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Cronache
Dirigenti Asl accusati di omicidio: il giudice ordina nuove indagini
Iniziata l’udienza preliminare per Mario Verrecchia e Sergio Florio. Sono accusati di aver indirettamente causato la morte di un pensionato di Larino che dopo un intervento chirurgico venne trasportato in un altro ospedale per mancanza di un reparto di rianimazione al Vietri. Il Gup Aceto dispone una perizia medica per accertare il nesso di causa-effetto tra la mancata attivazione del reparto e la morte dell’uomo.

Larino. Cosa ha ucciso Filippo Rettino, il 76enne di Larino morto il 20 gennaio del 2006 dopo un intervento chirurgico “perfettamente riuscito” al Vietri di Larino? E’ stata la mancanza di un letto in Rianimazione, come ipotizza la Procura della Repubblica che ha chiesto il rinvio a giudizio - con l’accusa di omicidio volontario - per l’ex direttore generale della Asrem e l’ex commissario straordinario della Asl di Termoli-Larino? Oppure è stato qualcosa che nulla c’entra con l’assenza della terapia intensiva, e quindi nemmeno con le presunte responsabilità di Sergio Florio e Mario Verrecchia, che quel reparto non l’hanno mai fatto entrare in funzione?

Il giudice per la indagini preliminari Aldo Aceto vuole capirlo. E per capirlo, quindi per escludere altri eventi che possano aver causato il decesso dell’anziano, ha disposto una perizia medica. In pratica una integrazione delle indagini, condotte dalla Guardia di Finanza su disposizione del Procuratore capo di Larino Nicola Magrone. Il prossimo 2 dicembre sarà affidato l’incarico a un collegio medico, che avrà novanta giorni di tempo per fornire una relazione dettagliata su quello che è accaduto subito dopo l’operazione chirurgica e fino al momento del decesso, avvenuto in ambulanza alle 5 del mattino durante la corsa verso la Rianimazione dell’ospedale civile di Foggia.


Quello che è contenuto nel fascicolo, un tomo di settecento pagine, non basta, secondo il giudice, per stabilire con certezza un nesso di causa effetto. Nesso che invece per gli inquirenti è decisamente chiaro. La causa: un reparto di Rianimazione progettato e realizzato nel 1999, costato circa 450mila euro, sofisticato e dotato di tutti i macchinari, i monitor e i ventilatori necessari, ma mai attivato nonostante l’esistenza di una chirurgia nell’ospedale Vietri. L’effetto: la morte dell’uomo, che il giorno del funerale di sua moglie si era sentito male per una aneurisma addominale, era entrato in ospedale alle 16 ed era stato operato dall’equipe del dottor Fabrizio. Un intervento andato a buon fine, secondo i referti e la cartella clinica. Ma poi erano subentrate complicazioni tali da rendere necessario il ricovero in Rianimazione. Quella Rianimazione i cui macchinari, a Larino, sono sempre stati avvolti dal cellophane. E che ancora oggi, nonostante quanto è accaduto, restano inutilizzabili.


Secondo la pubblica accusa la morte di Rettino ha due responsabili, gli stessi cioè che pur avendone il potere non hanno mai fatto nulla per rendere operativa la Rianimazione, consapevoli così di mettere a repentaglio – da qui l’ipotesi di omicidio volontario – la vita dei pazienti. Sarebbero, appunto, Sergio Florio e Mario Verrecchia, che all’epoca ricoprivano i ruoli rispettivamente di direttore generale Asrem e commissario straordinario della Asl BassoMolise.

Ci sono tutti e due, all’udienza preliminare di mercoledì 4 novembre, col volto comprensibilmente tirato ma le maniere educate e tranquille di due ex manager della disastrata sanità molisana ora messi da parte dalla politica. Sono accompagnati dai legali difensori e ingannano la lunga attesa prima di entrare in aula conversando tra loro e rispondendo al telefono. L’udienza infatti comincia alle 12 e 30, in forte ritardo rispetto al calendario, per un incidente stradale che ha tenuto fermo per due ore il penalista Massimo Krogh, napoletano. Lo stesso che difende Antonio Giraudo (ex amministratore delegato della Juve) nel processo Calciopoli e Sergio Cragnotti (ex presidente Cirio) nel processo sul crack finanziario dell’azienda. E che a Larino è in veste di difensore di Florio. Per Verrecchia invece ci sono Iannucci e Castaldo, il primo del foro frentano, il secondo di quello partenopeo. La famiglia Rettino, che dopo la morte del loro familiare aveva sporto denuncia avviando di fatto una indagine giudiziaria arrivata a conclusioni inedite, si costituirà parte civile in caso di rinvio a giudizio. «I miei assistiti – spiega l’avvocato Franchella – voglio avere una risposta e sapere perché è morto Filippo».


E’ quello che vuole sapere anche il Gup, che dopo tre ore durante le quali ascolta la ricostruzione del pm Magrone e i lunghi interventi della difesa, che puntano a scardinare l’impianto accusatorio attraverso una interpretazione dei ruoli manageriali come subalterni alle decisioni politiche (il succo del discorso è che Florio e Verrecchia non c’entrano nulla, visto che le scelte in materia sanitaria spettano alla Regione), il dottor Aceto si chiude in camera di consiglio. Ne esce un’ora e un quarto dopo, alle 16 in punto così come aveva annunciato, per leggere l’ordinanza con la quale chiede un supplemento di indagini. Nessun proscioglimento, per il momento. Ma nemmeno un rinvio a giudizio. Prima di decidere se Florio e Verrecchia possono essere processati per omicidio volontario, bisognerà attendere la relazione dei medici.

Per la difesa parla, a nome di tutti, Egidio Iannucci: «L’ordinanza del Gup è una dimostrazione che negli atti manca la prova delle accuse mosse ai nostri assistiti. Non c’è il collegamento tra la morte del paziente e le responsabilità dei nostri clienti, sul quale si fonda l’accusa». Sergio Florio e Mario Verrecchia non commentano, e lasciano il Tribunale in silenzio. Impossibile capire se siano delusi dal mancato proscioglimento, preoccupati per la piega che ha preso l’udienza o al contrario sollevati.


In aula, in rappresentanza della Procura, c’è Arianna Armanini, che lascia al Procuratore capo un commento sull’esito della giornata. «Il fatto che il giudice si ponga il problema – dichiara Nicola Magrone dopo aver precisato di dover ancora leggere le motivazioni dell’ordinanza – mi fa pensare che voglia sciogliere una perplessità, e quindi escludere che nel decesso di Rettino siano intervenuti altri fattori, qualcosa che magari è subentrato durante il trasporto in ambulanza o comunque eventi estranei al collegamento tra la mancanza della terapia intensiva e la morte. Se questi elementi non verranno ravvisati, e noi crediamo che non succederà perché in base a quanto accertato non ce ne sono, allora si potrà affrontare il nodo centrale della vicenda, cioè le responsabilità degli indagati».

Responsabilità che secondo Magrone sarebbero gravissime: Florio e Verercchia, pur non avendo avuta alcuna intenzione di uccidere Rettino, sarebbero stati consapevoli che l’assenza della rianimazione, conseguenza delle loro scelte aziendali malgrado le tante richieste dei medici, avrebbe potuto favorire una elevata probabilità di morte fra i pazienti. Eppure, sostiene l’accusa, gli ex manager hanno «accettato il rischio», diventando complici di un disegno che mirava a penalizzare il Vietri di Larino a vantaggio di altri “investimenti” sanitari politicamente ed elettoralmente più redditizi.

Una versione diametralmente opposta rispetto a quella della difesa, che al contrario vede in Florio e Verrecchia il semplice braccio esecutivo dell’organismo politico e delle scelte, sempre politiche, del Piano sanitario. E dunque due persone prive di qualsiasi potere nella decisione di aprire o meno il reparto di rianimazione.


Intanto proprio quel reparto, al centro di un caso giudiziario che potrebbe creare un precedente giuridico per la malasanità italiana, resta inattivo. «Quello che posso dire oggi con assoluta consapevolezza – conclude il Procuratore – è che la Rianimazione del Vietri è ancora inutilizzabile».
Il reparto, la cui apertura è stata data per “imminente” infinite volte, specialmente alla vigilia di elezioni politiche, è sotto sequestro. Ma non è questa la ragione della sua “inutilizzabilità”. La Asrem molisana infatti non l’ha ancora reso attivo né ha provveduto ad assumere quel personale necessario per il suo funzionamento. Al Vietri si continua a operare senza il “salvavita”, come in gergo si definisce la rianimazione. E questo nonostante fosse stato proprio Sergio Florio, dopo il sequestro dei macchinari, a invitare il direttore sanitario del nosocomio frentano a «voler dare disposizioni affinché nel Vietri vengano svolte solo le attività compatibili con l’attuale organizzazione». Ammettendo così, con una circolare interna finita agli atti, che per quasi dieci anni nell’ospedale di Larino si era operato in violazione della legalità, mettendo in pericolo la vita dei pazienti. Una prassi che continua, come dimostra la cronaca.


Solo pochi mesi fa in quell’ospedale definito una “trappola” dagli stessi medici è morta un’altra persona. Giuseppe Sarchione, termolese di 80 anni, era stato sottoposto a un banale intervento ambulatoriale in oculistica, al termine del quale avrebbe avuto bisogno della Rianimazione. Ma la rianimazione non funzionava e non funziona, anche se c’è. Come accaduto per Rettino, anche in questo caso la famiglia ha presentato una denuncia. L’indagine è in corso.

(Pubblicato il 04/11/2009)

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