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#QUELLAVOLTACHE ...
La violenza social
Il punto di vista (diverso) del dottor Nicola Malorni, analista e psicologo, sul progetto estemporaneo #quellavoltache, l’hashtag lanciato in Rete dalla giornalista e scrittrice Giulia Blasi dopo le denunce delle attrici di Hollywood contro il produttore Weinstein e, soprattutto, dopo gli insulti e le insinuazioni contro Asia Argento che, come le colleghe statunitensi, è stata sua vittima. "Scorrendo le centinaia di tweet e post lanciati sulla Rete, si ha la percezione chiara, infatti, di un processo affine all’omologazione, spersonalizzante e alienante, volto all’assorbimento passivo di storie che, per caratteristiche tipiche della narrazione sui social, non permettono di certo neanche di avvicinarsi agli stati di sofferenza, antichi o attuali, perché prive di quelle emozioni vive che invece caratterizzano spesso le denunce patite, di adulti o bambini, raccolte in altri luoghi, più attrezzati dal punto di vista emozionale".


di Nicola Malorni

Quanto accaduto in queste ultime settimane su Twitter e Facebook, con risonanze in molti programmi televisivi e articoli dei maggiori quotidiani, a molti non sarà certamente sfuggito; qualcuno si sarà anche sorpreso del potere tentacolare di questo bizzarro mondo “social” nel penetrare le “ombre” più oscure e inquietanti del nostro periodo storico, portando - così pare - molte donne in Italia alla denuncia e all’abbattimento di pregiudizi e tabù atavici, di non-detti che a volte hanno odore di omertosa rassegnazione o di appresa impotenza, che colpiscono il genere femminile e alimentano i circuiti perversi della violenza contro la donna.

Parlo di #quellavoltache, l’hashtag lanciato in Rete dalla giornalista e scrittrice Giulia Blasi dopo le denunce delle attrici di Hollywood contro il produttore Weinstein e, soprattutto, dopo gli insulti e le insinuazioni contro Asia Argento che, come le colleghe statunitensi, è stata sua vittima.
Un “progetto narrativo estemporaneo” - così lo ha definito sul suo blog l’autrice – che sta stimolando rivelazioni di abusi, pensato proprio – si legge nel sito della Blasi - “per raccontare le volte in cui siamo state molestate, aggredite, ma anche quelle in cui ci siamo sentite in pericolo e non sapevamo bene perché, e ci davamo delle cretine per esserci messe in quella situazione”.
La consegna è chiara: “Dite a tutti come vi siete sentite, cosa avete pensato, perché non avete parlato… e se avete parlato, cosa è successo dopo”.
Sono state così raccolte tante brevissime storie di abusi del tipo “#quellavoltache un tizio ha gentilmente posato la sua mano sul mio sedere”.
Il “progetto narrativo” sta avendo un incredibile successo, è innegabile; e sta dando voce a qualcosa che fino a poche settimane fa non aveva ancora una forma. Ma quale forma sta assumendo questa “rivelazione collettiva di violenza”? Sarà utile? E a cosa?

Inizio col chiedermi, dalla mia prospettiva di psicologo e di analista, se il dolore di migliaia di donne può essere affidato ad un hashtag senza effetti collaterali, ovvero se questo non sia ancora un perverso, oscuro movimento dello psichismo collettivo che affida la sofferenza delle donne ad un “innovativo, attraente, seduttivo” contenitore rumoroso, quello dei social, di una società liquida, informe e , di fatto, refrattaria all’anima. Non è mia intenzione demonizzare i “social” e i loro fruitori; intendo però sollecitare una riflessione etica su quanto sta accadendo.

Il mio timore è che questa estremizzazione della “socializzazione” di esperienze traumatiche o comunque dolorose come le violenze, mediante i canali social possa diluire ulteriormente la percezione di una responsabilità individuale che andrebbe, al contrario, recuperata per contrastare efficacemente il fenomeno delle violenze di genere contro le donne alla sua radice.

Questo fiume di denunce senza personaggi e senza autori, non ha certamente i tratti di una caccia al mostro, ma sta rivelando le scie di una guerra fredda alle violenze di genere contro la donna che sembra avere come unico esito quello della redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa o il contenimento dei fattori di rischio associati alle violenze.
Scorrendo le centinaia di tweet e post lanciati sulla Rete, si ha la percezione chiara, infatti, di un processo affine all’omologazione, spersonalizzante e alienante, volto all’assorbimento passivo di storie che, per caratteristiche tipiche della narrazione sui social, non permettono di certo neanche di avvicinarsi agli stati di sofferenza, antichi o attuali, perché prive di quelle emozioni vive che invece caratterizzano spesso le denunce patite, di adulti o bambini, raccolte in altri luoghi, più attrezzati dal punto di vista emozionale, quali le relazioni vis a vis nei servizi sociali, nei consultori familiari, nelle stazioni di polizia, nelle scuole, o nel semplice abbraccio di una figura familiare o amica. Qui, quelle storie entrano nella carne e le porti addosso per mesi, o per anni. Questi sono alcuni dei luoghi dove l’ascolto e la narrazione di vicende simili dovrebbero essere assicurati e implementati.


Ci si sorprende da qualche settimana del successo social di un hashtag “rivelatore” trascurando che vi sono già dati scientifici certi dell’esistenza di un “sommerso” diffuso in tutto il mondo, che riguarda adulti e bambini, rispetto ai quali nulla o poco si continua a fare nell’accoglienza, nella cura, nella prevenzione.

La violenza di genere contro le donne è una problematica etica, prima ancora che psicopatologica o sociale. L’agire etico è sempre un atto individuale, implica necessariamente un io consapevole (è la mia decisione), e mai un noi (non è un atto collettivo, è sempre la scelta del singolo di atteggiarsi in un certo modo nei confronti dell’Altro).
La fiumana di post e tweet che vediamo scorrere sui nostri smartphone in queste ultime settimane ha fatto emergere storie, ma storie di quali persone? Di persone/maschere, nel senso utilizzato da Jung di maschere che ricoprono un ruolo sociale, decretato dal Collettivo: “Dite a tutti come vi siete sentite, cosa avete pensato, perché non avete parlato… e se avete parlato, cosa è successo dopo”.
Senza dubitare della veridicità delle rivelazioni, anzi constatando il potere effettivo di denuncia collettiva dell’hashtag, credo sia utile evidenziare come, dietro la brava giornalista Blasi, vi sia anche la regia inconsapevole di un Collettivo umano che improvvisamente, dal silenzio (omertoso) in cui ha sostato per decenni, decide di mettere in scena un’opera assordante, audace, capace di dar voce a “profili” social, ma mai, ancora una volta, ad individui che quelle storie le patiscono nella carne e nell’anima.


Assistiamo così ad uno spettacolo desolante: un teatrino mediatico e politico innescatosi intorno alle rivelazioni di attrici famose e alle denunce dell’hashtag che, infierendo talvolta sul corpo e sull’anima di chi quelle violenze le ha subite davvero, è giunto anche a produrre insulti online e articolate considerazioni che distinguono “uno stupro dall’altro”! Come se potesse esserci uno “stupro voluto e dolce”, ed uno non desiderato e cruento.

Ecco che allora, la denuncia social rivela il volto e il potere distruttivo dell’omologazione, che caccia via l’anima ancora una volta nei circuiti della violenza reiterata di un Collettivo inconsapevole delle proprie parti violente: ancora una volta la donna denunciante si trova di fronte ad una società profondamente maschilista in cui certi atteggiamenti di abuso e prevaricazione sono spesso percepiti come “normali”. Basti qui citare i dati raccolti dalle Mappe dell’intolleranza di Vox-Osservatorio italiano sui diritti, che su Twitter hanno registrato oltre 1 miliardo di tweet sessisti su un campione di 2 miliardi complessivi.

Ma questi non sono dati utili a risvegliare la nostra coscienza etica? O forse sono più efficaci gli hashtag? Con tutta evidenza no. Sarà utile iniziare a riflettere, piuttosto, su quanto sia difficile ancora riconoscere la violenza e nominarla nelle offese rivolte a qualcuno quando siamo in disaccordo, nell’alzata di voce per prevaricare nella discussione, nel lancio di oggetti davanti ai bambini quando siamo esasperati o quando qualche volta arriviamo finanche a lanciare uno schiaffo ai nostri figli quando ci mancano di rispetto, o quando diciamo “beh quella lì, lo so io come è riuscita a fare tanta strada”.

Iniziamo col far notare ai nostri figli e ai nostri studenti come il disprezzo sessista che scatta quando la donna mostra la sua intelligenza, le sue capacità di autodeterminazione, la sua peculiarità di genere, sia l’anticamera del femminicidio e della violenza contro le donne!

Essa non è perpetrata da mostri assetati di sangue: sgorga, assumendo forme diverse a seconda dei contesti, da una fonte comune e trasversale a tutti i ceti e contesti sociali che è la legittimazione collettiva di atteggiamenti e comportamenti incentrati sulla prevaricazione dell’uno verso l’altro (uomini verso donne, adulti verso bambini, persone sane verso persone con disabilità, capi contro dipendenti). Finché questi aspetti resteranno nascosti, continueremo a condannare ed esecrare la violenza così rumorosamente mostrata dai canali “social”, lasciando inalterata la matrice sociale che nasconde il vero volto di una violenza collettiva con-fusa quotidianamente con la “normalità”.

(Pubblicato il 22/10/2017)

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