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SENSO/4
Autonomia sì, autonomia no? Il caso del genitore italico
E’ noto che, tra gli europei, noi italiani siamo il popolo più “affettivo”. Un fattore rilevante per analizzare il dibattito sollevato dal caso della circolare rilasciata dai presidi di molte città italiane di cui avrete sentito parlare nelle ultime settimane; quella che chiude alla possibilità che i genitori degli studenti firmino una liberatoria per lasciar uscire da soli da scuola gli alunni con età inferiore a 14 anni e farli tornare a casa in piena autonomia.


di Nicola Malorni

E’ noto che, tra gli europei, noi italiani siamo il popolo più “affettivo”: nell’espressione degli affetti, ad esempio, non temiamo rivali ma tendiamo anche a restare più a lungo tra le amorevoli cure della nostra famiglia di origine. E sembra che la tendenza si sia decisamente accentuata nelle ultime decadi: infatti, sempre meno giovani tra i 18 e i 34 anni sono disposti a “fare la valigia”. Stando ai dati sulla "Coesione sociale" dell’Istat, dell’Inps e del Ministero del Lavoro, già nel 2014 i 18-34enni che si trovavano a vivere in famiglia erano circa 7 milioni, ovvero il 67,3% della popolazione di riferimento, ma il numero è cresciuto in maniera esponenzialenegli ultimi anni. Rispetto agli altri europei, i giovani italiani sono tra i più dipendenti (dietro soltanto agli slovacchi) con quasi 20 punti di differenza rispetto alla media UE del 47,9%. Ai primi posti in autonomia svettano i giovani francesi (34,5%), i tedeschi (43,1%) e i britannici (34,3%) ma soprattutto i danesi (19,7%).

Ma che succede? Sarà proprio vero che l’attuale situazione economica e la mancanza di lavoro sono i fattori reali che ostacolano l’autonomia dei giovani italiani? Certo è che per sostenere le spese di un affitto o del mutuo serve uno stipendio non solo "dignitoso" ma anche stabile, e al giorno d’oggi è una circostanza decisamente da privilegiati. Ma ho potuto rilevare un aspetto interessante dai dati Istat: non tutti quelli che restano a casa con i genitori lo fanno in assenza di un’occupazione. Il 40,3% di quelli che continuano a vivere con i genitori lavora full time mentre il 18,8% si dichiara ancora studente e il 24,3% si dice disoccupato. Questi dati mi hanno sollecitato a fare alcune riflessioni che riguardano le attitudini a “individuarsi” dei giovani, ossia le loro capacità di diventare individui adulti, con una identità stabile e coesa, perseguendo un proprio progetto di vita (gli aborigeni australiani usano un termine molto evocativo: “la propria visione”) nel rispetto della individualità di ognuno.


Gli anglosassoni hanno coniato addirittura una definizione specifica per i genitori che stimolano la separazione dei figli, ossia quella di free-range parents (letteralmente “genitori all’aperto”), contrapponendola alla categoria degli helicopter parents (“genitori elicottero”), che invece sorvolano il più possibile sulle teste dei loro pargoli proiettandovi costantemente sopra la propria “ombra”. Uso questa terminologia junghiana per riferirmi alla tendenza a proiettare parti della personalità non accettate, angosce o sentimenti penosi sugli altri: nel caso specifico, dei genitori sui figli.


Ebbene, da noi sta accadendo che, quello che sembrava il “lato oscuro” dell’iper-protettivo genitore italiano, il lato negato e non vissuto, ossia la parte “free range parent”, si sia improvvisamente ridestato sull’onda emozionale di una circolare rilasciata dai presidi di molte città italiane di cui avrete sentito parlare nelle ultime settimane; quella che chiude alla possibilità che i genitori degli studenti firmino una liberatoria per lasciar uscire da soli da scuola gli alunni con età inferiore a 14 anni e farli tornare a casa in piena autonomia. Poiché nel nostro Codice Penale è specificato, infatti, che per i minori di 14 anni è prevista una presunzione assoluta di incapacità, la circolare riporta che “chiunque abbandoni una persona minore di anni 14 della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”. Inevitabile la polarizzazione di schieramenti “pro” e “contro” la circolare di genitori, insegnanti, rappresentanti politici e addetti pedagogisti e psicologi.

Che i genitori apprensivi ed iperprotettivi, con stili di attaccamento insicuri, possano contribuire a procurare problematiche psicologiche in età adulta, come attacchi di panico o depressione, è noto e ampiamente documentato; al contrario, esperienze di autonomia come andare e tornare a scuola da soli in autobus o a piedi, dai 10-11 anni in poi, innalzano l’autostima, facilitano la capacità di riconoscere i pericoli e l’attivazione di strategie di fronteggiamento degli ostacoli, rinforzano la solidarietà tra pari e la coesione di gruppo. Finché i figli hanno 8-9 anni, accompagnarli a scuola equivale ad inviare anche un messaggio chiaro di disponibilità affettiva, ossia che c’è un adulto di riferimento pronto a proteggerli in quanto non ancora maturi e dipendenti dalle cure genitoriali, non capaci di gestire la complessità delle situazioni esterne, non ancora pronti per affrontare le possibili insidie del mondo.

Ora, provate a pensare però di comunicare questo stesso messaggio ad un ragazzo di 12 o 14 anni. Rendere legittimo questo messaggio, anzi illegale il suo contrario, si sta rivelando davvero, al di là delle opportune valutazioni giuridiche, l’ironia della sorte di un popolo che la statistica internazionale designa da decenni come il più “mammone” in Europa.
Ma che si fa allora? Non rispettiamo la Legge per favorire l’autonomia dei ragazzi?La Legge va rispettata ma va anche ben interpretata. Va presto detto, pertanto, per scongiurare qualche equivoco o apprensione ulteriore, che in Italia il concetto di “abbandono di minorenne” è molto ben definito. Dipende in questo caso da ciò che nostro figlio dovrà fare nel tragitto per tornare a casa. In molti casi, infatti, parlare di abbandono è sicuramente eccessivo anche per il nostro Codice Penale. L’abbandono di minore prevede che l’adulto che lascia solo il figlio minorenne prefiguri consapevolmente una situazione di pregiudizio.

In Molise non abbiamo la metropolitana, ad esempio, e se i nostri ragazzini non devono prendere la metro quando ormai è buio, nessun problema. Inoltre, non è affatto vero che i minorenni hanno una assoluta incapacità perché altrimenti non potremmo neppure chiamarli – come invece avviene regolarmente – a testimoniare nelle aule di tribunale.
La materia quindi è molto complessa.

La scelta di numerose scuole italiane – sollecitata dalla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli che ha sollevato il problema – per quanto coerente possa risultare rispetto alle norme ancora vigenti, se non riflettuta sufficientemente, non rischia di diventare antieducativae contraria a qualsiasi buona considerazione psicologica? La natura difensiva di questa scelta, intanto, è presto svelata: a scatenare questa reazione istituzionale che vieta l’autonomia dei ragazzi, infatti, sembra essere stata una recente sentenza della Cassazione, che ha condannato una scuola e il Miur per la morte di un ragazzo avvenuta una quindicina di anni fa al di fuori del perimetro scolastico.

Talvolta, la coscienza collettiva (di istituzioni, famiglie, professionisti, politici) affronta le angosce proprio come l’individuo nevrotico, assumendo posizioni difensive rigide che, col tempo, si rivelano disfunzionali per l’adattamento e per lo sviluppo dell’individuo stesso. Ma intanto la circolare c’è e non preoccupa soltanto i genitori, ma anche molti insegnanti i quali, se lasciano uscire da solo un ragazzo, rischiano una denuncia per mancato controllo. Tutti attenti dunque! Mi preoccupa molto che la paranoia collettiva che sta imperversando un po’ ovunque nella nostra società arrivi a contaminare anche le sane responsabilità genitoriali.

Non bastava dunque la posizione della “madre mediterranea” (e anche del padre) che tende a trattenere i pargoli impedendogli attraverso un amore “inflazionato” e senza limiti di separarsi per la vita adulta; ora sopraggiunge anche una sorta di “super-Io collettivo” che sembra metterci in guardia proprio contro il lato trascurato della genitorialità italiana, quello rimasto incompiuto e più volte invidiato agli altri genitori europei, quello della “free range parenting” – per intenderci: «Anche i genitori devono essere consapevoli che questa è la legge» - ha tuonato la ministra all’Istruzione. Possiamo anche essere d’accordo con questa affermazione ma la questione “autonomia” resta aperta e non può essere rinviata o trascurata se poi - come si dice - “i giovani sono il futuro dell’Italia”.


Jung ci ha mostrato chiaramente nel secolo scorso le insidie presenti nell’inconscio collettivo: il suo insegnamento risulta ancora oggi molto attuale. Guardiamo con invidia alle attitudini separative e individuative degli altri figli europei, mentre ci preoccupiamo di reprimere lo sviluppo dell’autonomia nei nostri giovani con mezzi diversi; lasciamo i percorsi scuola-casa incontrollati, non pattugliati da vigili, oggi introvabili, con strade insicure da attraversare, con poche zone pedonali e piste ciclabili quasi assenti (soprattutto al Centro e al Sud), e lasciando sfrecciare gli automobilisti a 80-100 km orari vicino a una scuola parlando al cellulare, puntando allo stesso tempo il dito della statistica contro il lato incompiuto di una genitorialità italiana “troppo amorevole”. Bene il rispetto delle norme, dunque, ma sicuramente sono preferibili le norme capaci di promuovere benessere.

(Pubblicato il 05/11/2017)

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