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Donne che salvano altre donne: il Molise contro la violenza
Piccoli grandi passi in avanti grazie ad associazioni come Liberaluna Onlus e Befree Molise, cittadini, Istituzioni e professionisti di ambiti diversi (psicologi, assistenti sociali, avvocati, medici) che si attivano quotidianamente nel contrasto della violenza contro le donne. Nelle ultime settimane, è arrivato anche un primo importante riconoscimento al Molise: l’onorificenza del Presidente Sergio Mattarella di Cavaliere al Merito della Repubblica assegnata alla presidente dell’Associazione Liberaluna Onlus, che gestisce il Centro antiviolenza Liberaluna, la dottoressa Maria Grazia La Selva. In Molise accade anche questo: una regione che spesso sembra distratta rispetto ai grandi temi o risulta isolata nei dibattiti importanti, ma che, invece, riesce a mobilitare la coscienza collettiva ed istituzionale, nel silenzio e con l’umiltà di operatori che “preferiscono il fare al dire”…


di Nicola Malorni

Ieri, 25 novembre, abbiamo festeggiato la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, designata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con una risoluzione del 17 dicembre 1999, su indicazione di un gruppo di attiviste.
La Giornata ricorda l’assassinio nel 1960 di tre sorelle, Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal che, costituendo un movimento clandestino, si opposero fino alla morte al regime di Rafael Leónidas Trujillo nella Repubblica Dominicana.
Dal 2005 abbiamo iniziato a celebrare il 25 novembre anche da noi in Italia, grazie ai Centri antiviolenza e alle Case delle donne. E sta avendo risonanze forti anche in Molise grazie ad associazioni come Liberaluna Onlus e Befree Molise, cittadini, Istituzioni e professionisti di ambiti diversi (psicologi, assistenti sociali, avvocati, medici) che si attivano quotidianamente nel contrasto della violenza contro le donne. Poi, nelle ultime settimane, è arrivato anche un primo importante riconoscimento al Molise: l’onorificenza del Presidente Sergio Mattarella di Cavaliere al Merito della Repubblica assegnata alla presidente dell’Associazione Liberaluna Onlus, che gestisce il Centro antiviolenza Liberaluna, la dottoressa Maria Grazia La Selva.

Per la sua opera di assistenza e ascolto alle vittime di violenza e discriminazione nel territorio molisano”: questa è stata la motivazione con cui è stata insignita la nostra Maria Grazia secondo la quale- mi ha riferito durante un colloquio telefonico – il riconoscimento è assegnato in realtà ad una squadra, di cui fanno orgogliosamente parte anche due colleghe psicologhe, iscritte dell’Ordine degli Psicologi del Molise, le dottoresse Lucia Gamberino ed Emanuela Teresa Galasso, che quotidianamente, insieme a Maria Grazia e alle Istituzioni garanti, dedicano il loro impegno e la loro professionalità alla tutela delle donne vittime di violenze, e molto spesso dei bambini che sono, purtroppo, anch’essi vittime di violenza assistita o diretta assieme alle loro madri.

In Molise accade anche questo: una regione che spesso sembra distratta rispetto ai grandi temi o risulta isolata nei dibattiti importanti, ma che, invece, riesce a mobilitare la coscienza collettiva ed istituzionale, nel silenzio e con l’umiltà di operatori che “preferiscono il fare al dire”.
Ai quotidiani locali Maria Grazia ha riferito che quando ha capito che davvero al telefono c’era il Quirinale ha pensato ad uno scherzo. Sarà stata anche l’eccezionalità di quella telefonata, ma Maria Grazia vive in una comunità dove anche una onorificenza attribuita alle donne è sempre e comunque coniugata al maschile: “Cavaliere al Merito della Repubblica”.
Sembrava uno scherzo”: sono certamente – sul piano personale – le parole di una donna positivamente sorpresa, impreparata di fronte ad un evento eccezionalmente carico di significato emozionale; le amplificazioni di senso ci fanno però ascoltare anche l’eco di un atteggiamento collettivo di una Donna che subisce l’istanza sociale di una sottomissione simbolica (e purtroppo anche “reale”) a cui tante donne sono costrette dalla cultura egemone.

I dati Istat dicono che una donna su tre, in Italia, tra i 16 e i 70 anni, ha subito violenza, da quella psicologica a quella fisica e sessuale. Un milione di donne è stato vittima di un tentativo di stupro. Spesso la violenza viene perpetrata tra le mura domestiche, spesso anche davanti ai bambini che assistono: 8 violenze su 10 avvengono in casa, nel 70% dei casi a colpire è il partner o l’ex partner.

E allora, le donne come Maria Grazia lottano incitando alla denuncia, perché è proprio la mancanza di coesione sociale e la carenza di servizi territoriali che ancora fa salire al 90% i casi di violenza non denunciati in Italia. Un sommerso che non dovrebbe lasciar dormire serenamente gli amministratori né gli operatori dei servizi o della scuola: perché 9 donne su 10 hanno paura, sono isolate, non hanno spazi di ascolto capaci di attivare quell’istinto primordiale a proteggere il proprio corpo e la propria anima e la vita della propria prole; con loro, infatti, spesso vivono bambini che assistono impotenti alle percosse, che inizialmente strillano chiedendo ai padri di smetterla e poi, dopo mesi o anni, te li ritrovi davanti che sembrano non provare più nulla, né la paura né l’orrore, ma neanche la speranza.

Perché tanto silenzio? Perché tanta omertosa rassegnazione? La natura umana sembra alterata in questi contesti: se vedete un cane avvicinarsi rabbioso al vostro bambino, voi lo prendete e lo portate via, lontano dal pericolo, magari anche brandendo un oggetto che vi aiuti a scacciare via la minaccia.
Perché allora tanto silenzio di fronte agli uomini violenti?

Una volta una donna mi ha raccontato che la trattenne per anni nella decisione di denunciare la sensazione che, in realtà, il suo compagno soffrisse terribilmente quando la minacciava o la picchiava. Aveva colto, evidentemente, un livello di funzionamento profondamente regredito in cui il partner viveva: la loro era diventata negli anni una relazione fortemente centrata sulla diade, sulla coppia, per cui l’uomo non poteva tollerare la smentita o l’interruzione; la separazione della partner, paventata dal pensiero autonomo o dal desiderio espresso di fare da sola questo o quello, o dal progetto di avviare, dopo la maternità, un progetto lavorativo, era occasione per evidenziare l’inaffidabilità di una sorta di “oggetto di base”. Da qui, la regressione massiccia a stati di angoscia intollerabili e la smentita della dipendenza che portava al controllo onnipotente della compagna: la supremazia fisica, a quel punto, doveva servire a rassicurarlo circa la propria superiorità rispetto alla partner dalla quale sentiva di essere, invece, profondamente dipendente.

La vulnerabilità narcisistica dell’Uomo e l’identità incerta della Donna creano le condizioni per l’innesco di dinamiche violente e distruttive in seno alla coppia. Ma vi è anche un fattore collettivo che interviene, rilevabile soprattutto in quelle donne maltrattate che hanno con sé anche i figli. L’indole protettiva delle madri verso la prole, infatti, che in alcuni casi salva anche le donne, mi pare sotto attacco: processi collettivi di cui siamo tutti in qualche misura responsabili non facilitano, anzi spesso neutralizzano, l’attivazione di schemi innati di comportamento che sono sempre stati funzionali alla sopravvivenza e alla evoluzione della specie umana. L’assenza di servizi in una società fondata su costrutti tendenzialmente maschilisti, che paga ancora le conseguenze di strutture familiari di tipo patriarcale, già messe fortemente in discussione nella famiglia moderna ma resistentissime nelle Istituzioni e nelle organizzazioni collettive, colludono con la perversione narcisistica di istanze maschiliste ancora imperanti.
Corsi


Non sono stati sufficienti i grandi mutamenti storici degli ultimi cento anni, come la parità dei diritti, l’indipendenza economica per le donne, il diritto di voto. Così come le donne picchiate devono far fronte al ricatto, alle umiliazioni, alle vessazioni, ai rimproveri, ai finti rimorsi e ai fugaci pentimenti, alle astute seduzioni del partner manipolatore violento, anche la Donna di oggi incontra ancora un Potere maschile egemone, radicato nelle “culture” istituzionali, aziendali, gruppali, familiari, nonché nella nostra psiche individuale, che considera la vitalità, la creatività, il rigore, l’intelligenza femminile ancora “uno scherzo”, un evento straordinario, una eccezionalità da valorizzare con l’onorificenza assegnata alle donne dal Presidente della Repubblica (sempre uomo, da decenni) di “Cavaliere”, appunto. Ancora una volta, l’immagine simbolica di una dimensione maschile trionfante è elevata - paradossalmente - a “massimo riconoscimento” per una donna, proiettando di fatto la propria ombra sui reconditi registri di funzionamento collettivo che occultano la soggettività femminile.

La Cultura egemone può funzionare inconsciamente proprio come il “manipolatore perverso” che, nella relazione affettiva con la partner, arriva a modellare la personalità della donna, sottraendole la sua volontà, la stima di sé, il suo avvenire, lo slancio, ossia la vita. Le donne che colleghe e colleghi psicologi incontrato nei Centri antiviolenza e nelle Case delle donne sono vite umane costrette alla sottomissione, a muoversi a passi brevi, tremanti e incerti “sotto l’egida” di uomini controllanti.

Tuttavia, ho apprezzato con le parole della Presidente di Liberaluna (un nome simbolicamente legato ad un principio femminile - la luna – che vuole essere libero e liberatorio?) che, finalmente, esistono già attivi in Molise progetti per l’inserimento socio-lavorativo delle donne vittime. Queste sono azioni concrete che “liberano” non solo le donne ma anche la nostra Cultura da configurazioni psichiche di massa che alimentano la violenza di genere! E intanto sono stati strutturati, grazie all’apporto di Maria Grazia o di Giuseppina Frate (di BeFree Molise) e di tante altre donne molisane, anche percorsi psicoterapeutici rivolti alle vittime non solo al fine di proteggerle e aiutarle nell’elaborazione dei traumi subiti, ma anche distimolare e sostenere un cambiamento radicale nella loro vita, che parta dalle rappresentazioni di se stesse e della comunità in cui vivono. È una strada ancora tutta da percorrere, che testimonia però l’esigenza di operare trasformazioni profonde, durature e significative nel delicato equilibrio tra individuo e società.

Sono convinto, infatti, che, soprattutto nel caso delle donne maltrattate, non si può parlare di “terapie efficaci” se non garantendo processi terapeutici che coinvolgano le comunità, capaci di costruire una piena soggettività della Donna, anche sottoponendo a critica quei valori collettivi che nel corso dei secoli hanno definito i parametri di una identità femminile “adeguata”.

(Pubblicato il 26/11/2017)

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