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Nei capannoni del sito tossico: tra pericolo crollo, campioni di fango al veleno e piante "aliene"
Reportage a Guglionesi II, il sito tossico interdetto dal 1990, in attesa di una bonifica che non è ancora stata fatta. Capannoni ormai vuoti, con alcuni barattoli di fanghi campionati "dimenticati" sul pavimento, vegetazione insolita e terriccio con strane escrescenze. Ecco quello che resta dell’allevamento di lombrichi, ai cui rifiuti organici sono stati mescolati fanghi industriali con elevatissime concentrazioni di cromo e mercurio.


Guglionesi. I cartelli che avvisano dei “lavori in corso” non ci sono più. Spartiti i segnali di pericolo attorno al sito tossico Guglionesi II. La rete vicino al cancello è facilmente violabile: sfondata, rotta a pezzi. Chiunque può entrare, attraversare i campi pianeggianti fino ai capannoni di cemento armato il cui tetto, una volta di eternit, è stato smantellato. È l’unico materiale nocivo rimosso. 28 anni dopo il sequestro dell’area “fortemente contaminata” da cromo e mercurio si aspetta ancora la bonifica.

Intanto la natura si è ripresa il posto. Rigogliosa, lussureggiante in questa primavera verde della campagna molisana. Erba alta e folta attorno alle strutture nate per produrre “concime organico dai rifiuti solidi urbani con l’utilizzo di lombrichi”. Le lettiere dei lombrichi ci sono ancora, accatastate in maniera ordinata all’interno dell’area che si incrocia per prima: un fabbricato semplice, con una tettoia e i 4 lati scoperti. Andando oltre si incontra un pozzo di cemento che la foga della natura ha quasi sommerso, nascondendolo parzialmente: se non si sta attenti, si rischia di caderci dentro. In fondo c’è acqua, residuo di pioggia, tra foglie che sembrano piante tropicali. È una delle tre fosse di decantazione – alla portata di tutti, nemmeno un recinto o una protezione attorno – costruite “in segreto”, in violazione alla concessione edilizia che all’epoca, nel febbraio del 1988, ottenne la Cooperativa di Produzione e Lavoro Nuovo Molise dal Comune di Guglionesi per fare un impianto di concimi con i lombrichi.

Nessuno sa se da quei pozzi materiale tossico è finito nei terreni e ha inquinato la falda acquifera. L’ipotesi è probabile: quando i Vigili Urbani, il 10 aprile del 1991, hanno fatto irruzione nel sito, hanno scoperto che in prossimità di queste vasche, in flagranza di reato, due autocisterne stavano scaricando rifiuti tossici nocivi. Le aree interessate dallo sversamento sarebbero proprio quelle delle lettiere dei lombrichi e delle vasche di decantazione.
Il professor Massimo Colombo della Università di Chimica del suolo del Molise, nella sua relazione, aveva messo in evidenza che “a una profondità di 15-25 cm c’è una forte contaminazione di cromo, superiore di cinque o sei volte il tetto fissato dalla legge. Le potenziali sorgenti di contaminazione da sostanze inquinanti sono quindi il suolo e il sottosuolo”.

Guglionesi II si trova in Contrada Macchie, a ridosso della Provinciale 80 che collega il centro bassomolisano a Larino e al ponte della fondovalle del Biferno. Copre una superficie di 8 ettari circa, mentre l’impianto è stato realizzato su una superficie di 6,7 ettari. L’area è a vocazione agricola: attorno ci sono campi coltivati a grano, finocchio, vigneti.
I due capannoni e un terzo fabbricato incompleto (uno scheletro di cemento all’interno del quale è cresciuto, chissà come in assenza di luce solare, un grande albero di fico schiacciato contro il solaio), sono ancora lì, al loro posto. Ospitavano il cuore dell’attività, iniziata nel 1989 e terminata solo un anno dopo, nel 1990.
Nell’agosto di quell’anno il presidio di Igiene e Prevenzione di Campobasso, su segnalazione del responsabile di Igiene Pubblica di Termoli, ha sequestrato e campionato i fanghi provenienti da industrie ex regionali. Fanghi classificati come “rifiuti speciali” e poi come “rifiuti tossici e pericolosi”.

Alcuni di quei campioni sono ancora qua dentro, in una serie di barattoli chiusi (ma non in modo ermetico) che sembrano sottaceti andati a male. I barattoli occupano un bancale di legno, alcuni sono caduti a terra trascinati dal vento e bagnati dalla pioggia che entra, insieme ai raggi di sole, dalla ragnatela di ferro che una volta era il tetto di amianto.
Uno dei due capannoni non ha né tetto né pareti. Sull’altro compare, come una beffa, il cartello di “pericolo crollo”.

Durante le verifiche degli ispettori erano state accertate anche, in questa ex attività produttiva, carenze igienico-sanitarie “che derivavano dall’incontrollato stoccaggio dei rifiuti, con conseguente degrado dell’ambiente”. Così scrivevano i tecnici dell’Arpa Molise nel piano di caratterizzazione del sito nocivo. È stato scoperto che le lettiere per l’allevamento di lombrichi, già attivate dai titolari, erano alimentate da fanghi di origine industriale provenienti da stabilimenti conciari ed agroalimentari. In particolare della ditta di conceria “Tre Effe” e dalla Vismara.
Garo Vini


Di quei fanghi ancora oggi ci sono alcune tracce. Labili ma inquietanti. Sul pavimento di uno dei capannoni alcuni sacchi di humus (dimenticati da chi ha portato via il materiale trovato all’interno al momento del sequestro) si sono rotti, e il contenuto è fuoriuscito. Impossibile, a occhio, dire cosa sia. L’apparenza è quella di una terra con escrescenze anomale, funghi scuri che virano sull’arancione, che si sono formati tra la plastica e la terra “da concime”. (guarda le foto e il video)

L’impianto era stato sequestrato e i titolari della lombricoltura denunciati alla Procura della Repubblica, processati e condannati. Oggi hanno lasciato il Molise. Gli accertamenti analitici condotti sui campioni di rifiuti avevano fatto emergere la presenza di cromo e mercurio in concentrazioni enormemente superiori al valore limite: i rifiuti erano da considerare tossici e nocivi. La discarica era stata interdetta e la proprietà acquistata all’asta giudiziaria nel 1995.

Al momento del sequestro le forze dell’ordine e gli ispettori ambientali avevano trovato all’interno di due grossi capannoni in cemento armato con copertura in onduline di fibre di amianto, oggi l’unica cosa bonificata, un’autobotte “di contenuto incerto, terriccio, attrezzature e nastri trasportatori, un fusto giallo non etichettato contenente liquido non identificabile, pallets in legno, 300 sacchetti di humus imballato in buste da 1 kg, cartoni da imballo, campane di colore diverso per la raccolta differenziata, 15 fusti non etichettati e pneumatici, tubazioni guaine e un materiale molto simile a lana di roccia”.

Oggi di quella roba non c’è più nulla. I locali sono vuoti, con l’eccezione di barattoli pieni di sostanze aliene e strane piante cresciute tra il cemento e residui di terriccio avvelenato. Attorno, per ettari, un colpo d’occhio degno di Jurrasic Park. Eppure questo non è un parco, è un sito tossico. I dinosauri non ci sono, al loro posto, e più minacciosa di un Tirannosaurus Rex affamato, c’è una incognita enorme che incombe tra la rete sottile di metallo sul perimetro della discarica e i campi di grano, vigne e finocchio: quali rischi comporta per la salute dell’uomo la presenza di un posto del genere, da trent’anni in attesa di una bonifica che non arriva? (Monica Vignale)

(Nella prossima puntata la storia della bonifica impossibile di Guglionesi II)

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 21/05/2018)

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