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Tigre Amico
 
Termoli ieri e oggi
Quando Termoli era povera: Natale ai tempi della ‘mbètte
Era la regalìa, poche decine di lire, che ricevevano i bambini per aver recitata la poesia a tavola. Racconto di Natale cinquant’anni fa: pochissimi regali, niente luci né alberi infiocchettati, dolci tipici e tavole che cercavano di riscattarsi dalla miseria che si viveva tutto l’anno. Dalla cena della vigilia a Santo Stefano, dal presepio coi pastori acquistati da Giggio Mì e dipinti a mano fino ai giochi a carte e alla tombola. Ecco come sono cambiate le abitudini festaiole dei termolesi.


di Giovanni De Fanis

Termoli. «Il Natale? Non è più quello di una volta». Lo si sente spesso dire, come a voler sottolineare che oggi tutto è cambiato e in peggio, che non si avverte più neppure la magica atmosfera di un tempo. Ma è davvero così?
Certo il Natale d’oggi è radicalmente diverso da quello, per esempio, di cinquanta e più anni fa, o anche solo degli anni ottanta, ma lo si “sente” ugualmente. Molto più ricco, pieno di suoni, di luci, di divertimenti e di regali. In sostanza meno spirituale e più volgarmente godereccio. Un Natale, tuttavia, in linea coi tempi. Contrapporlo a quello dei decenni passati non ha molto senso, se non per valutare come e quanto siano cambiate le abitudini e i costumi delle persone in una realtà (la nostra) passata in pochi anni dalle ristrettezze all’abbondanza.

Che non avessero nulla di fatato i Natali dei termolesi negli anni quaranta e cinquanta è facilmente immaginabile. La mancanza di lavoro e la miseria diffusa di quel tempo li rendevano pressoché tutti uguali e poveri, tranne che a tavola. Fino all’arrivo della televisione (1957) il trastullo dei ragazzi nelle lunghe serate invernali consisteva nell’ascoltare dalla voce dei nonni o dei genitori qualche fiaba o, più spesso, racconti di vita, a cominciare dalla guerra da poco terminata.
La famiglia si raccoglieva allora attorno all’unico punto caldo della casa rappresentato dal braciere o dal focolare. Lì si preparava la bruschetta o l’uovo fritto oppure si metteva a cuocere una o più patate sotto la cenere calda o più spesso a scaldare la minestra avanzata il mezzogiorno. Lì, disposto sopra uno stendino di fortuna, si asciugava il bucato.

Il Natale per quelle famiglie (la netta maggioranza) cominciava ai primi di dicembre. Il giorno dell’Immacolata chi poteva allestiva il suo presepio: casette per la maggior parte realizzate in proprio, da mani più o meno abili, col cartone delle scatole di scarpe e dipinte a mano, pochi i personaggi, quelli essenziali, e tutti di creta, acquistati presso il “Bazar” di Alfredo Di Giulio o il negozio di “Giggio Mì” (Luigi Mya), entrambi situati lungo il corso Nazionale. Niente fogli colorati o cieli stellati, ma carta ricavata da sacchetti di cemento, imbrattata con colori di fortuna e pezzetti di legno o di specchio rotto volti a simulare improbabili montagne, ponti, laghetti e qualunque cosa la fantasia suggeriva all’istante.

Per il verde si provvedeva con ciuffi d’erba e relativo strato di terra strappati lungo i bordi delle strade e piazze cittadine non ancora asfaltate, oppure con il muschio che cresceva spontaneamente sugli scogli della Marinella oggi inghiottiti dalla sabbia. In pochi giorni però il tepore delle case li seccava e occorreva di nuovo procurarseli. Adornava spesso l’intera rappresentazione un rametto di arancio o di mandarino con frutti e foglie ancora attaccati. Il presepio così realizzato, poggiato in un angolo della “stanza buona”, sopra malferme spianatoie o sui tavoli da cucina aventi il piano con apertura a libro, arricchiva e trasformava quelle povere case.

L’8 dicembre era anche il giorno in cui gli adolescenti maschi potevano riunirsi tra loro e giocare a carte (a ciucce, stop, sètte e mèzze, soprattutto). Alle ragazze e ai bambini erano invece riservati la tombola o il gioco dell’oca (dadi).
I dolci e le altre leccornie che connotavano la festa si preparavano di solito non prima di una settimana dalla ricorrenza: scarpèlle (pasta lievitata e fritta), caveciune (calzoncini ripieni di marmellata d’uva, la cosiddetta mmestarde, mista a mandorle e biscotti sminuzzati, scorza di arancio grattugiata, oppure con un impasto fatto di ceci, cacao, noci e mandorle tritate, buccia d’arancia grattugiata, zucchero o miele), cacäte de ciavele (palline di pasta fritta condite col miele), struffele (o canestrelli: striscioline arrotolate di pasta lievitata fritte e condite con abbondante miele o mosto cotto). In quei giorni un intenso odore di olio fritto si spandeva per la città. Ora a provvedere sono i forni e non si sente nulla.

24 - 25 - 26 dicembre. Il culmine delle feste natalizie, una tre giorni scandita da appuntamenti e rituali precisi, aventi come riferimento principale il cibo. Dal digiuno (in verità simbolico per i ragazzi e i bambini) a mezzogiorno della vigilia di Natale, all’abbondanza della cena. Dalla partecipazione alla messa di mezzanotte, al pranzo del giorno dopo, e a quello “penitenziale”, per modo di dire, di Santo Stefano, alle tombole e altri giochi.

Il momento più “alto” e solenne del triduo dei festeggiamenti natalizi casalinghi era rappresentato dalla cena della vigilia di Natale. Occasione unica per dimenticare affanni e ristrettezze economiche ed esaltare, alla presenza di tutti i membri della famiglia, anche di quelli sposati, le qualità culinarie delle femmine di casa. Prima di iniziare a mangiare i piccoli recitavano le poesie imparate a scuola, il cui testo “nascondevano” sotto il piatto del papà, ricevendo al termine “a ‘mbètte” (poche decine di lire).
La medesima regalia si otteneva quando la poesia veniva, per consuetudine locale, declamata in casa della comare o della vicina.
Quanto ai doni più “consistenti” va ricordato che la tradizione dello scambio non era molto diffusa, date appunto le condizioni economiche della maggior parte delle famiglie. Soprattutto era circoscritta alle persone di casa e alle cose pratiche, tipo: un paio di calze, una maglia fatta a mano, fazzoletti, qualche indumento intimo. Per gli adulti. Per i più piccoli qualche macchinina di latta (a staffettélle) o altro giocattolo di celluloide, bamboline e tegamini per le femminucce. Solo i dolci e i fritti varcavano la soglia di casa per posarsi in quelle dei compari (padrini di battesimo o di cresima, come rispetto e omaggio al cosiddetto San Giovanni).

Tornando alla cena della vigilia, il “lusso” consisteva in un primo di spaghetti al tonno o alle alici o, in alternativa, al sugo di pesce (per chi disponeva, come molte famiglie di pescatori, di trigliette, razze e polpi essiccati in estate). Per i secondi piatti la scelta era tra il brodetto di pesce e il baccalà (fritto o gratinato) condito con capperi, pinoli e uva passita. Oppure capitone arrostito, anguilla di Lesina in guazzetto.
Contorni: cime di rape all’olio crudo, cavolfiori, qui detti róse, lessati e conditi con olio e peperoncino piccante, oppure immersi nella pastella e fritti, insalata verde. Come frutta non c’era molto da scegliere: arance e mandarini del Gargano (aspri e pieni di semi), noci dal guscio durissimo (cugnòse), fichi secchi. Come dolci quelli tradizionali del Natale.

All’approssimarsi della mezzanotte la famiglia intera si portava in Cattedrale per la messa officiata dal vescovo. Terminata la quale si rientrava a casa per riposare. Al rito religioso si sottraevano i giovanotti che invece rimanevano a giocare a carte fino all’alba. Chi tra di loro aveva perso, lo si sfotteva dicendo che quella notte aveva «baciato il Bambinello».

25 dicembre. Il pranzo del giorno di Natale prevedeva lasagne al sugo o in alternativa brodo di carne con tagliolini. Per secondo carni abbinate: vitello o tacchino con contorni. Poi dolci e frutta. Il pomeriggio era dedicato alla tombola e, per chi avesse voluto, alla visita dei presepi delle chiese (indimenticabile quello allestito presso l’Educandato Gesù e Maria al Borgo).

26 dicembre. Nelle intenzioni il pranzo del giorno di Santo Stefano doveva essere molto leggero: brodo di tacchino con i cardi. Per secondo stessa carne leggermente condita con olio e spezie e accompagnata da un solo contorno. In realtà si finiva regolarmente col tradire il proposito, aggiungendo alle portate della tradizione gli “avanzi” dei giorni precedenti.

Poco male perché dal 27 si sarebbe ricominciato a tirare la cinghia.

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 24/12/2007)

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