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Vibac: clima da Full Metal Jacket.
Licenziamenti e troppi infortuni nell’azienda che assume, ma dove si lavora nella paura
Dopo l’operaio licenziato perchè usava Facebook in azienda, diventato anche un caso nazionale, alla Vibac del Nucleo Industriale di Termoli si accende la protesta per "gli incidenti e infortuni che cominciano ad essere troppi, e la pioggia di contestazioni disciplinari che creano un clima di tensione difficilmente gestibile". La denuncia è delle sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, che lunedì farà un’assemblea con i dipendenti per "ricondurre questa azienda ad una gestione rispettosa dei diritti e della dignità dei lavoratori, e all’attenzione per la sicurezza".


Termoli. Si guarda a un post su facebook e si perde di vista la sicurezza. Si licenzia un “bravissimo operaio”, colpevole di aver preso un po’ di tempo sul social network, e si tollera che gli operai lavorino in una condizione di pericolo. «Si fa manutenzione con i macchinari accesi, quando mai si è visto? E’ pericoloso». Alla Vibac del Nucleo Industriale di Termoli il problema maggiore è proprio quello della sicurezza. «Altro che facebook, qua il rischio è quello di farsi seriamente male e anche di fare male alla produzione: una situazione che non conviene a nessuno». Marcello Giuditta, segretario regionale della Femca Cisl, condivide il grido d’allarme lanciato dal collega della Cgil Lino Zambianchi, che ha accusato i vertici dello stabilimento che produce nastro adesivo di trascurare un settore fondamentale come la sicurezza dei dipendenti, in una fabbrica dove circolano colle, solventi e roba chimica, una realtà consolidata che lavora, e che peraltro assume a dispetto del momento e della crisi che ha investito il settore. Nella quale, tuttavia, mancherebbero le più elementari garanzie per evitare infortuni, che difatti si verificano, raccontano i numeri della cronaca, con la frequenza di quasi uno al mese. Se se ne parla poco o niente è perché è difficile far trapelare questo tipo di notizia, pena qualche punizione. Insomma, i sindacati sono concordi sul fatto che così non si può andare avanti, che bisogna porre un freno al clima di terrore, che chiude la bocca ai dipendenti, costretti a vivere sotto costante minaccia: “Se sgarri ti buttiamo fuori”.


E’ capitato, qualche giorno fa, a un 42enne di Termoli. Prima sospeso dal lavoro un paio di giorni per alcuni post su facebook pubblicati in orario lavorativo e non graditi ai responsabili, che a detta di chi tutti i giorni si reca nello stabilimento e conosce la situazione, sono diventati una sorta di sergente Hartman di Full Metal Jacket. Ma gli operai, comprensibilmente, non vogliono esporsi. «Non possiamo parlare, ci sono state già troppe ritorsioni».
A parlare perciò sono ora i sindacalisti, che con una nota unitaria firmata da Zambianchi, Giuditta e da Carlo Scarati per la Uil, annunciano una assemblea con i lavoratori per lunedì prossimo. «Valuteremo le strategie da mettere in campo per poter ricondurre questa azienda ad una gestione più corretta e rispettosa dei diritti e della dignità dei lavoratori, con grande attenzione alla sicurezza».

Già. Sicurezza che non c’è, almeno a sentire la versione dei sindacati che parlano di uno «stabilimento bellissimo gestito con la frusta e da persone delegate che non hanno sufficiente esperienza per affrontare la situazione». La Vibac non è una fabbrichetta qualsiasi, ma uno stabilimento importante, sbarcato a Termoli nel 1990, che fa parte di un gruppo con diverse aziende in Italia e una in Serbia. Ci lavorano 150 persone e negli ultimi mesi sono state assunte altre 40 unità, pescate in prevalenza tra gli interinali e gli ex lavoratori dello Zuccherificio. «Una fabbrica che assume – riflette Marcello Giuditta – e che è stata da sempre un patrimonio occupazionale importante per questo territorio, non può ridursi a fare manutenzione o pulizia con le macchine in movimento e i prodotti chimici in giro. Non è concepibile».

Il licenziamento causa facebook è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il caso è finito anche sui nazionali, se ne è parlato in lungo e largo, ed è comprensibile: mediaticamente fa rumore e suscita l’interesse collettivo in una società che, senza esclusione, vive mezza giornata sui social network.
Ma al di là del caso specifico, che finirà in Tribunale davanti a un giudice del lavoro, il problema della Vibac è un altro. Anzi, diversi altri, a partire rinnovo del premio di risultato per il quale «l’azienda costringe le Rsu a riunioni in Piemonte, forse per fiaccare i rappresentanti sindacali», per finire ai continui spostamenti di personale. Che significa? Che lavoratori che svolgono il ruolo di sindacati interni, iscritti sia alla Cgil che alla Cisl e alla Uil, sono stati trasferiti di mansione dall’oggi al domani, spostati da incarichi di responsabilità all’ultimo anello della catena produttiva, «solo per aver detto un no o aver fatto qualcosa che non è stata digerita dai capi».

I dipendenti – continuano i tre segretari regionali - «ogni giorno si vedono assegnare posizioni di lavoro e mansioni diverse, molto spesso di livello inferiore. Gli incidenti e gli infortuni cominciano ad essere troppi e la pioggia di contestazioni disciplinari crea un clima di tensione difficilmente gestibile». In azienda tanti i casi che si citano per dimostrare questa specie di “ricatto” che rasenta la condotta antisindacale. Il più eclatante riguarda un caporeparto, anzi un ex caporeparto iscritto alla Cisl. Per tanti ha lavorato alla Vibac con mansioni di responsabilità, era una sorta di autorità e punto di riferimento. Poi, per comportamenti che il nuovo amministratore di fatto non ha gradito, è stato spostato «senza una spiegazione» nel reparto delle taglierine, praticamente all’ultimo posto. «Immaginate che clima si possa creare con scelte del genere. Basta, torniamo a recuperare la bella azienda che era una volta la Vibac».

(Pubblicato il 15/06/2017)

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