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Cronache
Una termolese a Tbilisi. Diario di un golpe di cui non si parla
I giorni caldi della Georgia, le manifestazioni, la brutale repressione della polizia e l’oscuramento di tv non governative nel racconto in esclusiva di Stefania Ferrante. La giovane ingegnere termolese è construction manager del gigantesco Parco giochi di Mtatsmida, finanziato da un magnate che si oppone al Governo e sequestrato dalle forze dell’ordine senza spiegazioni. Un colpo di stato vissuto fra l’incredulità e il terrore, di cui in Italia si è parlato distrattamente.

di Stefania Ferrante

Stefania Ferrante
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Tbilisi, Georgia. Nel giugno del 2006 a Tbilisi, capitale della Georgia, iniziarono i lavori per la realizzazione di un gigantesco parco giochi, dono alla città del magnate georgiano Badri Patarkatsishvili. La progettazione, la selezione dei manager e la direzione lavori del parco venne affidata a una società italiana. E’ da allora che Stefania Ferrante, termolese, laureata in ingegneria, si trasferisce a Tbilisi e assume l’incarico di “Construction manager” del Parco di Mtatsminda.
Il Parco giochi è stato aperto al pubblico a settembre. Ogni domenica, per dieci domeniche, oltre 100 mila georgiani hanno potuto accedervi gratuitamente. Poi però è accaduto qualcosa.  Badri Patarkatsishvili, finanziatore del Parco, ha dichiarato pubblicamente di voler appoggiare l’opposizione all’attuale governo e lo ha fatto poco prima che l’opposizione stessa cominciasse a riunirsi in protesta di fronte al Parlamento.
Le manifestazioni sono cominciate il 2 novembre. Cinque giorni dopo i manifestanti sono stati aggrediti con forza dalla polizia, la sede del parco è stata sequestrata, il Governo ha dichiarato lo Stato di emergenza e, di fatto, un colpo di stato è stato consumato, prova ne sia l’oscuramento delle tv non governative.
Di questo golpe nel resto d’Europa si è parlato poco e distrattamente.
Stefania, in attesa di capire se può ancora rimanere in Georgia o se invece rientrare al più presto a Termoli, ci ha inviato il racconto di quello che ha visto e subìto nei due giorni più caldi di Tbilisi.
 
 
7 novembre, mattina.
 
Da cinque giorni la Rustaveli Avenue, davanti al Parlamento, è bloccata dai manifestanti. Io devo andare al lavorare, scendo in strada sperando di riuscire a passare. Rimango così intrappolata tra i poliziotti – a migliaia – da una parte, e i manifestanti – pochi e sparuti - dall’altra. Un po’ di caos, traffico bloccato, ma niente baruffe, tutto si svolge in maniera direi civile e dopo mezz’ora sono fuori dalla bolgia.
Arrivo negli uffici giù in città e ci rimango fino alle 11, poi decido di andare al Parco con Sopo. Ma una telefonata mi blocca: «Torna indietro, al Parco tira brutta aria, pare ci siano le forze speciali armate e mascherate».
Mascherate da che? Ancora con sto halloween?!  
Chiamo Valentino. Lui è in giro a controllare i lavori e non si è accorto di niente. Sopo chiama i contrattori, io provo a chiamare Tina che con voce spaventata mi dice di raggiungerla nell’edificio D:  «Stefania stai tranquilla, andrà tutto bene, siamo tutti qui. Ci hanno detto di lasciare gli uffici».
Io ero tranquilla, adesso dopo questa telefonata non lo sono più. Sopo riesce a sapere qualcosa: le confermano ci sono poliziotti e militari ovunque, al Parco. Hanno sequestrato gli uffici. Sono in maschera. Chiamo Valentino, gli dico di venir via. Prendere Irakli e venir via, subito.
Intanto continuo ad avvicinarmi. In prossimità dell’ingresso del Parco mi ferma il nostro servizio di vigilanza. Non sono al loro posto; hanno tolta la divisa: «Stefania non andare torna indietro, non si scherza con quelli là».
Ci provo comunque, ma “quelli la’” non mi fanno entrare. Il parco e’ presidiato. . I paramilitari, di cui alcuni appartenenti ai gruppi speciali, mascherati e armati, sono una cinquantina. Non si identificano, non hanno documenti legali o meno a giustificazione dell’atto di forza e non danno spiegazioni. Tutti quelli che ci lavorano – molti stranieri oltre a 300 georgiani – sono costretti ad abbandonare gli uffici che vengono sigillati. Dentro rimangono i nostri computer, i nostri documenti, le nostre “cose”.
 
7 novembre – pomeriggio
 
Torno negli uffici in città dove alla spicciolata arrivano un po’ tutti: accendiamo la tv. Da questo momento in poi io mi zittisco. Qualcuno ride, sarà il nervoso, chissà.
I manifestanti si sono riuniti davanti al Parlamento, corpi speciali della polizia a viso coperto (la “maschera”!) li stanno attaccando, picchiando, stordendo, affumicando e inzuppando d’acqua. I manifestanti non sono armati, nessuna vetrina è stata frantumata, in 6 giorni di dimostrazioni non una sola macchina rovesciata o pietra scagliata.
E allora perché i gas lacrimogeni? Perché picchiano il ragazzo che è gia a terra, che c’entrano ora e qui i camion speciali con disco assordante? Da dove saltano fuori tutti questi militari e le forze speciali!
Tutti i canali trasmettono le stessa scene, poi sulla tv governativa un comunicato del vicesindaco: «Abbiamo sequestrato il Parco e bla bla bla». Che c’entra il Parco? Il mio parco?
Qualcuno prova a uscire per rientrare subito dopo: le strade sono piene di gas non si respira.
I manifestanti si spostano sotto i nostri uffici, al di là del fiume. Il suono delle sirene e il botto dei petardi e delle pistole coprono il nostro silenzio. Assistiamo in diretta dal balcone a quanto prima visto in tv.
Chiamo in ambasciata per sondare la situazione; non si esprimono aspettano gli sviluppi.
Un israeliano che la sfiga ha portato proprio oggi in visita di affari presso i nostri uffici mi trascina fuori a mangiare: «Questo non è niente» mi dice. E ancora una volta capisco come tutto sia relativo: per lui non è niente, per me che tra l’altro non vado neanche allo stadio questo è tanto. Sono passate le 16 e oltre al vuoto nella testa ora ho anche una voragine nello stomaco. In lontananza sentiamo ancora la rivolta, ma in giro non un anima.
Tornati in ufficio ci accoglie il fermento, bisogna preparare la contromossa per riprendersi il parco. Indiciamo una conferenza stampa per il giorno dopo e ci prepariamo con documenti, foto e filmati.
 
7 novembre – sera
 
Alle 21, ancora in ufficio davanti alla tv assistiamo in diretta all’oscuramento di Imedi TV. Caspita, la nostra tv, la più importante e la più seguita rete televisiva della Georgia. Le parole ancora una volta ci si smorzano in gola. E li muoiono del tutto quando il Presidente della Nazione annuncia lo stato di emergenza con divieto di registrare e divulgare notizie e divieto di assembrarsi in numero maggiore di 10.
 Mi riaccompagnano a casa passando in mezzo a una città assediata, con forze dell’ordine ovunque e camion di militari che ci vengono incontro in controsenso. A casa mi addormento davanti alla tv; col faccione del presidente che blatera in un interminabile discorso alla nazione.
 
8 novembre – mattina
 
Il giorno dopo sembra tutto calmo. Ma è la calma della paura: in edicola i giornali dell’opposizione non ci sono. La sola emittente ancora in onda è quella governativa. Si trasmettono telenovelas, serie televisive, vecchi film. Notizie sui fatti accaduti: nessuna. In pompa magna  “noi” decidiamo comunque di presentarci in conferenza stampa. “loro” invece no. Non una sola emittente televisiva o testata giornalistica. Imedi TV oltre che oscurata è stata sventrata, impossibile possa tornare in onda.
Continuiamo a girare in tondo, cavie in gabbia affannate nella nostra corsa sul tapis roulant. Chiamiamo invano i giornali, riusciamo infine a rilasciare una intervista che nessuno vedrà mai.  Per quanti meeting facciamo, nonostante i tentativi di tirare ognuno di mezzo la propria ambasciata e ricorrere agli avvocati, la situazione non presenta vie di scampo.
 
8 novembre – sera
 
In serata la ciliegina sulla torta: contro il nostro cliente, propriario di Imedi tv, degli uffici dove siamo, finanziatore del Parco (e del nostro conto in banca) è stato emesso l’ordine di arresto e già emanata la sentenza: da 6 ad 8 anni per aver fomentato la rivolta.
 
 
Stefania Ferrante
Mtatsminda Park Contruction Manager 

LINK
Video: il cartoon che presenta il parco espropriato

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(Pubblicato il 13/11/2007)

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