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Termoli ieri e oggi
Confessioni di un gioielliere ‘storico’: "Mai avuto una pistola: odio le armi"
E’ entrato in negozio che era ragazzino e ci è rimasto per 62 anni, vendendo preziosi e osservando Termoli cambiare e crescere. Franco Marone, ex titolare della storica gioielleria su Corso Nazionale, ha “chiuso bottega” e si prepara al meritato riposo da pensionato. In questa intervista racconta la guerra, la dura ripresa, i tentati furti, un mestiere nel dna della famiglia. La gioielleria è stata aperta nel lontano 1922 dallo zio, Giuseppe Pannunzio, ed è rimasta sulla cresta fino al 31 maggio scorso, quando Franco ha restituito le chiavi del negozio.


di Giovanni De Fanis

Franco Marone a passeggio da pensionato. In home page un’antica vetrina della gioielleria
Termoli. Ci sono persone che, avendo visto sempre al lavoro, non t’aspetti mai che un bel giorno possano smettere. Vi sono a Termoli commercianti della “Via nuova”, come un tempo era chiamato il Corso, la cui anzianità di “servizio” è tale da avere maturato due volte la pensione. Figure rare di lavoratori, da ammirare, ma, in tutta onestà, da non imitare.

Ne è convinto anche lui, Franco Marone, che il 31 maggio scorso ha chiuso la sua gioielleria al numero 84 della via principale della città e restituito la chiave al padrone del locale, guarda caso, gioielliere pure lui. In quel piccolo e “prezioso” locale Franco ha trascorso ben 62 dei 74 anni che si porta dietro.
A lui per primo non pare vero che in una assolata mattina di un giorno feriale di inizio luglio possa passeggiare per il Borgo Vecchio insieme al fratello Mario, ex direttore di banca, che di anni ne ha quattro in più. Posso dire di conoscere Franco da sempre, per questo la conversazione ha, inevitabilmente, un tono confidenziale.

Che effetto ti fa andare a spasso in un giorno come questo?
«Ti sembrerà strano, ma non ne apprezzo ancora il vantaggio, forse perché estate. Con la “rinfrescata” prevedo però che sarà un po’ dura fare passare il tempo oziando».

Per quanto tempo hai lavorato?
«Ho iniziato ad andare a bottega finite le scuole medie, nel 1948. Mio zio, Giuseppe Pannunzio, fratello di mia madre, noto e apprezzato gioielliere della città, mi ha subito voluto con lui. Del resto io e mio fratello Mario siamo nati e cresciuti in casa sua».

Cosa poteva fare un ragazzino in una gioielleria?
«La sua raccomandazione era che stessi, anche Mario durante le pause degli studi, impalato di fronte al banco di vendita, in prossimità della porta, a osservare e apprendere bene il mestiere».

E ti è stato utile?
«Altro che. Osservare e valutare per lungo tempo gusti e comportamenti dei clienti è stato per me una vera e propria scuola di mestiere. Ovviamente integrata dai consigli di zio Peppino. Io gli sono sempre stato riconoscente».

Che tipo di clientela frequentava la gioielleria Pannunzio?
«Devi sapere che mio zio ha aperto il negozio a Termoli nel 1922. Originario di Castiglione Messer Marino in provincia di Chieti, si è spinto fin qui girando per lavoro, guadagnandosi un’ottima reputazione, non solo a Termoli, ma anche nei comuni del circondario, per la sua indiscussa serietà in commercio e la disponibilità, che applicava sia verso le persone benestanti che nei riguardi del cosiddetto popolino.
Mio zio ci sapeva fare: aveva quel mestiere nel sangue. D’altra parte la sua famiglia ha sempre fatto quel lavoro».

Mi puoi fare qualche esempio?
«Vendeva merce di qualità a tutti e a chi non poteva pagarla subito, come i contadini, i marinai e altre persone non ricche, concedeva dilazioni generose. I contadini scontavano il debito al momento del raccolto, agli altri in occasione dei pagamenti importanti. Le occasioni principali che li portavano da noi erano i battesimi e i matrimoni. Ricordo in quest’ultimo caso che le famiglie degli sposi invadevano entrambe contemporaneamente il negozio e la merce scelta veniva acquistata solo se piaceva a tutti. Altri tempi».

Quante erano prima della guerra le gioiellerie a Termoli?
«Che io sappia solo la sua e quella di “Mengucce u réfece” (Domenico l’orefice), che di cognome faceva Sciarretta».

E dopo la guerra?
«Dopo la guerra se n’è aggiunta un’altra, di un certo Laccetti, originario di Vasto. Stavamo tutte per il corso, che era allora l’unica vetrina della città».

A proposito della guerra. Anche in quel frangente l’attività era aperta?
«No. In prossimità dello sbarco degli inglesi e per un po’ anche dopo zio Peppino chiuse tutto e con tutti noi si rifugiò a Montecilfone, il paese dove vivevano i miei genitori».

Con tutto il “malloppo”?
«Sì (e ride di gusto, ndr), portandosi dietro tutto. Fece bene, perché la nostra casa era stata invasa dai tedeschi, che la misero a soqquadro. Pensa che mettevano persino i fila i bicchieri sul tavolo e poi si esercitavano al tiro con le pistole».

La ripresa fu dura?
«Altro che. Prima che la gente potesse spendere in oro e gioielli ci volle parecchio tempo. Solo all’inizio degli anni Sessanta avvertimmo che il vento era cambiato e si poteva guardare al futuro con un certo ottimismo.
Ma allora zio non c’era più da qualche anno».

Fu allora che “ereditasti” l’attività di tuo zio?
«Sì. zio Peppino morì ancora giovane, nel 1955. Soffriva di cuore. Io non avevo ancora vent’anni e dovetti sostituirlo. Con lui avevo fatto una buona scuola, a 14 anni mi aveva persino mandato per qualche tempo a Valenza Po, in provincia di Alessandria, perché imparassi l’arte della lavorazione dell’oro e la riparazione degli oggetti. Insomma mi sentivo preparato».

E così continuasti sulla sua scia?
«Beh, sì. Anche se qualche anno dopo, nel 1959, lasciai quel locale che portava nell’insegna ancora il suo nome per aprirne uno intestato a me. Sempre sul Corso, al numero 47, sul lato opposto, all’incrocio con via Adriatica. La clientela era sempre quella, ma come dicevo i tempi erano cambiati favorevolmente».

Hai mai pensato di avviare i figli alla tua attività?
«No. E infatti uno fa il commercialista e l’altro l’ingegnere. Chi mi ha coadiuvato validamente nell’attività è stata mia moglie Tina, alla quale devo molto per avere gestito il negozio durante le mie assenze per acquisti di merce».

Ti penti d’avere fatto un lavoro del genere e per tanto tempo?
«A essere onesto sì. Negli ultimi tempi, difficoltà economiche della gente a parte, erano i problemi della sicurezza a dominare le mie giornate di lavoro. Bastava un malintenzionato a rovinarti la vita e magari ucciderti. Fregature dai clienti posso dire di non averne ricevute. Magari ho dovuto aspettare un po’, ma tutti hanno onorato il loro debito».

A proposito di delinquenti, hai mai subito furti o rapine?
«Sì, un furto in pieno giorno se non sbaglio nel 1963, durante la pausa pranzo: aprirono la saracinesca, ma nessuno vide, eppure era in pieno Corso. Il danno subito allora fu notevole. Una decina d’anni fa circa ci fu il tentato furto dei messicani. Un gruppo di quattro sudamericani invase il negozio, ci fu chi provava a distrarmi mentre gli altri tentavano di arraffare la merce. Riuscii allora a sventarlo. Una cosa tengo a dire: malgrado questi pericoli, non ho mai tenuto un’arma per difendermi. Io le ho sempre odiate. Ora mi voglio solo riposare e godere tutto il tempo che ho davanti a me».

Buone vacanze.
«Grazie».

(Pubblicato il 12/07/2010)

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