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Falciato sulla Statale 16
Addio Isaac, travolto sulla bici. In chiesa pochi: "Neanche la morte crea integrazione"
Un funerale sobrio alla presenza degli amici dello Sweet Dream, il centro di accoglienza di Campomarino dove era ospite Isaac Igwe, il 25enne della Nigeria investito domenica sera sulla Statale 16. I giovani africani, accompagnati dai responsabili del centro, psicologhe e assistenti sociali, addolorati per la tragedia, hanno registrato il silenzio delle Istituzioni. nessun messaggio di cordoglio da parte della politica, malgrado la bandiera italiana sulla bara, seppellita nel cimitero del paese.


Campomarino. Il viaggio di Isaac, che ha attraversato in fuga Nazioni devastate dalla guerra, ha percorso a piedi il deserto africano e su una carretta il grande Mare Mediterraneo, è finito a Campomarino, paese costiero del Molise che fa i conti con le politiche dell’accoglienza in vecchi alberghi-ghetto e strutture turistiche riconvertiti alla meno peggio in centri di prima accoglienza.

Doveva compiere 26 anni, in Nigeria aveva lasciato una famiglia numerosa che si chiama Igwe, lo stesso importante cognome di atleti e monarchi del Paese dal quale lui è andato via, molti mesi fa, con la speranza di una via migliore.
Un sopravvissuto, Isaac, a differenza di tanti connazionali che incrociano la morte sul fondo del mare durante i naufragi o in qualche galera libica, seppelliti a calci nelle fosse comuni, privati di una lapide qualsiasi.


Isaac Igwe, travolto e ucciso domenica sera sulla Statale 16 in sella alla sua bicicletta poco prima di rientrare allo Sweet Dream che lo ospita, una lapide ce l’ha. Sta nel cimitero di Campomarino, lo stesso che chiude dietro una parete di cemento il corpo ormai di polvere del marinaio imbracato e ucciso scoperto sulla riva del Saccione, da quattro anni senza identità e senza che nessuno ne abbia reclamato la scomparsa.

Nessuno ha chiesto indietro nemmeno il corpo di questo giovane nigeriano, in attesa di avere i documenti e una richiesta per lo stato di rifugiato. La sua fotografia, che la coordinatrice del centro Sara ha sistemato tra i fiori colorati sulla bara per dare un volto alla commozione degli amici, strappa qualche lacrima ai suoi compagni e molti scatti con i telefonini. «Un ricordo del nostro amico, che era pieno di vita e non si fermava mai» dicono all’uscita della chiesa, mentre don Nicola - arrivato dal santuario di Madonna Grande per celebrare la messa – benedice la cassa e consola con parole di vita eterna i presenti.

Sono pochi, ridotti all’osso. Gli amici che hanno condiviso tante volte quei viaggi in bicicletta su e giù lungo la Statale, interrogandosi sulla necessità di indossare il giubbotto catarifrangente per evitare di risultare invisibili agli automobilisti, che vanno già a folli velocità sui rettilinei della strada che costeggia il mare. C’è Bertau (nella foto in basso), il compagno di stanza, che legge un ricordo emozionante in un italiano stentatissimo alla fine della messa.

Ci sono gli operatori sociali che lavorano allo Sweet Dream e in qualche altro centro vicino, mediatori culturali, le psicologhe che lavorano ai progetti di integrazione con gli ospiti delle strutture di accoglienza. Qualche prof volontaria che fa lezione di italiano ai migranti. Qualche rappresentante delle associazioni di volontariato. Una manciata di parrocchiane che vedendo un funerale sono arrivate in chiesta per pregare, ignare che nella bara ci sia un ragazzo straniero.

Quando lo scoprono fanno il segno della croce e recitano a memoria una preghiera, senza riuscire a immaginare nemmeno lontanamente che, nello stesso momento, dietro molte tastiere, persone molto più giovani e molto meno misericordiose e cristiane infarciscono i social di commenti osceni, ispirati allo squallore retorico di 35 euro al giorno “a questi a non fare un ca..o negli alberghi, mentre noi non abbiamo lavoro e facciamo la fame”.

«Non ci conoscono, non sanno niente di noi, ma parlano e scrivono su facebook insulti razzisti» osserva a mezza bocca qualcuno di loro, l’amarezza che sale nello sguardo mischiandosi alla rabbia al ricordo dei commenti letti all’indomani degli articoli di stampa sulla tragedia dell’amico falciato sulla Ss16.
Idea Arredo


E, malgrado ci sia la bandiera tricolore sulla bara, a ricordare a tutti che Isaac era in Italia, è morto in Italia, che l’Italia lo ha accolto come uno dei suoi figli, non c’è traccia di rappresentanti istituzionali, di autorità civili e militari. Nessun messaggio di cordoglio è arrivato dalla politica, da quanti blaterano di metodi, tempistiche e limiti dell’accoglienza sulle più disparate e trasversali tribune.
«Nemmeno la morte fa integrazione» sintetizza una operatrice con gli occhi lucidi.

E’ un vuoto che si allarga sotto il cielo grigio, in una giornata che minaccia pioggia, mentre il carro funebre si allontana scortato da un gruppetto sparuto. Ciao Isaac Igwe, addio al ragazzo al quale «nessuno intitolerà una strada, non sei un generale della mafia o un politico ma sei il simbolo degli oppressi, di chi muore tra le strade, di chi è torturato, di chi soffre nella propria terra e di chi è vittima della ingiustizia. Nelle braccia di tuo padre, oggi, comprenderai che nulla è stato vano. Ci rivedremo un giorno». Dando voce alla speranza, le parole di don Nicolino Pietrantonio smascherano l’egoismo, l’avarizia del cuore e l’indifferenza di una comunità in questo funerale di serie B, senza divise, senza telecamere, senza l’overdose di colombe e singhiozzi, di palloncini volanti sulla folla che si commuove per le "giovani vite spezzate" (mv)

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Morto e colpevole: una riflessione di Koliba Keita
Quando muore un migrante il funerale lo paga il Comune

(Pubblicato il 27/04/2017)

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