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Cronache
La scarpata e il rebus della falesia. Tunnel, Soprintendenza dice no. Ma apre al confronto
Durante la conferenza di servizi decisoria sul progetto di riqualificazione del centro cittadino la Soprintendenza Archeologica delle Belle Arti ha espresso parere negativo, ravvisando rischi sia dal punto di vista archeologico che dello snaturamento dei luoghi, soprattutto in relazione alla ipotesi dell’esistenza di una falesia a Sant’Antonio. La documentazione storica e fotografica dimostra però che l’unico tratto di costa a strapiombo sul mare si trovava a RioVivo prima dell’insabbiamento. Il responsabile Fioravante Vignone ha sollevato diverse obiezioni, mostrandosi tuttavia disponibile a un confronto con progettisti e Amministrazione comunale.


di Stefano Di Leonardo

La falesia scomparsa di RioVivo in una foto del 1933 (archivio C.Cappella). Sopra il profilo del colle di Sant’Antonio in una foto del 1911 di Luigi Graziani
Termoli. Così com’è non si può fare, ma se ne può ancora discutere. È in sostanza questo il concetto espresso dalla Soprintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio del Molise che ha dato parere negativo al progetto di riqualificazione del centro cittadino, che prevede un tunnel fra porto e lungomare, un parcheggio multipiano a cinque livelli sotto piazza Sant’Antonio, un teatro da 700 posti vista mare e una serie di complessi residenziali e commerciali nella zona di Pozzo Dolce.

Lo ha fatto durante la conferenza di servizi decisoria avviata lo scorso 10 agosto, che nei prossimi giorni andrà avanti con un tavolo bilaterale per verificare la fattibilità di apportare modifiche al progetto, che secondo il rappresentante della Soprintendenza Fioravante Vignone nel modo in cui è stato pensato andrebbe a intaccare drasticamente l’aspetto paesaggistico della zona più caratterizzante di Termoli, cioè la scarpata di Sant’Antonio. Un colle che secondo la valutazione di un architetto della Regione Molise, Francesco Manfredi Selvaggi, sarebbe una falesia, vale a dire una costa rocciosa che teoricamente non si potrebbe toccare, né cementificare. Il punto, dal quale deriva anche la bocciatura della Soprintendenza, è proprio questo. E pone una domanda, visto che la documentazione storica e architettonica non è affatto lineare: quella collina è davvero una falesia?

Non ci sono prove scientifiche a supporto. Anzi: le relazioni geologiche, le vecchie fotografie scattate nei primi decenni del Novecento e le mappe ottocentesche suggeriscono il contrario. Il colle di Sant’Antonio non è una falesia, la composizione della terra non è rocciosa, la spiaggia che lo separa dal mare esiste almeno da due secoli ed è impensabile che si sia creata in una manciata di decenni.

Tuttavia le caratteristiche di questa collina, che per i Beni Architettonici bisogna salvaguardare nella sua percezione visiva dal Borgo e dalla spiaggia sottostante, sono l’elemento sul quale si radica la bocciatura di Vignone, una bocciatura rimarcata nei giorni scorsi dal comitato No Tunnel, e che il Comune non può certo trascurare.

Lo stesso sindaco Angelo Sbrocca ammette che «è una criticità», pur mostrandosi oltremodo possibilista circa «il suo superamento, dopo una fase di confronto aperto e con la garanzia che la ditta (la De Francesco Costruzioni, ndr) non ha chiuso a modifiche». Modifiche finalizzate a tutelare il colle, nella sua estetica e nella sua caratteristica paesaggistica.

Dalle indiscrezioni in Municipio, che tra pochissimo dovrebbe rendere pubblico il verbale della seduta del 10 agosto comprensivo del parere del Paesaggio, si apprende che le perplessità della Soprintendenza, inaspettate visto che in precedenza l’ente statale si era espresso in maniera diversa, riguardano tanto l’aspetto architettonico quanto quello paesaggistico.

Se si tratti di limiti superabili, come in Municipio si crede e si spera, lo dirà l’esito finale della conferenza di servizi decisoria avviata poche settimane fa, durante la quale Vignone ha comunque fatto sapere di essere aperto a un confronto fra le parti. Quando questo confronto si terrà non si sa ancora, dato che il periodo di ferie a cavallo di Ferragosto ha fatto slittare gli incontri. Tuttavia ci sono ancora oltre due mesi prima che venga concluso l’iter di autorizzazione decisoria sul progetto da 19 milioni di euro (5 di contributi pubblici, 14 di finanziamento privato della ditta De Francesco Costruzioni).

In attesa dei nuovi incontri, restano due incognite. L’ente guidato dall’architetto Vignone rileva rischi connessi a un intervento ai piedi della scarpata sulla quale sorge il Paese vecchio, un intervento che quindi andrebbe a snaturare la percezione del paesaggio da parte dei cittadini e della loro memoria collettiva. “Una trasformazione irreversibile, estranea alla storia e all’urbanistica della città”, che comprometterebbe la Termoli com’è conosciuta attualmente.

«Tutti i grandi progetti di riqualificazione – commenta l’assessore Gallo interpellato da Primonumero – vanno inevitabilmente a modificare il colpo d’occhio. Sono convinto che si possa arrivare a un buon compromesso, che da un lato garantisce l’esigenza di modernizzazione di Termoli e dall’altro non stravolge le sue caratteristiche paesaggistiche». In fondo, dicono dal Comune, a essere interessata dall’intervento non è il Borgo Vecchio o un monumento, ma una piazza, Piazza Sant’Antonio, che per altro «verrebbe restituita alla collettività come giardino, così come era fino ai primi anni Cinquanta, tornando a essere una villa comunale libera dal traffico e piena di verde».

La Soprintendenza sottolinea anche i timori per la Torretta Belvedere e il centro storico, ritenendo i carotaggi eseguiti nei mesi scorsi insufficienti per capire cosa c’è veramente nel sottosuolo in prossimità del Borgo, nonché sotto piazza Sant’Antonio, dove esisterebbe un’antica necropoli.
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Manufatti e reperti per giunta più volte citati dai progettisti che hanno assicurato un lavoro di tutela e di conservazione in caso di ritrovamenti. «Se servono altri carotaggi, nei punti indicati espressamente dalla Sovrintendenza, li faremo, non c’è alcun problema» replica De Francesco, sposando la convinzione che si tratti di “prescrizioni superabili” e non di una bocciatura del progetto su tutta la linea.

Anche perché il parere negativo viene tracciato sulla scia dei dubbi espressi dall’Ufficio Autorizzazioni e Compatibilità paesaggistica della Regione Molise attraverso l’architetto Francesco Manfredi Selvaggi, il quale già in passato aveva ipotizzato che il colle di sant’Antonio possa essere una falesia morta, e come tale da salvaguardare. Anzi, secondo la sua opinione tutta la parte costiera compresa tra la valle del Biferno e quella del Sinarca, compreso il Borgo Vecchio, sarebbe stata in origine una falesia, un’altura la cui composizione è prevalentemente rocciosa che scende a strapiombo sul mare.

Una falesia viva di sicuro a Termoli c’era, ma si trovava a Rio Vivo, come diverse fotografie risalenti ai primi decenni del Novecento dimostrano. Un tratto di costa con le caratteristiche specifiche della falesia è rimasto almeno fino all’insabbiamento della costa di levante. Ben diversa, secondo la documentazione storica, la letteratura e le modifiche geomorfiche di cui si è a conoscenza finora, la situazione di Sant’Antonio. Classificare la scarpata come una falesia non sembra trovare supporti, a cominciare dal profilo fortemente inclinato del colle che si discosta abbondantemente dal mare, allargando un ampio tratto di spiaggia come già evidente in una foto della prima decade del Novecento.

Giovanni De Fanis, nei suoi studi sulla balneazione a Termoli, ha prodotto un contributo storico che indica chiaramente come l’unico tratto costiero caratteristico di una falesia è quello che sta in prossimità di Rio Vivo. A conferma esiste una cartografia prodotta dall’Istituto geografico militare che disegna il tratto costiero da ovest a est contornato da sabbia fin dalla prima metà dell’Ottocento.

(Pubblicato il 28/08/2017)

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