegio del Tribunale amministrativo dell’Emilia-Romagna, 12 luglio 2004, n. 423), soprattutto quando l’area “privata” era stata inserita nell’elenco delle strade comunali con deliberazione giuntale.
        
         Tutti gli elementi esposti dimostrano chiaramente che su di un’area non possa escludersi l’uso pubblico, tanto più quando i condomini abbiano sentito la necessità di interpellare il Comune per ottenere un provvedimento di delimitazione della proprietà per un futuro uso esclusivo.
         Ciò vuole dire che  - in carenza - non sarebbe assolutamente possibile parlare di un uso privato esclusivo dell’area, con la conseguenza che essa rimarrebbe soggetta  alle norme fissate dal Codice stradale.

(Pubblicato il 24/10/2008)

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