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Cultura & Spettacolo
La mostra degli Artosti: una sorpresa nel vicolo del Borgo
Visita a una collettiva fuori dall’accademia e lontana dagli eventi “cult”, allestita in via Pasquale De Gregorio. Cinque ragazzi appassionati di creazione plastica e disegno che raccontano il mondo a modo loro tra installazioni, giochi psichedelici, quadri a olio e bambole di pezza.
di Luigi De Felice
Termoli. Nascosto dietro Piazza Duomo c’è un vicolo. Il classico vicoletto del Borgo Antico. E’ via Pasquale De Gregorio. Carino. Chi scrive non c’era mai entrato.
Il 24 luglio abbiamo effettuato il nostro primo accesso in questo vicolo “infrattato” per visitare una piccola mostra, quella degli “Artosti”. Da qualche parte in prossimità dell’angolo c’è un manifesto di una discrezione estrema, quasi invisibile per la verità, che indica il percorso da fare per raggiungere la porticina della galleria espositiva. Qualche passo, un po’ di discesa, ed ecco fatto, siamo arrivati.
Ma prima di mettere il naso dentro per guardare le opere sarebbe meglio sapere chi sono gli “artosti”. Chi sono? Nel senso di “ qual è la differenza tra loro e gli Artisti?” o più semplicemente per sapere “che facce hanno? Come si chiamano?”
In realtà basta guardarsi attorno. Tra una pizza del ricco buffet e una infradito, tra una goccia di sudore (il 24 luglio faceva un caldo boia) e un “ah ah ah” si stagliano i cinque “artosti” che ci è parso di capire essere morfologicamente identici agli “artisti” più comuni: braccia, mani, gambe, piedi e ascelle (importanti il giorno 24) sono al loro posto, e la bocca pure. Ma il cervello è da un’altra parte. Il cervello è con i lavori, in un piccolo gioiello di autoreferenzialità autogestita.
Questa mostra è infatti così: autonoma, autoprodotta e fresca come gran parte degli eventi che chi scrive si ostina a voler mettere in risalto, con la certezza che tra tutti c’è un filo di conduzione massiccio e decisivo. Massiccio e decisivo per interpretarCI. Così “Juice”, così “Terminal Gardening”, così “Art-Shake”, così l’ultima fotografica all’”Archetyp’art”. Questo è il percorso per delineare la fisionomia dell’iniziativa artistica della nostra zona.
Intanto da un lato c’è l’establishment pomposo che decide ogni giorno cos’è degno d’accademia e cosa no. Dall’altro ci sono gli artistucoli e gli “artosti” che fanno mostre in cui i protagonisti sono le opere, i lavori. In cui ogni esposizione è una piccola fatica perché non c’è la possibilità di adagiarsi sulla contestualizzazione che ti fa il tuo “critico”.
Di solito questo mondo ruota attorno alle forme più artigianali della cultura Pop , il fumetto e l’illustrazione in questo caso, la grafica e il video in altri. Questo piccolo scrigno di lavori va perlustrato forse con maggior urgenza di altre collettive più potentemente pubblicizzate. Anche perché dura poco.
Questi “artosti” sono giovani discepoli dell’Accademia del Fumetto di Pescara e giovani discepoli di qualcos’altro, dediti alla creazione plastica e al disegno. I loro nomi? Giorgia Gammieri, Fabrizio Di Nicola, Mario Palladino, Massimo Travaglini, Chiara Colagrande.
Nel giro di tre stanze igienizzate a puntino dall’olio di gomito dei “tostissimi” sono affissi i lavori. La prima cosa che vedi quando entri è l’alieno metafisico di Travaglini (il più tecnico del gruppo), un olio su compensato intitolato “Essere” che effettivamente destabilizza. E poi è collocato lì, tra l’installazione democratica denominata “ventilatore” e l’opera “buffet”, sorta di mosaico i cui singoli frammenti sono andati man mano scomparendo. E tutto ciò mentre “Padre Pio” ci benedice.
Gli artosti sono i ragazzi che interpretano il mondo in maniera insolita, rifuggendo l’ipocrisia di certi ambienti accademici. Il loro orizzonte è propriamente infantile, immaturo, come si conviene a un’arte leggera e ancora non pienamente legittimata. E poi è ben probabile che agli “artosti” non importi un fico di esser degli artisti.
E allora ecco i giochi psichedelici di Fabrizio Di Nicola (vedi e idev “Precocità massiccia”), un uomo che scrisse un compendio dei film brutti e che oggi, alla maniera di Scimitarro Okusawa, ci delizia con deliri trash che sembrano usciti dallo studiolo di Frank Zappa in fase di “art-working” per i dischi. Con Fabrizio ci sono occhi dappertutto, sono tutti strabici. E anche i capezzoli hanno l’iride. Ma non provate a fare gli intellettuali con lui! Guai!
Mario Palladino ha una linea più sobria dell’amico e collega dottor Di Nicola, meno materica, ma più concisa. Fumettistica più che illustrativa. Da poco si è avvicinato anche alla colorazione digitale e pare abbia voglia di essere eclettico. Con lui il “pesce Edison” mangia le pile-plancton e illumina gli abissi mostrandoci il suo bel faccino. Le meduse fluttuano nell’aria, e cambiando fluido stavolta offrono un bel servigio ai giovanotti trasportandoli in mongolfiera piuttosto che irritandogli l’interno coscia.
Giorgia Gammieri apre il suo scrigno di bigiotteria e il suo angolo degli orrori (“Opchi Semi-umani”). Un piccolo artigianato di una raffinatezza mirabile. Cernit e materiali analoghi (paste sintetiche) luccicano sotto la lampada alogena e sembra che i pasticcini offrano un’autentica alternativa al buffet. Tutto ha il senso della composizione. Artigianato, sì. Non meno nobile. Come dicemmo in sede di “Terminal Gardening”, come diremmo per certa “street-art” e certa grafica.
Chiara Colagrande è la fatina bionda che arriva a omaggiare Heath Ledger. La più naif del gruppo probabilmente, continuamente sospesa al centro di un nugoletto di pezze e bambole di pezza. Non si direbbe tosta. Leggiadra piuttosto. Ma pare che a lei stia a cuore la “tostaggine”.
Infine c’è l’ospite d’onore. Il maestro Antonio Sarchione. Fumettista consumato ha lavorato per la Star Comics, per la pubblicità e poi, come gran parte dei migliori del suo campo, se n’è andato all’estero (in Francia ci pare).
E così si procede, tra allegria, fiaba, sangue e acidità. Coerenza e incoerenza. Freschezza e freschezza.
E ora basta. Abbiamo raccolto informazioni, biografie, cenni e pareri, ma poi alla fine abbiamo deciso di disegnare questa mostricina a modo nostro. Non resta che andare. Dopotutto gli “artosti” sono lì davanti a sorseggiare Lemon-Soda e le loro biografie sono affisse alle pareti.
Forse abbiamo scritto troppo, ma ci sembra corretto privilegiare queste iniziative indipendenti di cui non scrive nessuno piuttosto che ciancicare e citare a proposito di mega-mostre interminabili di cui parlano i critici, di cui si diffondono cataloghi corpulenti. Aldilà dello schifo, aldilà dell’estasi e della sindrome di Stendhal dobbiamo indirizzarci al suburbio artigiano e alle camerette dei disegnatori. Così si comprende meglio ciò che un giorno ci troveremo a dover interpretare in una mostra legittimata dalla critica.
(Pubblicato il
25/07/2009)
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