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Termoli ieri e oggi
Ritorno al futuro: Quando Termoli era tutta Ztl
Viaggio virtuale nel centro città di mezzo secolo fa, quando solo il corso Nazionale era riservato alle (poche) autovetture in circolazione e Corso Fratelli Brigida serviva per asini e giumente. Dal primo semaforo (installato nel 1957) alla Fiat, al boom demografico e all'esplosione di veicoli e traffico.


di Giovanni De Fanis

Dall'alto: Corso Umberto nella II metà degli anni Cinquanta; la stessa strada come appare oggi; il primo semaforo di Termoli all'incrocio tra corso Umberto I e corso Nazionale
Termoli. Continua tuttora, pur con qualche approssimazione ed interessate strumentalizzazioni, il dibattito sulle ZTL (Zone a Traffico Limitato) di recente istituite dall’Amministrazione comunale. Una misura resasi necessaria per decongestionare un’area importante della città resa invivibile dal traffico automobilistico.
 
Sul banco degli accusati la motorizzazione, sempre più intensa e dannosa, ma anche una sciagurata politica urbanistica che ha privato il centro cittadino degli spazi liberi e aree verdi esistenti per “regalarle”, quasi tutte, alla speculazione edilizia (1). E consentendo poi ogni sorta di interventi (sopraelevazioni e ampliamenti) sul patrimonio edilizio esistente. E tutto ciò a partire dai primissimi anni Cinquanta. Il Prg del 1971 avrebbe completato il disastro creando le cosiddette isole abitative.
 
Nel 1950 Termoli contava 10.000 abitanti, in gran parte concentrati tra la ferrovia e il mare.  Scarso il lavoro e di conseguenza la miseria molto diffusa. Le automobili in circolazione si potevano contare. Le possedevano poche famiglie agiate, i noleggiatori, i carabinieri, il vescovo e qualche azienda. Per il trasporto di qualsiasi merce (e anche per la raccolta dell’immondizia, che si faceva porta a porta) più che gli autocarri si impiegavano i carretti trainati da cavalli.
 
Un traffico così scarso permetteva ai bambini di vivere in strada dalla mattina alla sera e alle massaie di esporre per l’essicazione, durante l’estate, teorie di tavelarille (spianatoie) ricolme di salsa, fichi, trigliettine o peperoni lungo i marciapiedi di Corso Fratelli Brigida e le strade laterali.
 
Tre, allora come oggi, le vie principali: corso Nazionale (I Corso o Via Nuova), l’unico ad essere asfaltato, corso Fratelli Brigida (II Corso) e Corso Vittorio Emanuele (III Corso), percorribili in entrambi i sensi di marcia. Ma se il primo era riservato alle autovetture, il secondo costituiva la via obbligata per gli asini e le giumente dei “pantanari” (piccoli contadini di Pantano Basso), oltre che per i carretti.
 
Incancellabile il ricordo della processione di bestie da soma che, al tramonto, proveniente dai poderi di Rio Vivo e Marinelle, si dipanava lungo via Fratelli Brigida diretta al Borgo Vecchio con bigonci, cestoni o barili stracarichi.
 
Col passare degli anni il traffico aumentava e occorreva regolarlo, così nel 1957 veniva installato all’incrocio di Corso nazionale con Corso Umberto I il primo semaforo. A suo modo anche un simbolo di modernità e di progresso e perciò motivo di vanto per molti cittadini. Al punto che oggi per indicare quel preciso punto della città si dice generalmente "al semaforo". Funzionò poco però, perché – come ricorda un anziano vigile urbano - «cominciò ben presto a fare i capricci e a rompersi». Più tardi, causa ripetuti incidenti, ne fu installato un secondo, ma a luce gialla lampeggiante, all’incrocio di Corso Fratelli Brigida con Corso Umberto.
 
A partire dagli anni Sessanta, complice il boom economico e la scoperta del turismo per le Tremiti, il volume del traffico veicolare cittadino era di molto aumentato e pertanto la sua gestione cominciava ad essere complicata. In realtà solo una modesta anticipazione di quello che sarebbe accaduto dopo.
 
La città attirava di continuo gente dall’interno della regione, ma tra il 1972 e il 1973 ecco arrivare la Fiat. Con essa sarebbero saltate tutte le previsioni di una crescita ordinata. Dall’aumento della popolazione (schizzata da 11278 a 22914 abitanti nel ventennio 1961-1980, più del doppio), al traffico, al bisogno di case, tanto per citare le cose principali e più sconvolgenti.
 
Più lento, per fortuna, il trend di crescita degli abitanti registrato nel ventennio 1981-2000, a cui però si contrapponeva il boom dei veicoli in circolazione. Risultato: caos, rumori, inquinamento da gas di scarico, parcheggi sempre più insufficienti. La situazione in seguito sarebbe peggiorata ulteriormente, fino a raggiungere i livelli d’insosteniblità attuali.
 
Sia ben chiaro: ricordare com’era Termoli tanto tempo fa non significa avere nostalgia per il passato, ma solo riflettere su quanto di grave è avvenuto a partire da allora e correggere, per quanto possibile, gli errori compiuti.
 
 
(1) L’assetto urbanistico del centro di Termoli nel 1950 era sostanzialmente ancora quello dettato dal Piano Regolatore e relativo Regolamento edilizio del 1929, redatti dall’ing.
Galileo Sciarretta per volontà del Podestà Angelo Cieri. Di detto strumento di programmazione facevano parte gli spazi  (i “Larghi” e le aree verdi pubbliche e private) fino ad allora preservati dalle costruzioni.

 
Sarà bene ricordarli questi luoghi assaltati e divorati in seguito dal cemento:
il giardino e il villino di “Donna” Berenice Campolieto (tra C.so Vitt. Eman. e via Del Croix). Al suo posto è stato costruito il “Palazzo dei maestri, il palazzo Impicciatore e altre abitazioni; Largo Crocetta, prima destinato a edifici privati e poi alla chiesa di S.Timoteo e mercato coperto; il largo detto “Dietro i Bagni, situato anch’essa tra C.so Vitt. Eman., via Alfano e via Carlo del Croix”  sommerso dalla “Torre di Babele” e da altre costruzioni.
 
E ancora:
lo spiazzo compreso tra via XX Settembre, via Mario Milano e via Duca degli Abruzzi (inghiottito da due falansteri, i Palazzi Lops e Crema); una parte non piccola di piazza Stazione (sede ora del palazzo Macellino con relativo porticato); il largo compreso tra via Adriatica, via IV Novembre, via Andrea da Capua e via Sannitica nel quartiere Ferrara (anche qui soffocanti condomini); palazzoni e alberghi sull’area tra via Mazzini e il sottostante vallone “Scannacapre”, dove prima c’era solo un piccolo saponificio della famiglia Di Gioia; lo spiazzo davanti allo stabilimento Novaro (zona Santa Lucia); lo stesso colle di S.Lucia, da via Adriatica al mare, e, infine, piazza S.Antonio, dove al posto della Villa comunale vi è ora il palazzo del Municipio.

(Pubblicato il 24/09/2007)

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