Scuola di Musica Atena
PRIMONUMERO - CITTA' IN RETE
 


Cronache
Vie dei tratturi da horror: quanto costa bonificare le teste?
Quando la terra è la materializzazione di un fallimento piuttosto che la testimonianza di una identità. Reportage fotografico per capire quanto poco vogliamo bene a noi stessi. «Stiamo provando a "vendere" la sola vera ricchezza che abbiamo: la campagna, il paesaggio, la calma. Ma quanto costa in denaro pubblico arginare la totale disaffezione alla terra e alla vivibilità di questo Molise?»

di Caterina Sottile

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San Martino in Pensilis. La Politica, la buona amministrazione, il rilancio del territorio, la  promozione del patrimonio storico culturale agricolo locale, i  finanziamenti, la razionalizzazione dei costi...queste sono le parole pił  usate da chi ha ruoli istituzionali pił o meno rappresentativi e sono "ovvietà" che suscitano diffidenza: le abbiamo sentite troppe volte e  sappiamo che di solito non vogliono dire nulla, concretamente. Un territorio si difende con la ricchezza, con la forza che proviene dalla sua capacità  produttiva. Ma la ricchezza non è un valore assoluto e i criteri per  definirla dipendono strettamente dai valori, anche e soprattutto morali, che  una comunità ha.
Per la prima volta ci viene un dubbio: e se i cattivi  politici fossero proiezione diretta e perniciosa dei cattivi cittadini? E se  non bastasse la promozione, il rilancio, la valorizzazione ecc ecc ed  avessimo bisogno di bonificare le teste prima che i terreni?
 
Il Basso Molise  ha una campagna magnifica: gli stessi profili struggenti e dolci della  Toscana e la luce morbida dell'Adriatico. Siamo terra di confine, fra le "vie dell'ambra" e il nord che non ci ha mai voluti con sè. Eppure, questo  piccolo territorio di ritaglio, di sguicio, è bello, è vivibile ed è vendibile, se volessimo diventare "zona a vocazione turistica" vera. Una qualità essenziale della ricchezza territoriale è la programmazione. Senza,  si fanno solo chiacchiere. E la programmazione del Basso Molise procede  indisturbata verso ben altri progetti e ben altri indirizzi che non il turismo, l'acqua, l'aria e la campagna, l'energia compatibile. Perchè la  pianificazione a lungo termine dovrebbe essere fortemente condizionata  proprio dalla tradizione economica di un luogo, dai suoi cardini, dai suoi  punti fermi. Il Basso Molise ha la campagna e il mare e non ama affatto nè  l'una nè l'altro. E proprio per questo le decisioni, le direttive ci  piombano sempre dall'alto, immodificabili. Molte volte avremmo dovuto e  potuto rivendicare un legame con questa terra ma non la sentiamo nostra,  evidentemente: non ce ne occupiamo, non ci riguarda. La terra è la  materializzazione di un fallimento piuttosto che la testimonianza di una  identità inattaccabile dalle scelte estemporanee. La diamo così tanto per  scontata questa campagna silenziosa e l'abbiamo difesa sempre così poco! 
 
A  San Martino la campagna e la sua indiscussa valenza etica ha un legame  indissolubile con la Corsa dei Carri. Attorno alla Corsa si è cercato di  construire un apparato economico che ne valorizzi l'interesse storico. Ma  Roberto, un lettore assiduo di Primonumero.it ha posto, rivolgendosi a me,  un tema importante: «Cara Caterina, a proposito di questione meridionale:  leggo, ti seguo e constato che sei molto entusiasta del tuo paese, (che una  volta era anche il mio) delle sue tradizioni, della Carrese soprattutto. La  descrivi come un evento straordinario e mi sembri sinceramente innamorata di  tutto ciò che attorno ad essa orbita. Permettimi di esprimere un piccolo  dubbio. Conoscendoti, trovo davvero strana questa affezione smodata per quel tipo di mentalità. Io la conosco bene e tu riesci a nobilitare qualcosa che  di nobile ha molto poco. Se vuoi, mi piacerebbe approfondire il tema».
A  Roberto risponde GdM: «Ringrazio Roberto per aver finalmente detto qualcosa  che tutti pensiamo e ti chiedo, si può essere partecipi di una  manifestazione come se essa non fosse com'è, immaginando una cornice  poetica, etnica e storica che nella realtà non esiste? I carri non sono  belli, è bella la nostra storia di cui essi erano e non pił sono una  promanazione. E' bella la nostra storia fatta di uomini e donne che  conoscevano la fatica e le privazioni ma che avevano ben saldi i valori e la  fede che rendeva sopportabile anche ciò che non lo era. La nostra comunità  ha cancellato le proprie origini perchè non le ha mai amate. Io ho la  speranza che tutto questo non sia irreversibile. Bisogna, però, andare  contro-corrente. Occorre spendere tanti anni di lavoro, senza ipocrisie e  scorciatoie, ma, solo per amore. Tutto questo con gli occhi di una  "straniera"».
In realtà, la Corsa dei Carri non mi è mai piaciuta e ancora meno amo il  contesto, la coreografia sociale in cui sopravvive. Posso affermare con  grande serenità che ho sempre detestato il luogo in cui vivo. I carri, di  per sè, hanno un grande fascino e sono oggettivamente un patrimonio storico. Ma la loro dimensione storiografica è una entità astratta: perchè  sopravvivano al tempo c'è bisogno che qualcuno vi partecipi. E qui  l'affabulazione intellettuale, estetica, pittorica quasi, si infrange con la  brutalità di un'arretratezza che io percepisco persino come rischiosa,  abominevole. I carri sono l'esasperata espressione di un sottobosco che marcisce soffocato da se stesso, privo di qualunque spiraglio di ossigeno  nuovo e di prospettiva. Però sono belli: con gli anni ho cominciato a  vederli con gli occhi di una "straniera", liberandomi dell'avversione di chi  quegli umori li conosce e sa codificarli. Ed ho cominciato così a coglierne  una bellezza che se non parli "la lingua del luogo" riesci a percepire bene,  senza la degenerazione e la banalizzazione della realtà viva, vissuta,  quotidiana. Uno spagnolo guarda Picasso con un dolore in pił, con un  coinvolgimento che può essere odio, rifiuto, persino imbarazzo. Se non sei  dentro quel mondo, se non ne sei imbrattato, forse cominci a sentirne la  poesia, persino la levità di una sequenza di immagini che fuori da qui non  c'è, non c'è mai stata davvero o non sopravviverebbe. Un po' come la pittura  nelle catacombe: se si infiltra un piccolo raggio di luce esterna i dipinti  scompaiono, divorati dall'aria.
 
Ecco, la fragilità estrema di una realtà che  è solo la proiezione della realtà vera mi ha procurato una senso di  tenerezza. I Carri sono belli, come tutto ciò che è estremamente delicato,  che può scomparire. La sensazione è di vedere poca sabbia sparsa in un luogo  in cui sappiamo c'era il mare e non c'è pił. Anche perchè, senza quelle  reminiscenze, pur così edulcorate, non c'è nulla di nulla. Solo una società  giovane e già in disuso che non ha sentieri nuovi da osare e non ha memoria  della strada già percorsa. Una società senza orientamento, che non sa pił di  essere stata contadina e non ha mai saputo diventare moderna. Siamo  periferia senza neppure l'appiglio di una tradizione geografica vera:  periferia ovunque, che non ha evoluzioni verso alcun centro. L'unico dato  storiografico certo, che ha dignità di Storia, io lo colgo proprio nelle  parole che non sono traducibili, che non si sono evolute, sgranandosi e  triturandosi nel nulla. E rivendico questo, null'altro.  Della "mia terra"  pretendo che si conservi la dignità, proprio quella fatica con cui i  contadini hanno attraversato questo secolo portando fino a noi poche cose,  ma essenziali. La disaffezione a questi luoghi mi preoccupa, mi allarma e mi  costringe ad amare con pił forza ciò che davo davvero troppo per scontato. Un piccolo reportage fotografico per capire quanto poco vogliamo bene a noi  stessi e quanta poca attenzione potremmo pretendere da chi, dall'alto della  sua estraneità potrebbe venire qui a toglierci quel poco che abbiamo. Perchè la gente butta un frigorifero per strada se ha un servizio  domiciliare di raccolta elettrodomestici? Perchè le vie dei Tratturi  appaiono così all'ignaro turista occasionale? Quale potenziale di sviluppo  ha un territorio che viene descritto come fiabesco e si presenta così?E poi c'è contrada Reale: un patrimonio inestimabile in cui c'era acqua,  preziosissima acqua sorgiva che sgorgava spontaneamente dalla cava. E'  diventata una discarica.
 
In ogni caso, cosa deve fare un'Amministrazione per "bonificare" un  territorio nelle sue viscere pił profonde, nella sua mentalità, nella sua  sensibilità? Stiamo provando a "vendere" la sola vera ricchezza che abbiamo:  la campagna, il paesaggio, la calma. Ma quanto costa in denaro pubblico arginare la totale disaffezione alla terra e alla vivibilità di questo  Molise di mare... un mare? Quanti soldi ancora ci vorranno per rimediare alla  stupidità? Ed è davvero solo un problema di sciatteria?

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 10/06/2008)

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