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Termoli ieri e oggi
C’era una volta la stazione.
Vita e ricordi di tre ex ferrovieri
Fra i binari e i caselli, gli anni della guerra, le difficoltà e gli avvenimenti più belli nei racconti di tre over ’90. Alfonso De Palma, Vittorio Scalella e Vincenzo De Cesare hanno contribuito a fare la storia dello scalo ferroviario di Termoli.


di Giovanni De Fanis

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Termoli. Anche la ferrovia, come la famosa telefonata nello spot della Sip, allunga la vita? Sembrerebbe di sì se si guarda all’età di tre baldi ex ferrovieri di Termoli: Alfonso De Palma, Vittorio Scalella e Vincenzo De Cesare. Il primo toccherà il traguardo dei 90 anni a ottobre. Gli altri due, l’invidiabile soglia delle “quattro ventane e dieci” (un vezzo antico e tutto locale di contare l’età come le uova), l’hanno invece già superata: Scalella è a quota 93, De Cesare addirittura a 94. Non si sa se siano in assoluto i più longevi, certamente sono i capifila di un consistente gruppo di anziani della rotaia termolesi ultraottentenni.
 
Assunti chi poco prima e chi durante gli anni dell’ultimo conflitto, sono gli unici che oggi possono raccontare la vita tra i binari di Termoli (1) e dintorni durante quel terribile frangente storico, ma anche la trasformazione dell’azienda Fs: dalla trazione a vapore a quella elettrica, dagli scambi a mano agli apparati centralizzati.
 
Vittorio Scalella
 
Dei tre “giovanotti” incontrati, è quello che più degli altri ha vissuto in simbiosi con l’ambiente ferroviario. Figlio di casellante, si può dire che sia cresciuto tra le rotaie. Il suo inizio lavorativo però è di tutt’altro genere: falegname, anzi – precisa lui - «ebanista». È già “mastro finito” quando, nel novembre del 1940, viene assunto nelle ferrovie come manovale. La destinazione è Foggia, nodo ferroviario strategico, uno dei più grandi del centro-sud. Vi rimane pochi mesi, fino all’aprile dell’anno dopo, e meno male, perché tra il maggio e l’agosto del 1943 la città e, soprattutto, stazione e aeroporto, sono distrutti dai bombardieri alleati. Più di ventimila i morti e moltissimi i feriti.
 
«Poco tempo dopo aver ottenuto il trasferimento come “frenatore” (addetto alla frenatura manuale dei treni a vapore su tratte di linea in forte pendenza) presso il Personale Viaggiante di Termoli, venni convocato dal comandante della Milizia fascista di stazione. A quel tempo erano loro a dettare legge e bisognava obbedire». L’Italia è in guerra e occorre aumentare la “sorveglianza” per scoprire i cosiddetti nemici della Patria.
  
Gl’impongono perciò di abbandonare il servizio sui treni merci e di svolgere quello di «ruffiano» - così dice lui - a bordo dei treni viaggiatori, in abiti borghesi. «Lo feci per poco e senza denunciare nessuno, dopo di che passai, questa volta in divisa e armato, alla perlustrazione della linea tra Termoli e Poggio Imperiale». Le cose col passare del tempo peggiorano sempre di più. Dopo i bombardamenti di Foggia, gli unici treni che riescono a percorrere la tratta Foggia-Pescara sono quelli raccomandati dai militari e spesso superscortati dalla Wermacht.
 
«Ricordo ancora bene quella volta che i tedeschi pretesero che io viaggiassi da frenatore su un treno speciale. Superata la stazione di Termoli approfittai di un rallentamento per buttarmi giù dal convoglio e scappare. Tornai a casa «marina-marine» (via spiaggia). Due giorni dopo gl’inglesi sbarcarono a Termoli e così tutto finì». La progressione di carriera di Scalella è stata lineare e rapida: da frenatore a conduttore, poi conduttore-capo e infine capotreno di I classe. Anni di lavoro impegnativo, di feste come Pasqua, Natale e San Basso lontano dalla moglie e i due figli maschi.
 
Un solo incidente in servizio: «fu quando i binari si dilatarono per il troppo caldo e una vettura con viaggiatori a bordo “scarrozzò”, ma senza conseguenze». Elegante nel vestire e nel portamento ancora oggi, da quando gli è morta la moglie vive solo, aiutato in casa da una brava signora polacca di cui dice un gran bene.
 
Abbandonati gli amati hobby di una vita (la pesca al porto e il biliardo) Scalella oggi trascorre il tempo tra il rito della lettura del giornale, che va a comperare da solo tutte le mattine («è come il pane per me»), la spesa al mercato e a guardare la televisione. Non potrebbe, neanche a volerlo, dimenticare la ferrovia. La sua casa sta proprio di fronte alla stazione.
 
Alfonso De Palma
 
Alfonso De Palma,Fonzino” per colleghi e amici, come già accennato è il più “piccolo” dei tre. Originario di Poggio Imperiale (Fg), un paese di poco meno 3 mila abitanti alle pendici del Gargano, vive ormai a Termoli da circa quarant’anni. In pensione è andato nel 1975 con la qualifica di Primo deviatore (ex Capo squadra). Anche per lui il lavoro in ferrovia non è stata una passeggiata, ma, a ben guardare, quello precedente non è che fosse poi migliore: operaio scalpellino nelle cave di pietra del paese.
 
Assunto nelle Fs come manovale nell’aprile del 1941, viene subito mandato a Ramitelli, «una baracca più che una stazione», posta tra Campomarino e Chieuti. Vi rimane poco perché spostato a Maresca, un casello situato tra Chieuti e Ripalta, sicuramente più disagiato, ma più vicino a casa, che lui raggiunge in bicicletta. Qui i turni di lavoro, per mancanza di personale, sono massacranti: prima di 24 ore, poi nel 1942 “solo” della metà.
 
La vita nelle stazioni e i caselli di linea a quell’epoca è molto difficile: d’inverno, data la penuria di combustibili, per riscaldarsi si è costretti a fare appello al buon cuore dei macchinisti in transito per avere del carbone acceso, per l’illuminazione ci sono solo lampade a petrolio e per il mangiare tutto quello, e non è molto, che si riesce a portare da casa.
 
Va meglio a Ripalta, sua nuova destinazione dal 1947. Qui resta a lungo (21 anni) con la famiglia (moglie e due figli), stringendo una forte amicizia con il collega Matteo Pizzicoli e la famiglia di questi. Ripalta è una stazione in piena campagna, così per impiegare utilmente il tempo libero e arrotondare lo stipendio si mette a coltivare le barbabietole in un campo vicino all’uopo affittato («se no come avrei potuto comprare casa a Termoli» - confessa).
 
Nel 1968 la promozione a deviatore (addetto alla manovra a mano degli scambi) e il trasferimento a Termoli. “Fonzino” ha tante altre cose da raccontare, come quella volta (autunno del 1943) a Maresca in cui un treno merci in sosta viene letteralmente assaltato e saccheggiato da militari sbandati affamati e laceri. Due i morti».
 
Cos’altro ricorda degli anni di guerra? «Due militari inglesi dell’Amgot (Amministrazione alleata dei territori occupati) che lavoravano con noi in stazione: un certo Jhon e un altro che mi pare si chiamasse Monthy. Quando, per lo spostamento del fronte, andarono via, ci lasciarono scarpe, caffè e coperte di lana, preziosissime allora».
 
E il segreto della sua longevità? «Non esiste nessun segreto. Mia moglie ed io conduciamo una vita in coerenza con l’età, cioè a dire orari ed alimentazione corretti, qualche salutare passeggiata, per la spesa soprattutto, poi la frequentazione di figli e i nipoti, e questo è tutto. Ora sto bene, ma qualche anno fa me la sono vista brutta».
 
De Palma è un grande affabulatore, staresti sempre lì ad ascoltarlo. Ma non si può. L’impegno è, comunque, di rivederci più in là. «Con calma, tanto c’è tempo». Se lo dice lui è sicuramente di buon auspicio.
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Vincenzo De Cesare
 
La qualifica rivestita in ferrovia da Vincenzo De Cesare, detto “U Grange” (Il Granchio),  soprannome ereditato dal padre, è quella di Manovratore. Cioè di colui che nelle stazioni stacca e aggangia carri e vetture ed è perennemente sporco di grasso. Un lavoro durissimo e anche molto pericoloso, perché occorre ficcarsi tra ai respingenti e lavorare giorno e notte nelle più disparate condizioni climatiche. Infatti, non pochi ci hanno rimesso qualche arto, se non addirittura la vita. Anche a Termoli.
 
Lui, forse perché basso e mingherlino, oltre che attento, in 32 anni di servizio ha perso solo, si fa per dire, l’uso del mignolo della mano destra rimasto schiacciato in mezzo a un tenditore. Vincenzo, dopo la scomparsa della moglie vive col figlio primogenito Antonio nella casa che ha costruito per tutta la famiglia (ha tre figli) al momento della pensione. Non esce più da tempo perché ha difficoltà a camminare, ma finché se l’è sentita ha coltivato con perizia un ampio orto che stava sul retro dell’abitazione.
 
Lucido, racconta di quando, era il 1939, viene assunto alla stazione di Termoli a seguito di «raccomandazione di un pezzo grosso dell’epoca conosciuto da una mia cugina». La “bella” notizia gliela porta una mattina un certo Di Palma, detto “Marchetille”, alla Fornace di mattoni di contrada S.Maria Valentina dove lavora, addetto agli argani di manovra dei carrelli. Un lavoro duro. Il posto in ferrovia costituisce per lui un indubbio miglioramento sia economico che delle condizioni di lavoro.
 
Allo scoppio della guerra (giugno 1940) “la Patria” lo toglie dai binari e l’imbarca sul cacciatorpediniere “Maestrale”. «U sfascia–sfasce (lo sbandamento seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943) mi colse a Taranto. Insieme a un mio paesano, Tonino Ronzitti, e ad altri due commilitoni di Ortona, disertai raggiungendo Termoli a piedi. Il giorno dopo l’arrivo mi presentai al capo stazione titolare Pagliarulo per riprendere servizio».
 
C’era molto lavoro allora alla stazione? «Altro che!» - risponde - «Termoli era la stazione nella quale si riordinavano i treni merci provenienti da Foggia e Pescara e quello di scomporre e comporre i treni è il classico lavoro dei manovratori. Dalle 9 di sera alle 6 di mattina non ci si fermava mai. Così per molto tempo. Finita la guerra di gente sui treni ce n’era poca, mancavano le vetture e molti erano i carri merci adattati per il servizio viaggiatori. Dalla Puglia, però, il flusso era notevole. Dai treni scendevano a Termoli carovane  di “zaraffe”, cioè di borsari neri».
 
«Me li ricordo bene,» - aggiunge sorridendo - «con quelle bisacce stracolme di ogni ben di Dio. Stanchi morti si buttavano per terra e s’addormentavano all’aperto, sia di giorno che di notte». Per la cronaca: lo scambio era in prevalenza olio, sale, legumi secchi, contro pasta, che qui si produceva senza problemi.
 
Il momento di lasciare arriva per Vincenzo a 58 anni suonati, nel 1971, e dopo l’agognata promozione a Manovratore Capo. Un traguardo di cui ancora oggi è orgoglioso. Grande e capace lavoratore, amico di tutti, al momento del commiato i colleghi, oltre a fargli «una bella festa presso il ristorante della stazione, mi regalarono pure una borsa di pelle».
 
Quelle di Vittorio, Alfonso e Vincenzo sono, in fondo, tre piccole storie umane. Tre esperienze di lavoro che si sono incrociate nella nostra città e hanno segnato la loro vita. Tre testimoni di un’epoca che è utile rievocare.
 
 
(1) Nel 1941 nei vari impianti ferroviari di Termoli (stazione, personale viaggiante, rimessa locomotive, servizio lavori (che raggruppa cantonieri e guardia linee) e la Milizia ferroviaria, ossia la polizia politica del fascismo, lavoravano poco meno di 300 persone.

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 20/08/2007)

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