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Termoli ieri e oggi
Palazzo Narducci & C. : tutti i figli del cemento selvaggio
Il fabbricato di via Cannarsa emblema di una politica urbanistica senza regole che fra gli anni Sessanta e Settanta ha massacrato la città. Da Palazzo Macrellino al grattacielo Lops al palazzo Ina-Casa al palazzo Dolente: cronistoria di speculazioni per le quali la comunità ha pagato un prezzo altissimo.


di Giovanni De Fanis

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Termoli. Anno 1927. L’avv. Angelo Cieri, primo podestà fascista di Termoli, progetta la costruzione di una nuova arteria cittadina per collegare il centro città, che si va popolando, alla spiaggia di S.Antonio.

Il percorso previsto è il seguente: da piazza Mussolini (l’attuale piazza Vittorio Veneto o Monumento che dir si voglia) passando per la via che porta al molino Bonserio (in seguito rilevato dai fratelli larinesi De Siena e da un loro socio) arriva nel quartiere “Ferrara” (grosso modo l’area prospiciente l’attuale chiesa di Sant’Antonio). Da qui, attraverso una viuzza in terra battuta che costeggia il seminario vescovile, va a sboccare in via Marina (oggi Lungomare C. Colombo).

A rifletterci bene è un’idea utile e di buonsenso, perché sfruttando un transito che esiste già, realizza il diretto collegamento con la spiaggia del nuovo centro abitato e della contigua zona di Santa Lucia. In pratica una sorta di bypass comodo e breve, dato che Via Mario Milano, che allora si chiamava in altro modo, non va oltre l’intersezione con via Sannitica).

Buonsenso e utilità che però vanno presto a farsi benedire, perché se è vero che non vi sono grossi ostacoli lungo il tracciato immaginato, parte delle aree da esso interessate appartengono a un potente possidente del luogo: il Cav. Vito Candela. Il quale ingaggia contro il Comune e Cieri un’aspra battaglia legale al grido di “quella strada non s’ha da fare”.

La lite, declassata per opportunismo politico a diatriba personale tra il Candela e il Cieri, finisce con l’alimentare un ben più pesante contenzioso contro il primo cittadino, in realtà una faida interna al fascismo locale, che porterà, all’inizio del 1930, alla rimozione violenta del podestà. Altra brutta storia.

Fallito così il progetto, di quell’area si torna a parlare solo all’inizio degli anni sessanta, quando, chiuso il molino, nuovi proprietari subentrati ai De Siena trovano assai più conveniente lanciarsi in un’operazione immobiliare di notevole dimensione. Ottenuta dal Comune nel 1964 una prima autorizzazione a costruire (la seconda sarà loro concessa nel 1967), fanno sparire subito sia il fabbricato industriale e le case vicine, che il contiguo ampio giardino occupato dal cinema all’aperto “Arena”.

Ed ora eccolo lì il frutto di questa operazione, il palazzo Narducci (dal nome del suo costruttore), al centro della Termoli nata tra la seconda metà dell’Ottocento e il Novecento. Un mastodonte che, con i suoi dieci piani (più quello terra), si estende da via XX Settembre a via D’Ovidio, connotando da solo una politica urbanistica che ha fatto di Termoli una città inguardabile.

E meno male che nel Borgo Vecchio di spazi liberi non ce ne sono più, altrimenti i predoni che allora, complice la politica, hanno messo le mani sulla città non si sarebbero arrestati neppure davanti a tanta storia e a tanta bellezza.


In seguito nessun altro fabbricato, escluso il grattacielo sulla litoranea ovest, ha mai più raggiunto l’altezza del fabbricato Narducci. C’era evidentemente in quel momento il bisogno di erigere un monumento che trasmettesse ai posteri tutta l’arroganza della speculazione edilizia e di chi si era posto al suo servizio. E monumento è stato.

Lotte generose ma isolate e sconfitte cocenti di pochi, audaci oppositori, hanno accompagnato la trionfale avanzata della confraternita del mattone, lanciata, come un missile, alla conquista delle residue aree edificabili al di qua della ferrovia, per poi passare oltre.

Chi si ricorda più di tutto questo? Anche qui, però, il passato si vendica, riportando in queste ore prepotentemente a galla quegli anni ruggenti e i pesantissimi costi umani e sociali imposti a una comunità come la nostra, in virtù di un patto politico stretto tra rendita dei suoli, costruttori edili e amministratori cittadini.

Eppure qualche avvisaglia, una sorta di assaggio di quello che poi sarebbe avvenuto, c’era già stata negli anni immediatamente precedenti: il cosiddetto grattacielo Lops in via Mario Milano e il palazzo Macrellino in piazza Garibaldi (sei piani entrambi) sorti come funghi in luoghi che non ti saresti mai aspettato di vedere.

Prima ancora, ma più frutto d’insipienza politico-amministrativa che di altro, ecco spuntare il palazzone Ina-Casa sull’incontaminato colle di Santa Lucia (quello contiguo alla recente rinnovata piazzetta) e dalla parte opposta il “Palazzo dei maestri” nell’ex giardino Campolieto. Due pugni negli occhi. Per inciso, figlio della stessa inavvedutezza è anche la scelta di collocare il fabbricato del nuovo Municipio sull’area dell’ex villa comunale.

In realtà si tratta di veri e propri sfregi, tutti, però, muniti del timbro della legge. Almeno così sembra. Sfregi consentiti, o meglio, non impediti dall’unico strumento urbanistico vigente a quel tempo, il Piano di fabbricazione del 1929, voluto proprio dal podestà Cieri per regolare con ordine la crescita della città.
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Un piano che per lungo tempo dà i suoi frutti, ma che di fronte alle spregiudicatezze degli anni sessanta si dimostra del tutto inadeguato. Come fronteggiare uno tsunami alzando un muretto. Finisceinfatti - per costituire lo scudo, il riparo dietro il quale realizzare l’edificazione selvaggia di Termoli.

A seguito di essa scompaiono, tra la ferrovia e il mare, slarghi, verde e aree libere pregiate per cedere il posto a orrendi falansteri, come la “Torre di Babele” e altri nello spiazzo denominato “Dietro i Bagni”. Non meno invasivi sono i palazzi con invidiabile vista porto edificati sui suoli dei vicini orti e giardini di via Leopoldo Pilla.

Il Largo Crocetta, scampato per miracolo all’invasione delle abitazioni private, è invece occupato da una chiesa che, fatta salva la sacralità del luogo, è oggettivamente un fabbricato da cancellare dalla vista. Lo splendido colle di Santa Lucia è in quegli stessi anni e, purtroppo, anche dopo ricoperto da una colata di cemento scesa fino al mare come fosse lava.

L’ex Hotel Giardino sorto appunto al posto di un giardino e, dulcis in fundo, il palazzo Dolente (nove piani, oltre quello terra) in via Gabriele Pepe, al posto di casa Candela, una bassa abitazione signorile abbattuta). Quel poco sfuggito agli Unni del cemento prima del PRG del ‘71 sarà preda di successive edificazioni, non meno soffocanti di quelle realizzate nell’era della “deregulation” paesana.

Il nuovo Piano Regolatore Generale arriva, dunque, quando l’orgia edificatoria è già abbondantemente tracimata oltre la ferrovia, distruggendo un immenso oliveto che si estende dall’officina Viotti a contrada Airino. Emblema di questa furia devastatrice è la cosiddetta Muraglia cinese, un lungo complesso di fabbricati di otto-nove piani, strettamente appiccicati, che incombe per centinaia di metri su via Martiri della Resistenza e la retrostante via Italia.

Il Piano Gigli del ‘71 (dal nome del progettista) metterà il sigillo sia sullo sfacelo realizzato fino a quella data, che sulla nuova Termoli a macchia di leopardo o a isole urbanistiche che sta per nascere, e che da allora costringe ogni giorno migliaia di termolesi a fare, in un moto perpetuo, i pendolari all’interno della città, manco fosse una metropoli.

Poi, ed è questione di questi ultimissimi tempi, si scoprirà, attraverso le riclassificazioni, come potere aggirare anche i vincoli dei piani urbanistici. Fin qui nulla di nuovo, tranne che il Comune questa volta, pur con tutti i limiti e le difficoltà, da fedele, storico alleato politico dei costruttori, ha scelto di stare dalla parte dei cittadini.

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 24/04/2009)

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