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SENSO/18
Maschere di Carnevale... della vita quotidiana
Carnevale è stata istituita come festa riconosciuta dalla “comunità educante” proprio perché non si tratta di un bisogno privato, ma dell’assolvimento di una funzione sociale che è quella di permettere, nel “cerchio magico” di un rito dionisiaco collettivo, la trasgressione delle regole, la glorificazione dell’abbondanza. Lasciamo pure che i bambini indossino le proprie maschere, ma noi siamo poi così sicuri che, tolta la maschera dei festeggiamenti, ci riappropriamo davvero di noi stessi?


di Nicola Malorni

Lasciamo pure che i bambini indossino le proprie maschere a Carnevale: sono questi alcuni dei momenti di svago, di sfogo, di assoluta libertà dalle regole quotidiane che gli concediamo, dai mille impegni che ormai occupano le loro “agende”, tra la scuola e le discipline STEM, e l’inglese, il corso di informatica e altri laboratori pomeridiani. Lasciamogli pure il momento in cui possano, in questo rito collettivo del Carnevale, sperimentare l’identità di qualcuno o qualcos’altro. E’ stata istituita come festa riconosciuta dalla “comunità educante” proprio perché non si tratta di un bisogno privato, ma dell’assolvimento di una funzione sociale che è quella di permettere, nel “cerchio magico” di un rito dionisiaco collettivo, la trasgressione delle regole, la glorificazione dell’abbondanza e, talvolta, (se la maschera lo consente) l’espiazione attraverso una morte simbolica.


L’abbondanza di dolci, le immagini allegoriche, i gesti che rievocano da millenni la provocazione delle regole fino al confronto/scontro con i limiti assoluti del macabro e della morte, avvicinano il Carnevale ai festeggiamenti dionisiaci che i nostri antenati dedicavano al dio del vino per propiziarsi abbondanza e fertilità all’inizio del nuovo anno agricolo.
Indossare una maschera è percepito come un gesto liberatorio rispetto alle regole e all’ordine, e il Carnevale è un momento di totale dissoluzione delle prescrizioni e proibizioni, è accogliere il caos da cui l’individualità e il gruppo sociale (la comunità, la famiglia, il gruppo classe) possono riemergere rinnovati.
Attraverso il Carnevale è data la possibilità ai bambini, e a tutti noi, di sfuggire all’identità, ai ruoli, alle funzioni della vita quotidiana e di comprendere come, nonostante l’ebbrezza della trasgressione, il caos non possa e non debba durare a lungo.

Dobbiamo quindi tornare al porto sicuro della nostra identità. Ma quale identità? Siamo poi così sicuri che, tolta la maschera dei festeggiamenti, ci riappropriamo davvero di noi stessi?
A rifletterci bene, sappiamo che in ogni circostanza della vita quotidiana tendiamo ad adottare comportamenti differenti conformandoci a determinate aspettative, ai ruoli che ci sono stati assegnati dalla comunità o dalla società e quindi, ci ritroviamo, inconsapevolmente, a indossare nuovamente una o più maschere per nasconderci, ma anche per esprimere noi stessi.

Ognuno, infatti, nel mostrare un proprio “profilo pubblico” lascia deliberatamente in ombra un “volto privato”, noto a sé ma non agli altri, reputato talvolta inaccettabile o inappropriato a seconda delle situazioni sociali. L’ampiezza e i contenuti di queste due macro aree della nostra personalità subiscono dinamicamente continue trasformazioni a seconda dei contesti interpersonali ed affettivi in cui ci troviamo.
In tal senso, quindi potremmo arrivare ad affermare che i nostri “profili pubblici” sono maschere di Carnevale che opportunamente indossiamo a seconda dei ruoli e dei comportamenti attesi. E sottolineo “opportunamente” perché le maschere così intese sono “funzioni” utili alla coesione e alla stabilità del Sé.

Non a caso, nel teatro greco la maschera, se da un lato caratterizzava il personaggio interpretato dall’attore, dall’altro svolgeva una funzione “amplificante”, era una vera e propria “cassa di risonanza” della voce dell’attore perché gli consentiva di esprimersi in modo da raggiungere il vasto pubblico che stava ad osservarlo. Non una falsificazione o un nascondiglio, quindi, ma un canale di espressione di sé che facilitava al contempo l’identificazione, sia dell’attore sia del pubblico, con il personaggio. Così anche Oscar Wilde l’aveva intesa questa funzione utile della maschera nel dire che: “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e vi dirà la verità”.

Ma non trascuriamo oggi, noi avvezzi all’uso dei “social”, le maschere di pirandelliana memoria che spopolano sui nostri “profili”, derivate dalla mistificazione alienante delle richieste della nostra società, dei ruoli spersonalizzanti che tendiamo a ricoprire perdendo di vista o occultando volutamente noi stessi e la nostra vera identità.
I “social”, infatti, alimentano ingenue e riduttive semplificazioni stereotipali, amplificando al contempo, come accadeva con la maschera del teatro greco, le parti grottesche, violente che imperversano nelle nostre zone d’ombra.
Ecco, allora, il significato sociale del Carnevale, il suo utile messaggio, la via indicata dal simbolo: indossare la maschera e poi toglierla, entrare ed uscire dal ruolo, sfidare il limite per tornare all’Ordine, fa comprendere come l’eccessiva rigidità della maschera comporti una eccessiva identificazione con essa a discapito di tutto ciò che non le si conforma; occorre allora indossarla in maniera flessibile e non rigida per uscire e rientrare nei diversi ruolisociali, beneficiando della coerenza e della continuità del sé a garanzia di un senso di identità relativamente stabile.

Questo approccio alle nostre identità, mutuato dalla simbologia del Carnevale, può declinarsi in uno stile educativo utile allo sviluppo dei nostri giovani, contribuendo a proteggerli dal rischio, oggi più significativo, di strutturazione di un Falso Sé, ossia di quelle modalità patologiche (evidenziate per la prima volta nel ‘65 dallo psicoanalista Donald Winnicott), di espressione di sé nel bambino che prendono le mosse dal mancato rispecchiamento da parte dell’ambiente affettivo dei suoi bisogni e desideri per cui cresce assecondando i bisogni e desideri degli adulti di riferimento, fondendo il proprio senso di identità alle richieste altrui, ossia indossando maschere fino a con-formarsi ad esse.
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Se la maschera diviene l’unico modo sperimentabile per assicurarsi le garanzie affettive delle figure significative, una volta adulto, il bambino finisce letteralmente per non sapere più chi è, incapace di contattare desideri e bisogni autentici e diventando così schiavo dell’approvazione altrui, incapace di accedere ad un’autentica dimensione relazionale, con la sensazione di non aver mai amato nessuno e che nessuno lo abbia mai amato per quel che era profondamente. Finirà col porsi al perpetuo e zelante servizio ai ruoli assegnati, pur apparendo ben adattato alla realtà, ma senza lasciar mai prevalere passioni, emozioni o opinioni proprie.
Non è forse questo uno dei drammi e delle insidie più grandi del nostro mancato riconoscimento della funzione sociale del Carnevale? Impazzano oggi maschere ovunque, adesioni rigide a ruoli designati, e l’acquiescenza patologica, il conformismo coatto che apparentemente sembrano non creare problemi, in realtà stratificando la sensazione di abitare in una gabbia vuota senza saper esprimere il proprio malessere e senza che questo sia visibile agli altri. Spesso, poi, accade che siano proprio i sintomi a sopraggiungere in soccorso della vita autentica, facendo cadere le maschere al fine di apportare ordine nel caos.

Grandi autori come Donald Winnicott, Carl Gustav Jung, Heinz Kohut, Carl Rogers ci hanno aiutato a comprendere come la sofferenza psichica spesso esprima un “empasse” nello sviluppo del sé e dell’identità che necessita di un ambiente relazionale empatico e rispecchiante.
Concludo questo approfondimento parafrasando (che è un altro modo di giocare col mascherare) proprio una delle citazioni più conosciute di D. Winnicott: “il Carnevale della vita ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella della Maschera e quella del vero Sé; il Carnevale come la vita hanno a che fare con più parti che giocano assieme (…) quando il gioco non è possibile, allora il compito dell’individuo (o della famiglia, o della comunità) ha come fine di portare la Maschera e il Vero Sé a uno stadio in cui ne siano capaci” (ispirato a Gioco e realtà, 1971, p.72 di Donald Winnicott).

(Pubblicato il 11/02/2018)

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