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Cronache
Presunto ricatto a Frattura: Fabio Papa e Manuela Petescia assolti da tutte le accuse
“Il fatto non sussiste”: con questa formula il giudice del Tribunale di Bari ha assolto oggi, 4 maggio, i due ex imputati nel processo con rito abbreviato Fabio Papa e Manuela Petescia, rispettivamente magistrato e direttrice della emittente Telemolise. Erano stati rinviati a giudizio per tentata estorsione, tentata concussione e rivelazione del segreto istruttorio. Assolti con formula piena da tutte le accuse. Le motivazioni tra 90 giorni. Soddisfatti i difensori di Papa e Petescia, che si erano sempre dichiarati estranei e avevano accusato Frattura di aver mentito. Delusione invece per il Governatore, oggi a Bari per la lettura del dispositivo.


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Processo Di Bari. Assolti: come a dire che la "cena dei ricatti" non c’è mai stata, né vi è stato un tentativo di condizionare il presidente Frattura attraverso minacce e pressioni mediatiche. Finisce così, dopo quasi sedici mesi il processo di Bari che vedeva imputati Fabio Papa, ex pm in servizio a Campobasso, e Manuela Petescia, direttora di Telemolise, accusati di vari reati fra cui tentata estorsione, tentata concussione, violazione del segreto istruttorio.

In aula c’erano - oltre agli avvocati e al giudice - sia gli accusati che l’accusatore principale: da una parte Fabio Papa e Manuela Petescia , dall’altra Paolo Frattura, il Governatore del Molise.

Alle 15 di oggi 4 maggio il giudice, dopo una veloce camera di Consiglio, ha letto il dispositivo: “Assolti da tutte le accuse perché il fatto non sussiste”. Cadono tutte le ipotesi di reato per il magistrato che in passato ha prestato servizio nella Procura di Campobasso, e per la direttrice di Telemolise.

Una assoluzione, la loro, con formula piena. Il giudice, a conti fatti, ha interamente respinto l’istanza della pubblica accusa rappresentata dal pubblico ministero Pasquale Drago, che aveva chiesto quattro anni di carcere per Papa (frutto di una riduzione di pena di un terzo dalla pena base di sei anni) e la radiazione a vita dalla magistratura, e 2 anni e 8 mesi (quattro anni ridotti di un terzo) per Petescia, oltre alla interdizione temporanea dalla professione giornalistica.

Le motivazioni della sentenza si conosceranno tra novanta giorni. Il processo è durato quasi sedici mesi e si è svolto in sordina, protetto dal rito dell’udienza preliminare che vieta la presenza in aula di cronisti e di pubblico. Inoltre è andato in scena in un tribunale – quello di Bari – lontano dal Molise, una distanza che ha in qualche modo attenuato il clamore della vicenda. Del resto, anche le indagini poi sfociate nella richiesta di rinvio a giudizio per Papa e Petescia erano andate avanti per due anni in un clima di totale riservatezza.

La Procura di Bari cominciò a indagare nel marzo del 2014, poche settimane dopo l’esplosione delle polemiche suscitate a Campobasso e dintorni dall’inchiesta sul cosiddetto “sistema Iorio” (un’inchiesta che puntava il dito contro presunte commistioni di interesse tra il sistema di potere dell’ex governatore Iorio e alcuni organi di informazione locale, fra cui Telemolise). Alcuni indagati del “sistema Iorio” – e Manuela Petescia era fra questi – insinuarono che l’inchiesta a loro carico fosse sostanzialmente frutto di un complotto ordito dalla Squadra Mobile di Campobasso, dall’allora questore del capoluogo, Pozzo, e dalla vice capo di gabinetto Giuliana Frattura, sorella del governatore Paolo. E nel bailamme di quei giorni confusi, il pm Fabio Papa – ancora alla Procura di Campobasso – mise sotto inchiesta il questore Pozzo e poi lo stesso Paolo Frattura per tutt’altre ragioni, ma insinuando che il questore, cioè il vertice più alto della polizia di Campobasso, si stesse adoperando per proteggere il governatore Frattura, fratello della sua vice capo di gabinetto Giuliana.

In sintesi: la Procura di Bari, in quell’inizio di indagine, iscrisse nel fascicolo degli indagati Fabio Papa accusandolo di aver ceduto alle pressioni di Manuela Petescia (con la quale aveva una relazione di natura sentimentale) accelerando le indagini su Frattura sul caso Biocom e aprendo un fascicolo di inchiesta sul questore Pozzo al solo scopo di screditare alcuni “nemici” della direttrice di Telemolise. Per questi fatti Papa e Petescia vennero messi sotto inchiesta poiché sospettati di aver agito “in concorso” per danneggiare Frattura (con l’inchiesta sulla Biocom) e screditare il questore e con lui buona parte della questura di Campobasso nei cui uffici era nata e si era sviluppata l’indagine sul “sistema Iorio”.

In questo quadro rientrarono anche quelle azioni in cui il pm di Bari, Drago, aveva ravvisato i reati di falso ideologico a carico del solo Fabio Papa: l’ex pm di Campobasso, in sostanza, era accusato di aver volutamente nascosto al proprio superiore un’iniziativa giudiziaria che vedeva coinvolta la sorella di Frattura e di aver taciuto la sua relazione con Petescia pur di non disfarsi delle indagini sul questore e sulla Biocom.

A dicembre del 2014, dopo nove mesi di accertamenti, l’inchiesta di Bari ebbe una improvvisa svolta quando alla Procura del capoluogo pugliese si presentò proprio Paolo Frattura con un voluminoso esposto denuncia. Quaranta pagine in cui il governatore del Molise sosteneva di essere vittima di una campagna di delegittimazione – sia mediatica che giudiziaria - orchestrata da Michele Iorio e da alcuni organi di informazione a lui vicini, in primis Telemolise che gli rimproverava di non aver approvato una legge sull’editoria locale che consentisse all’emittente diretta da Manuela Petescia di incassare soldi pubblici che Iorio aveva garantito per anni e che, dopo l’avvento di Frattura alla guida della Regione, non erano più arrivati.

Per dar forza al suo esposto, ai pm di Bari il governatore del Molise fece anche cenno a quella che è stata definita “la cena dei ricatti” e che ha sostanzialmente fatto passare in secondo piano gli altri risvolti del processo. Una cena che – nel racconto di Frattura e del suo amico e avvocato Salvatore di Pardo – si era svolta nell’autunno del 2013 nell’abitazione campobassana di Fabio Papa. In quell’occasione – secondo la versione del Governatore del Molise - il magistrato e la Petescia avevano minacciato il governatore di metterlo alle corde con l’inchiesta sulla Biocom (che fino a quel momento era riservata e di cui, in teoria, nessuno avrebbe dovuto saper nulla, tantomeno Frattura e la Petescia) se questi non avesse fatto approvare al più presto una normativa regionale in grado di far arrivare nelle casse di Telemolise almeno 400 mila euro.

Naturalmente il racconto di quella cena ha cambiato tutta l’impostazione dell’inchiesta.
E’ stata l’irruzione di quella fantomatica cena a determinare gli sviluppi successivi dell’inchiesta. Secondo il pm di Bari, Petescia e Papa dopo aver chiesto a Frattura soldi per Telemolise e dopo aver incassato il suo rifiuto diedero corpo alle loro minacce: Fabio Papa accelerando l’inchiesta Biocom e l’indagine sul questore Pozzo accusato da Papa di aver favorito Frattura; Manuela Petescia dando il via a una virulenta campagna di stampa contro il governatore.

C’era un problema, però: la data esatta della cena. Una data che né Frattura né il suo amico Salvatore di Pardo hanno mai saputo indicare con certezza. E intorno a questa incertezza si sono sviluppate le indagini successive, compresi gli accertamenti sulle cellule telefoniche per provare ad appurare attraverso la localizzazione dei rispettivi smartphone se effettivamente, in una sera dell’autunno del 2013, Papa, Petescia, Frattura e Di Pardo si erano trovati nello stesso luogo per alcune ore.

I risultati delle perizie segnarono un punto a favore dei due indagati, un punto che, alla luce della sentenza del 4 maggio, si è rilevato decisivo: i tecnici infatti appurarono che nei mesi di settembre e ottobre del 2013 i telefoni cellulari dei quattro non furono mai localizzati nella stessa zona per un periodo di tempo sufficientemente lungo per giustificare una cena conviviale. L’unica incertezza riguardava un giorno del mese di novembre del 2013 in cui la fantomatica cena avrebbe potuto svolgersi poiché i telefonini di tre dei quattro presunti partecipanti (Frattura, Petescia e Papa) erano stati vicini per un paio d’ore, ma non quello dell’avvocato Di Pardo localizzato in centro a Campobasso prima delle 20 e poi “silente” per parecchio tempo. La difesa di Papa e Petescia, tuttavia, ha prodotto durante il dibattimento una documentazione in grado di provare che in quella sera di novembre Frattura non poteva essere presente alla presunta cena poiché si trovava a Termoli, ospite della seduta pubblica del Consiglio Comunale.

Il pm Drago, pur di fronte a quelle perizie tecniche, decise ugualmente di chiedere il rinvio a giudizio per Papa e Petescia. Adesso, a 14 mesi di distanza, il giudice dell’udienza preliminare li assolve perché “Il fatto non sussiste”, cioè perché in sostanza quella cena non c’è mai stata o, comunque, non sono stati prodotti indizi e prove in grado di dimostrare che vi sia stata. Dunque, assoluzione per Fabio Papa che per Manuela Petescia dai reati di tentata estorsione e tentata concussione.

La sentenza, tuttavia, sorride ai due imputati anche per ciò che riguarda gli altri reati, ugualmente gravi, e legati all’ipotesi – oggi bocciata dal giudice che ha emesso il verdetto – che il pm Papa, su pressione della Petescia, nei mesi fra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 abbia messo sotto inchiesta strumentalmente – e non con fini di giustizia - prima l’ex questore Pozzo poi il governatore Frattura. Anche da queste due ipotesi di reato Papa e Petescia sono stati assolti.

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Frattura: Rispetto il verdetto. La difesa: sentenza scontata

(Pubblicato il 04/05/2017)

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