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Inchiesta Black Hole
L'ospedale degli obiettori: feti nei cassonetti e aborti
Ufficialmente nel reparto di ostetricia del S. Timoteo non si praticavano le interruzioni di gravidanza. Ma nel 2003 tra i rifiuti dell'ospedale venne trovato un feto. Eppure il caso fu archiviato subito con la semplice raccomandazione di "stare più attenti". Dall'inchiesta emergono contatti di pazienti incinte che chiedono appuntamento alla dottoressa De Palma per abortire. La testimonianza di due infermiere: "Truccavano le cartelle cliniche per camuffare i raschiamenti"
Termoli. Per abortire bastava una giorno, all’ospedale San Timoteo di Termoli. Il primario di ostetricia ginecologia Patrizia De Palma e la sua equipe – Maria Laura Tartaglia, Anna Franco ed Emiliana Fusaro – tutte donne, tutte obiettrici di coscienza, facevano in fretta: le pazienti dello studio privato di San Severo, incinte, entravano di buon’ora nella sala raschiamento dell’ospedale termolese San Timoteo senza impegnativa e senza aver pagato il ticket e ne uscivano poco dopo “alleggerite” del feto e di tre o quattrocento euro.
Così, almeno, secondo la Procura di Larino, che alla violazione della legge 194 dedica un apposito capitolo dell’avviso di conclusione delle indagini. L’accusa di aborti clandestini è, fra le tante ipotesi di reato che fanno lievitare la mole di presunte responsabilità dell’ex primario termolese, la più sconcertante. Prima di tutto per la facilità con la quale si praticavano le interruzioni di gravidanza nel cattolicissimo reparto del nosocomio adriatico, dove – a sentire gli inquirenti - si violavano con la stessa presunzione di impunità sia le leggi dello Stato che i diktat della coscienza, dal momento la dottoressa si era dichiarata nero su bianco fermamente contraria agli aborti, di qualsiasi natura essi fossero.
Le intercettazioni telefoniche e ambientali smentiscono, però, i proclami etici.
Ecco un assaggio delle conversazioni: Paziente: “Senta io però ho bisogno di sapere una cosa, ma lei è l’infermiera?” Segretaria: “Sono la segreteria”. Paziente: “Ho capito. Non sa se la dottoressa fa le interruzioni?” Segretaria: “Sì”. Paziente: «Okay. Allora ci vediamo mercoledì alle tre e mezza»
Oppure: De Palma: “No, ora ti do… Vieni in ospedale, vieni giovedì e facciamo un tampone vaginale e vediamo per bene. Giovedì è primo aprile, okay?” Paziente: “Sì, sì”. De Palma: “Io ti faccio il primo, quattro, zero quattro e vieni ore nove… otto a digiuno… Io per il ricovero metto minaccia di parto prematuro perché devo giustificare…”.
E ancora: De Palma: “E poi appena finito ti ricoveri un’altra volta in ospedale, va bene? In ospedale tu vieni… non so Pasqua è l’undici, il dodici, il tredici, vieni in ospedale il quattordici. Facciamo la morfologica in modo che la facciamo in ospedale, va bene? Io ti faccio il ricovero. Io metto… ti ricovero per minaccia di aborto, non è vero, però…”
La selezione di intercettazioni compromettenti sull’utenza dello studio di San Severo della dottoressa è lunga. Paziente: “Niente, io volevo chiedere che la dottoressa mi ha fatto la ricetta con tutte le cose che devo fare in ospedale…non serve l’impegnativa, niente?” Voce femminile: “Eh, penso di no, no”. Paziente: “Cioè devo andare in ospedale con quella richiesta e basta?”. Voce femminile: “Sì, sì”.
Bastava una ricetta, appunto. Non si usavano molte precauzioni e non si mascherava nemmeno la prassi a quanto pare, visto che i carabinieri di Termoli il 14 luglio 2004 hanno perfino sequestrato nello studio di San Severo (studio clandestino, per l’accusa) un bloc notes con l’indicazione di “prenotazioni aborti”. E poco importava, evidentemente, che nel reparto del San Timoteo dove le donne venivano dirottate per i raschiamenti, ci fossero operatrici sanitarie non conniventi: in una gestione tirannica quale quella ricostruita dagli investigatori, era quasi scontato pretendere il silenzio di tutti, pena il trasferimento in altri luoghi di lavoro, come d’altronde era già accaduto a più d’un dipendente che il primario non vedeva di buon occhio. Ma nel sistema – come accade spesso – c’era una falla, e la falla in questo caso sono state proprio alcune infermiere disgustare da quanto stava accadendo sotto i loro occhi e nell’ “inerzia compiacente” dei vertici dirigenziali. Le quali hanno deciso di vuotare il sacco. Ecco uno stralcio delle denunce: «Si sono presentate in reparto due ragazze molto giovani provenienti entrambe da San Severo che, appena arrivate, sono immediatamente entrate in sala raschiamento senza effettuare visite preventive o esami clinici. Posso affermare con assoluta certezza che entrambe hanno effettuato in quella circostanza un aborto». Un’altra: «Ho chiesto ad una ragazza ricoverata in reparto il motivo per cui fosse a digiuno. Mi rispondeva di essere a digiuno perché doveva essere sottoposta ad un raschiamento da parte della dott.ssa De Palma. Io le chiedevo il motivo per cui doveva effettuare quest’intervento e la stessa rispondeva di aver avuto un aborto spontaneo. Controllavo la cartella clinica della ragazza dalla quale potevo verificare che il livello delle BHCG era molto elevato e pertanto non era possibile che la ragazza aveva avuto un aborto spontaneo. Inoltre mi insospettiva il fatto che era stata fatta una diagnosi di aborto spontaneo senza che fosse stata fatta prima un’ecografia che risulta essere un accertamento sanitario assolutamente necessario per poter determinare un aborto spontaneo». «Le ragazze arrivavano in reparto, effettuavano l’intervento ed andavano subito via...».
Nella primavera del 2006, poco dopo essere finita in carcere nella prima di ondata di aresti dell’inchiesta Black Hole, Patrizia Di Palma negò durante gli interrogatori di avere praticato aborti: né al San Timoteo, né nel suo studio privato di San Severo.
Ma per il procuratore Nicola Magrone, invece, quel reparto era «un luogo di autentica macelleria sanitaria, conosciuto, tollerato, favorito e sostenuto da un grappolo di operatori senza scrupoli e da una dirigenza aziendale asservita al potere della coppia De Palma/Di Giandomenico». Già. Perchè la domanda, va detto, sorgerebbe spontanea a chiunque: come è possibile che un solo medico abbia potuto spingersi a tanto, innescare quella che l’accusa definisce una “fucina di aborti” in una struttura pubblica, frequentata da colleghi e paramedici, controllata da un direttore sanitario e da un manager? Come è stato possibile sfuggire per anni alle denunce e ai controlli e perseguire la prassi di aborti fatti passare per raschiamenti o per eventi spontanei, delle interruzioni di gravidanza spesso praticate in segreto e mascherate da altri interventi, addebitando alla Asl – usata alla stregua di una “clinica privata” – tutti i costi delle operazioni?
Non basta a spiegarlo il metodo terrorizzante della dottoressa, e nemmeno il fatto che si circondasse di assistenti “fidate”, coinvolte a vario titolo nell’inchiesta (in questo caso la ferrista Anna Franco, la dottoressa Maria Laura Tartaglia, ginecologa assunta senza concorso e l’assistente di San Severo Emiliana Fusaro).
E infatti, scavando nell’inchiesta, si apprende di un episodio sconvolgente che, almeno parzialmente, può rispondere a questo dubbio.
Siamo alla fine del 2002, anno in cui la dottoressa De Palma viene nominata primario a Termoli dal manager Mario Verrecchia. In una “comune pattumiera per rifiuti solidi urbani” viene ritrovato un feto. Proprio così: sembra la trama di un brutto film, invece è storia, messa a verbale nella inchiesta della polizia di Stato. La persona che scopre il feto, ovviamente, inorridisce e denuncia. La procedura avrebbe imposto di registrare l’embrione e smaltirlo fra i “rifiuti speciali”, ma all’ospedale sono stati più disattenti del solito e l’hanno buttato in una pattumiera qualsiasi. La cosa più agghiacciante però è un’altra. E cioè che l’allora direttore sanitario del San Timoteo Nicola Di Lena (che oggi dirige il Vietri di Larino) definisce l’accaduto “frutto di sbadataggine” e non dispone nemmeno mezza sanzione disciplinare.
Gli agenti del Commissariato coordinati dal vicequestore Francesco Lagrasta iniziano un’indagine in corsia. L’esito è scoraggiante: “Non è stato possibile risalire alla provenienza del feto”. Il verdetto ha come conseguenza l’archiviazione del caso da parte dell’allora Procuratore di Larino.
La vicenda non trapela in alcun modo, per il semplice fatto che tutti si guardano bene dal parlarne. Ma l’episodio riaffiora il 30 marzo 2006, quando Nicola Magrone, scartabellando fra le carte della Procura, s’imbatte in quel caso frettolosamente archiviato, e decide di scavare. Il vicequestore viene incaricato di approfondire e di chiarire come mai, all’epoca del ritrovamento del feto nei cassonetti del San Timoteo, non fossero state avviate azioni disciplinari. La risposta è la seguente: «all’epoca non era stata intrapresa alcuna azione disciplinare in quanto risultava difficoltoso giungere ad un’attribuzione di responsabilità a causa della non tipicità dei materiali rinvenuti rispetto ad unità operative certe». Che significa? In parole povere che il dirigente sanitario Di Lena non aveva potuto accertare se il feto buttato nel cassonetto insieme ad altro “materiale anatomico” provenisse dal reparto di ostetricia o meno. (Per inciso: da quale altro reparto potrebbe mai provenire un feto? Ma questa banale deduzione, evidentemente, non basta al direttore sanitario, che si limita a un laconico invito ai responsabili reparto di ostetricia e ginecologia «ad una maggiore attenzione». Come dire: la prossima volta state più attenti).
Il fatto è stato liquidato così, nell’indifferenza generale. L’episodio, pure sconcertante, denso di significati inquietanti e indicatore, comunque, di una gestione quantomeno approssimativa della salute umana, cade nel dimenticatoio con buona pace di tutti. Sei anni dopo riemerge dalla polvere per diventare un precedente, focalizzando il sospetto che, se all’epoca si fosse indagato seriamente, forse la pratica degli aborti illegali sarebbe stata scoperta con anni di anticipo. Possibile? Probabilmente sì, ma probabilmente non interessava a nessuno. (mv)
(Pubblicato il
20/11/2008)
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