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'Professioni' in tempo di pace
Quasi due secoli di storia, i valori di sempre: "Orgogliosi di essere bersaglieri"
Filomena Di Cicco è la prima bersagliera molisana: originaria di Riccia, da 16 anni è nel Primo Reggimento di Cosenza: «Ho partecipato a tante missioni all’estero e ho visto realtà poverissime. I soldati italiani sono visti con un occhio diverso e apprezzati per la loro umanità». Oggi come ieri, i valori sono gli stessi, come conferma Antonio Pastò, ’fondatore’ dei bersaglieri nella nostra regione: «Ripristinerei il servizio militare, può essere una scuola di vita e di valori per i nostri giovani». Ci hanno raccontato le loro storie durante il secondo raduno regionale organizzato dalla sezione di Campobasso ’Giuseppe Trivisonno’.


Campobasso. Non è la Gina Lollobrigida nel film di Luigi Comencini ‘Pane, amore e fantasia’. Filomena Di Cicco, originaria di Riccia, ha i capelli corti e la corsa svelta. Al tempo stesso, uno sguardo dolce e una voce delicata. Eppure, è la prima bersagliera molisana entrata nell’esercito. Da sedici anni è in servizio nel Primo Reggimento Bersaglieri di Cosenza (in totale in Italia ce ne sono sei), attualmente è un pilota carri nella Brigata Garibaldi.

«Appena alle donne è stato consentito l’accesso nell’esercito e sono stati attivati i primi corsi femminile, sono partita. I bersaglieri sono uguali da sempre, ieri come oggi: il credo è sano, i valori sono sempre gli stessi. Sono gagliardi e portano allegria da tutte le parti. Sono orgogliosa di essere un bersagliere e mi auguro che tanti giovani decidano di intraprendere questa strada, anche se ci vuole tanta forza e volontà. Del resto, si affronta una vita particolare, che spesso porta lontano dalla propria famiglia».

Filomena è stata spesso all’estero per missioni di pace: tre volte in Iraq, altrettante in Afghanistan. «Cosa mi è rimasto di queste esperienze? La povertà di questi Paesi martoriati dalla guerra e la difficoltà delle popolazioni ad andare avanti. Ma rispetto ai soldati degli altri Paesi siamo visti in maniera diversa perché ci poniamo in maniera diversa, in modo più umano e amichevole. Noi cerchiamo di aiutare queste popolazioni: in quei Paesi abbiamo costruito scuole, insegnato e realizzato impianti idrici, ad esempio. Abbiamo portato un po’ di benessere, per quello che si può. Gli americani invece sono più ‘agguerriti’».

Un entusiasmo immutato anche se hai i capelli bianchi come Antonio Pastò: è bersagliere dal 1958, originario di Ururi, ha vissuto 40 anni a Torino. «Bersagliere si nasce», confida. «E ora che ho quattro volte venti anni – scherza – continuo a farlo». Come Filomena, è a Campobasso per il secondo raduno organizzato dalla sezione locale ‘Giuseppe Trivisonno’. Ad accompagnarlo la moglie («Lo seguo dal 1964», sottolinea la donna), oltre che un’altra compagna di vita, la bicicletta: Antonio Pastò è stato impegnato nei cosiddetti raid ciclistici Torino-Napoli, Torino-Pescara. Parla di «bersaglierismo»: «Ce l’ho nel cuore, provo sempre tante emozioni», racconta. «I bersaglieri sono nati il 18 giugno 1836 dal generale Alessandro La Marmora, il nostro papà, che noi chiamiamo ‘papà Sandrino’». Il famoso generale formulò il primo progetto di istituzione del Corpo al re Carlo Alberto. C’è una particolare vicenda legata a questo evento. «Nel tragitto dal castello fino alla palazzina di Stupinigi – riferisce Antonio - arrivarono prima i bersaglieri che il re in carrozza. Il re pensava che fossero due compagnie di bersaglieri: in realtà, erano gli stessi ma arrivarono prima di lui». Fu la consacrazione per il Corpo dei bersaglieri: il ‘battesimo’ nella Prima guerra d’indipendenza, nella battaglia del ponte Goito l’8 aprile 1848. Da quel momento inizia la loro storia, fatta da uomini scattanti e coraggiosi, i soldati per eccellenza, rappresentanti dell’Italia che si sollevava dall’occupazione straniera.

Le nonne spesso raccontano che i bersaglieri, così alti e forti ai loro occhi, erano gli uomini ideali da sposare. «Sono bersagliere dentro – sottolinea ancora il 60enne di Ururi - è bello avere la fronte baciata dalle piume del nostro cappello. Quando ero giovane, le ragazze ci chiedevano una piuma. Ma non gliela davamo fino a quando non ci davamo un bacio».


Istantanee di vita che sembrano perdute da quando la leva militare non è più obbligatoria. «Credo che un po’ di vita militare farebbe bene ai giovani – insiste Antonio – non solo per imparare l’educazione e il rispetto, ma anche per far nuove conoscenze. Quando ero militare ho conosciuto altri ragazzi in Sardegna, in Sicilia e continuiamo a sentirci.
Sotto la gonna della mamma non diventeranno mai uomini, hanno fatto male a togliere il servizio militare».


Quest’anno il Corpo dei Bersaglieri celebra 169 gli anni di attività. Quasi due secoli di storia nella storia d’Italia, ricordata nella seconda edizione della festa organizzata il 22 aprile a Campobasso dalla sezione locale ‘Giuseppe Trivisonno’guidata dal maresciallo Francesco Carpentieri. Divise, suoni e colori riscaldano la città assieme ad un caldo sole che fa capolino dopo giorni di gelo e di neve. Al cielo sventolano i vessilli delle varie associazioni della provincia di Campobasso. E poi ad animare la giornata le due fanfare di Casteldaccia (Padova) e Benevento.

Gli interventi delle autorità fanno da cornice ai momenti clou della giornata, iniziata con la celebrazione in Cattedrale del vescovo Gian Carlo Bregantini e proseguita con la sfilata lungo Corso Vittorio Emanuele, l’alzabandiera e la deposizione di una corona al monumento ai caduti.

«Sono passati 169 anni dal battesimo dei Bersaglieri e l’impegno e la dedizione sono rimasti immutati nei secoli», scandisce il sindaco Antonio Battista. Invece il consigliere delegato alla Cultura della Regione Nico Ioffredi rimarca: «Grazie per averci insegnato che essere forze armate che non sempre significa essere forze di guerra, ma anche forse di pace».

Infine, nel pomeriggio l’inaugurazione della nuova sede dell’Associazione Nazionale Bersaglieri di Campobasso ‘M.D.A. Cap. Giuseppe Trivisonno’ in via Marconi 156/C. E poi il taglio del nastro della mostra storica del bersagliere, intitolata ‘Dalla disfatta di Caporetto alle missioni di pace’, che resterà aperta fino al 4 maggio. Articoli di giornali, fotografie, reperti storici e documenti unici risalenti al Ventesimo secolo raccolti nell’esposizione al Circolo sannitico.
Una parte della mostra è dedicata al caporal maggiore campobassano, Alessandro Di Lisio, ucciso in Afghanistan dall’esplosione di un ordigno il 14 luglio 2009. (SP)

Le immagini nella galleria fotografica

(Pubblicato il 23/04/2017)

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