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Storie al contrario
La Prefettura non cede: via i migranti malgrado la petizione. Amarezza e rabbia: "È ingiusto"
Trasferiti i 32 ospiti stranieri di Xenia, il Cas per il quale la gente del paese è scesa in piazza chiedendo di non chiuderlo e ha raccolto 152 firme. "Ma la Prefettura non ci ha nemmeno ricevuto" raccontano i delegati, mentre cresce la rabbia verso il sindaco Orazio Civetta "che ha fatto pressioni per accelerare la chiusura". In strada e sui social il ricordo degli amici, mentre anche il parroco scrive: "Questi ragazzi sono trattati come pacchi postali".


Corsi
Ripabottoni. E’ un giorno triste, listato di nero, a Ripabottoni. 500 anime nella zona più interna e meno facile del Molise. Il paese dove la parola accoglienza ha incrociato la concretezza dell’amicizia fra la gente del posto e i 32 giovani migranti ospiti del centro di accoglienza straordinaria Xenia. Altrove non li vogliono, qui sono scesi in piazza per non farli andar via. Hanno raccolto le firme: 152, che per un Comune di queste dimensioni è un numero record. Ma non c’è stato niente da fare.

Oggi pomeriggio, 11 gennaio, sono arrivati i mezzi dei centri ai quali sono stati destinati per prelevarli e portarli altrove. Dopo un anno e mezzo nella struttura di Ripabottoni sono stati trasferiti per decisione del vice prefetto di Campobasso che ha firmato l’immediato sgombero. Una ordinanza contestata, considerata inspiegabile alla luce del fatto che a novembre scorso era stata disposta la dismissione progressiva di Xenia dal momento che Ripabottoni ospita da qualche tempo anche uno Sprar, un centro di seconda accoglienza. Due realtà che non sono esattamente incompatibili, ma che tuttavia per il sindaco Orazio Civetta, grande assente in questi giorni di proteste e movimento civico in quanto a Bruxelles per una missione istituzionale, non potevano convivere.

«Sicuramente le pressioni esercitate dal primo cittadino hanno accelerato la procedura» commenta Michele Frenza, presidente della fondazione intitolata ad Arturo Giovannitti proprietaria dell’edificio nel quale si trova il Cas. Anzi, si trovava, perchè ora è desolatamente vuoto, privo dei rumori, delle voci e dei colori che solo fino a qualche ora fa lo rendevano un posto unico e speciale in questo paesino arroccato, un luogo dove stabilire amicizie, andare a reclutare – e con grande entusiasmo - provetti calciatori per le squadre locali, invitati d’eccezione ai pranzi di Natale in casa oppure i cantori dei cori della chiesa.

Quella chiesa che attraverso il parroco don Gabriele Tamilia esprime oggi un forte rammarico per la “dura lex, sed lexche ha portato alla chiusura improvvisa del centro di accoglienza straordinaria. «I nostri concittadini – si legge in un volantino stampato e diffuso in paese da Don Gabriele - hanno iniziato a interagire con questi ragazzi stabilendo ottimi rapporti con loro. Le nostre due comunità cristiane, cattolica e protestante, li hanno inseriti nelle rispettive attività. Tante persone si sono attivate in diverse forme di aiuto. Diciamo allo Stato - continua il parroco - che l’economia non deve travalicare il bene della persona. Questi ragazzi non sono pacchi postali».
«Lo Stato non c’entra - replica Michele Frenza e non ha colpe visto che in altre realtà, come Casacalenda, convivono tranquillamente sia gli Sprar che i Cas. L’unico responsabile è il nostro caro sindaco».


E dire che c’era stato un barlume di speranza questa mattina, quando i gestori dei numerosi centri presso i quali sono stati smistati i 32 ospiti hanno ricevuto una telefonata dalla Prefettura che li invitava a sospendere le procedure di trasferimento. Sembrava un buon segno, la speranza che il centro potesse restare aperto almeno fin quando tutti i ragazzi avessero ottenuto i documenti. E invece, intorno alle ore 14, il contrordine. Si chiude, si va via. E così è stato.

Malgrado la protesta pacifica, malgrado la petizione alla quale ha aderito massicciamente la popolazione di Ripabottoni che in Prefettura non è proprio arrivata visto che Domenico Piedimonte e Patrizia Pano, delegati della comunità per portare le firme al Prefetto, non sono stati nemmeno ricevuti. «È inconcepibile - commenta Piedimonte - che la Prefettura di Campobasso non abbia preso in considerazione le 152 firme. Ci hanno detto che non avevamo un appuntamento e ci hanno mandato via. È mai possibile che non si possa avere un incontro su una situazione così importante?».

Non solo importante ma anche inedita, visto che in genere le proteste avvengono per i casi contrari, per chiudere i centri e allontanare il più possibile i richiedenti asilo.
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Ripabottoni invece, comunità dell’accoglienza e della integrazione, ha vissuto l’esperienza opposta. Perdendo, ora, una risorsa umana e diversi posti di lavoro, dal momento che lì lavoravano 15 persone di Ripabottoni e dei comuni attorno che si ritrovano di colpo disoccupati. Una di loro, Viviana, è la madrina della piccola Maria, nata 8 mesi fa da una ragazza africana. Il suo ricordo su facebook è accompagnato da una splendida fotografia: “Mi tocca dire addio a chi in questo anno è diventato parte della mia vita, un fratello maggiore, un fratello minore, un confidente. Mi tocca dire addio a ragazzi brillanti con un cuore immenso, devo dire addio a chi voglio bene e alla mia figlioccia, quella bimba che con i suoi occhioni ha fatto innamorare quasi tutti. È stata l’esperienza più significativa della mia vita, ciao tesori miei, ci rivedremo presto”.


Chissà. I ragazzi sono stati divisi e inviati chi a Campobasso, chi a Petacciato, chi a Montecilfone, Portocannone, Roccavivara e altri paesi dove si trovano centri di accoglienza straordinaria.
E insieme all’amarezza e alla delusione per una scelta, come dicono in paese, che «si poteva evitare» o almeno addolcire con passaggi graduali, come era stato promesso in autunno, c’è anche la rabbia. Quella per il pressing del sindaco che ha accelerato la chiusura. Michele Frenza, presidente della fondazione, non ha alcun dubbio: «Il centro sarebbe andato a morire man mano che i ragazzi entravano in possesso dei documenti, non in questo modo, se non ci fossero stati tutti questi solleciti».

Domenico Piedimonte è d’accordo con lui: «Se il sindaco non avesse forzato le cose non staremmo piangendo la partenza di questi giovani ospiti, con i quali la comunità si è integrata facendo dell’accoglienza, per la prima volta, una politica concreta e quotidiana».

(Pubblicato il 11/01/2018)

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