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L’Albero di Natale come non lo avete mai visto
Non tutti sanno che il simbolismo associato al Natale rimanda a contenuti psichici molto profondi, non unicamente legati alla tradizione religiosa cristiana, le cui radici penetrano in un oscuro sottosuolo millenario. Da una prospettiva junghiana il Natale segna una data limite, una soglia simbolica che, attraverso l’accesso ad un “tempo interiore associato all’oscurità”, prefigura la possibilità di giungere ad un livello superiore di consapevolezza individuale e collettiva. In questa profonda propagazione di simboli che hanno attraversato i secoli, svetta ancora oggi trionfante l’Albero di Natale. Jung ha sottolineato come l’Albero di Natale sia una forma moderna dell’antico simbolo dell’Albero della Vita…


di Nicola Malorni

Fervono in questi giorni i preparativi per la celebrazione del Natale, un evento spirituale molto importante per i cristiani: la Chiesa Cattolica rievoca il 25 dicembre la nascita di Gesù Cristo che, dopo la Pasqua, per il cristianesimo è sicuramente la ricorrenza più importante. Non tutti sanno, però, che il simbolismo associato al Natale rimanda anche a contenuti psichici molto profondi,non unicamente legati alla tradizione religiosa cristiana, le cui radici penetrano in un oscuro sottosuolo millenario. Sarà forse anche per questo che il simbolismo natalizio esercita una certa influenza anche sugli atei e sui non cristiani.


E’ noto che il Natale di Cristo, in origine, fu fatto coincidere nel 330 d.C. da Costantino con l’antico Dies Natalis Solis Invicti, giorno di nascita del “dio Sole non vinto”, coincidente con quella che, secondo miti antichi molto diffusi in tutto il mondo, era la “rinascita del Sole”: l’astro, infatti, dopo il solstizio d’inverno (21 dicembre), lanotte più lunga e il giorno più breve dell’anno, giorno in cui il Sole sembra fermare il suo corso (il termine infatti deriva da “sol-stitium”, ossia “sole fermo”), proprio a partire dal 25 dicembre torna vitale e “invincibile” sulle tenebre, le ore di luce cominciano ad aumentare ed il Sole torna ad illuminare “la notte” perpetuando e rinnovando il ciclo infinito della vita.

Da una prospettiva junghiana il Natale segna una data limite, una soglia simbolica che, attraverso l’accesso ad un “tempo interiore associato all’oscurità”, prefigura la possibilità per l’essere umano di giungere ad un livello superiore di consapevolezza individuale e collettiva.
Il simbolismo che conosciamo oggi, perpetuato nei secoli attraverso le tradizioni e i gesti rituali che le accompagnano, era già radicato negli antichi culti del “ciclo della natura”: l’Uomo, infatti, aveva presto intuito che la sua sopravvivenza dipendeva da una dimensione che gli appariva ancora indecifrabile, potente, autonoma, oscuramente intuita. E di fronte al moto del Sole, l’umanità ha sempre provato un sentimento di angoscia di morte poiché, non vederlo più risorgere dalle tenebre, avrebbe comportato di certo l’estinzione della vita sulla Terra: il culto del Sole doveva dunque servire ad allontanare questa possibilità attraverso l’accensione di fuochi che, con il loro calore e la loro luce, avrebbero ridato forza all’astro della vita.

Dalla Siberia all’Inghilterra, dai popoli europei a quelli del mediterraneo, appaiono in ogni epoca storica riti che celebrano quest’unione tra la profonda oscurità e la luce: al 25 dicembre, infatti, data collegata al solstizio d’inverno, i popoli antichi associarono i natali di diverse divinità quali il dio Mitra in Persia, Osiride e suo figlio Oro in Egitto, il dio Tammuz, figlio della dea Istar, in Babilonia.
Jung ha fatto notare come quelle divinità fossero tutte divinità “solari”; esse appartenevano, infatti, al mito di un Dio solare, e il simbolismo delle tradizioni religiose cristiane originò da lì, come un nuovo, possente corso d’acqua, dallo stesso alveo simbolico degli antichi riti.
Esso, di conseguenza, rimanda ancora oggi al tema della nascita della coscienza spirituale umana dall’inconsapevolezza, un percorso che può condurre l’uomo dalle tenebre interiori, legate alle cattive abitudini, all’indifferenza, all’egoismo, alla scoperta del Sé e del senso della vita.

In questa profonda propagazione di simboli che hanno attraversato i secoli, svetta ancora oggi trionfante l’Albero di Natale. In questi giorni osserviamo bambini e adulti, insegnanti, operatori dei servizi, in luoghi privati e pubblici, intenti a addobbare gli abeti di Natale con sfere colorate e luci intermittenti che rischiarano la notte. Il movimento ascensionale dell’albero verso il cielo o il pulsare della luce intermittente che rischiara il buio intorno, invita ad orientare lo sguardo dell’osservatore verso l’alto, indicando al contempo un percorso simbolico (e le potenzialità) di rinascita dalle tenebre: possiamo così verificare che, come il sole rinasce e la sua luce sconfigge il freddo e l’oscurità donando nuovo nutrimento e vita al mondo, allo stesso modo l’immagine dell’Albero di Natale irrompe dalle tenebre nelle fredde e oscure notti invernali, mostrando al mondo i doni della luce e dell’amore.
Jung ha sottolineato come l’Albero di Natale sia una forma moderna dell’antico simbolo dell’Albero della Vita: questo invita l’umanità a rivolgere lo sguardo al “processo di Individuazione”, ossia quel processo di crescita personale e di elevazione spirituale che conduce l’individuo a divenire ciò che è profondamente, ossia a portare a compimento il proprio progetto di vita in piena armonia con il mondo interiore ed esteriore. In un’intervista del ’57 affermò che “l’albero di Natale è una di quelle antiche usanze che nutrono l’anima, che nutrono l’uomo interiore”, poiché ricorda all’umanità l’ascesa possibile dell’Uomo interiore verso la consapevolezza e l’autodeterminazione del Sé. L’albero, infatti, radica nella dimensione della materia per elevarsi attraverso infinite potenziali ramificazioni verso la sfera celeste o spirituale, unendo la dimensione inconscia e corporea a quella cosciente e spirituale.

Quando pensiamo all’Albero della Vita nelle sue rappresentazioni artistiche ricordiamo sicuramente il celebre pannello di Gustav Klimt per Palazzo Stoclet, a Bruxelles. Ma quell’immagine è solo una dellemigliaia di raffigurazioni di questo simbolo ancestrale, antico quanto l’Uomo, presente in tutte le civiltà con significati abbastanza simili legati alla nascita, alla rigenerazione, all’energia vitale.
Già i romani abbellivano le loro case con rami di abete durante il capodanno, mentre gli antichi abitanti del Nord Europa tagliavano gli abeti e li piantavano dentro a delle casse che tenevano in casa durante l’inverno. Ritroviamo altri Alberi della Vita in Egitto oppure nella tradizione mesopotamica, in India, tra gli Assiri e nella tradizione dell’Albero Sefirotico della cabala ebraica, una rappresentazione del processo di creazione e di purificazione spirituale dell’Uomo.
Garo Vini

Del mondo cristiano troviamo invece l’immenso mosaico pavimentale di epoca medioevale nella Cattedrale di Otranto realizzato dal monaco Pantaleone tra il 1163 e il 1165. Il tronco dell’albero attraversa tutta la navata mentre ai suoi fianchi si snodano scene bibliche ed eventi storici. Altro esempio è il grande catino absidale della Basilica di San Clemente a Roma su cui campeggia la croce circondata da rami ricurvi. In Asia, infine, l’Albero della Vita è raffigurato nella splendida finestra della moschea di Sidi Saiyyed ad Ahmedabad, in India.


Ma non bisogna andare molto lontano perché questo potente simbolo dell’umanità si riveli: tutti abbiamo potuto in qualche modo ammirare l’Albero della Vita dell’Expo 2015 a Milano, il complesso ed elegante intreccio di legno e acciaio posto nel Padiglione Italia, con i suoi 37 metri di altezza, riflesso in uno specchio d’acqua, che durante l’esposizione universale è diventato un luogo eccezionale di spettacolo, grazie a una serie di effetti sonori e luminosi che lo hanno animato durante le ore serali. L’architetto che lo ha progettato, Marco Balich, ha raccontato di essersi ispirato a Michelangeloil quale, in epoca rinascimentale, sul finire degli anni ‘30 del XVI secolo, aveva risistemato Piazza del Campidoglio donandole la nuova forma a losanghe che culmina in una stella a dodici punte indicante le costellazioni. Così Marco Balichha concepito l’opera monumentale dell’Albero della Vita dell’Expo, volendo evocare uno slancio rivolto al futuro, all’innovazione e alla tecnologia. La maestosa immagine dell’albero, la luce che irradiava nelle ore serali, la musica che accompagnava i giochi d’acqua hanno esposto gli spettatori ad un’esperienza emozionale unica di confronto con l’immagine simbolica della Vita e dello sviluppo.

Nel tepore delle nostre case o nei freddi giardini invernali, in questi giorni, assistiamo a questo stesso rito, quello della creazione dell’Albero di Natale, caro ai bambini e ai tanti adulti che ogni anno tornano a giocare insieme ai loro figli, rinnovando inconsapevolmente gli antichi culti del “ciclo della natura” e, con essi, il legame con il mondo interiore dell’infanzia personale e di quella della stessa umanità, un mondo fecondo, tenebroso, creativo, oscuramente intuito; in questo modo facendo risorgere le immagini e i ricordi d’infanzia, i gesti antichi, gli scambi rituali di doni deposti sotto il tronco protettivo dell’Albero della Vita. L’Albero di Natale porta questo dono nella nostra vita: un’affettività che si rigenera ciclicamente come le chiome degli alberi in primavera o come il Sole Invitto dopo il solstizio d’inverno.

(Pubblicato il 17/12/2017)

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