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Emigranti al contrario
Fuga dal Venezuela, ritorno a casa degli avi. L’Alimentari di Maria: "Ricomincio da qui"
Ha lasciato la sua esistenza da benestante a Valencia, 100 chilometri da Caracas, "perchè c’è troppa violenza, mancano cibo e medicine per curare il mio bambino". Con il marito e il piccolino di 3 anni Maria Mastrogiuseppe, 34 anni, figlia di due larinesi emigrati in Venezuela, si è trasferita nel Molise disoccupato dei piccoli borghi spopolati. E a Montorio, 400 anime, ha aperto un piccolo alimentari, l’unico del paese. Ha preso la patente, ha fatto il corso per somministrare alimenti e bevande, e ora incrocia le dita: "Che paura, spero di non pentirmi della decisione. Ma ora la mia vita è qui". Una storia di emigrazione a contrario, un’avventura che comincia nel Venezuela del post Chavez in balia di una crisi economica senza precedenti, per finire in uno dei più sperduti paesini del cratere sismico molisano.


Montorio nei Frentani. Da una metropoli in Venezuela a un paesino molisano di 300 abitanti. Maria è fuggita da Valencia, un milione e 800mila abitanti, una delle città più pericolose del mondo (il record lo detiene la capitale Caracas) in un Paese «senza più legge, dove la violenza ha espropriato tutto» per approdare a Montorio nei Frentani, nel cratere sismico, spopolato, abitato in prevalenza da anziani. Dai grattacieli e dalla sua villa con piscina a un borgo in cui non vive più quasi nessuno e il lavoro è una utopia. Lei però il lavoro lo ha creato. «Mi hanno consigliato di aprire un piccolo negozio di generi alimentari, perché qua non c’era e anche per comprare mezzo chilo di pane bisogna arrivare a Larino».

“Qua” è Montorio nei Frentani, e “qua”, in via dei Mille, si trova il negozietto di Maria Mastrogiuseppe, 34 anni, figlia di due emigrati di Larino che quarant’anni fa si sono trasferiti in Venezuela con la speranza di una seconda vita migliore. Per lei, sposata con un venezuelano e da tre anni mamma per la prima volta, è accaduto il contrario. Perché il Venezuela di Nicolás Maduro, con omicidi continui, rapine, sequestri, pericoli a ogni passo, era diventato un «posto impossibile».

«Quando è nato Michelangelo – racconta mentre serve senza tregua i clienti che entrano nel negozio, affetta prosciutto locale, prende le ordinazioni per il pane del giorno dopo e batte gli scontrini – è cambiata la mia prospettiva. Ho cominciato a chiedermi come avrei potuto crescere mio figlio in un luogo in cui devi aver paura che lo rapiscano ogni giorno mentre è a scuola per chiederti poi il riscatto». La cuffietta bianca calata sulla fronte, il camice, un sorriso per ogni signora che entra e domanda “Maria, ce l’hai questo? Ce l’hai quest’altro?”.

Ha inaugurato venerdì prima di Pasqua, il giorno dopo l’esame finale del corso di somministrazione alimenti e bevande organizzato dalla Confesercenti di Termoli. Un taglio del nastro festoso, che ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai cittadini di Montorio, da due mesi privati del loro piccolo ma fornito supermercato: il proprietario precedente aveva chiuso per problemi di salute, e in paese nessuno era disponibile a sostituirlo nella gestione. «Meno male che è arrivata Mary, se no anche per prendere le crocchette per il cagnolino mi toccava arrivava a Larino» scherza una signora bionda entrata per comprare detersivi e cibo per cani. C’è anche quello, infatti, fra gli scaffali di biscotti, caffè e merendine, all’interno del locale preso in affitto dal signor Andrea Di Maulo, maestro delle ceramiche che proprio accanto, nello stesso stabile sulla via principale di Montorio, ha il suo laboratorio, la sua casa e un bed & breakfast «dove qualche ospite arriva solo in estate, il resto dell’anno qua è un deserto».

Pochi abitanti, poche auto in giro. Piazze vuote, un centro storico dove non c’è più nessuno. Il terremoto di San Giuliano di Puglia, 8 chilometri in linea d’aria, ha finito per spopolare il paesino. Le Poste hanno chiuso dopo la rapina di un mese e mezzo fa e on è detto che riaprano. Autobus rarissimi e riservati ai pochi scolari le cui famiglie resistono in paese. Per qualsiasi cosa occorre mettersi in auto e arrivare a Larino o a Termoli. L’Alimentari di Maria ha risolto un bel po’ di problemi per i vecchi e per chi non ha la patente, specie donne. «Eravamo preoccupate che il negozio non avrebbe più riaperto, in questi ultimi mesi è stata dura. Anche per avere un litro di latte bisognava chiedere il piacere a qualcuno».


Invece. Una bella ristrutturazione, muri imbiancati di nuovo, nuova disposizione di banco frigo e scaffali ed ecco qua. «Ho aperto prima di Pasqua, dopo aver fatto sistemare per bene il locale perché volevo un ambiente pulito e in ordine: io non lavoro nel caos» spiega Maria, che per l’inaugurazione ha preparato dolcetti e tozzetti fatti con le sue mani. Questa ragazza venezuelana tornata nel Molise dei suoi antenati, a Valencia lavorava nel panificio del padre. «Impastatrici e forni li conosco benissimo» sorride, mentre affetta cotti e crudi, incarta la salsiccia nostrana, imbusta le mozzarelle con impegno, inconsapevole di aver contribuito a salvare Montorio – per ora - da un pezzetto di morte sociale in agguato.

«Sono laureata in Risorse Umane – racconta con un lampo di nostalgia negli occhi – come mio marito. Lavoravamo entrambi per una grande azienda di Valencia, ma quando è arrivata la crisi economica ed è esplosa una violenza inaudita abbiamo entrambi lasciato il lavoro e siamo andati nel panificio dei miei».
I suoi sono partiti 40 anni fa da Larino e hanno fatto fortuna, ma la crisi economica che ha travolto il Venezuela ha mostrato la fragilità delle tante conquiste di una vita. «Io stavo bene, avevo una bella villa con piscina, la mia famiglia è benestante, ma ormai non si trovano più né cibo né medicine. I soldi non valgono nulla e la spesa si fa al mercato nero a prezzi incredibili» dice ancora Maria Mastrogiuseppe, che ha lasciato in Sud America mamma, padre e un fratello. Maddalena, l’altra sorella, è tornata in Molise tredici anni fa, «quando è cominciato l’inferno».

Un inferno che «con la nascita di Michelangelo non potevo più ignorare. Così io e mio marito abbiamo deciso: andiamo via». E dove, se non in Molise, la terra degli antenati, il luogo dal quale sono partiti i suoi negli anni settanta? Il suo viaggio è stato al contrario, «e mamma e papà non erano per nulla d’accordo. Ma poi hanno capito che non c’erano alternative. Michelangelo non poteva crescere lì, col rischio di venire rapito, senza la possibilità nemmeno di curarsi».

La svolta è arrivata un anno fa, quando il bimbo è stato male.
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Febbre altissima, e nemmeno una tachipirina da nessuna parte.
«Non c’erano medicine nemmeno nella clinica privata dove l’ho portato, disperata. Gli ospedali pubblici ormai non esistono più, se ti ammali e non puoi pagare muori. La corrente elettrica arriva per poche ore al giorno, e anche nelle strutture sanitarie a pagamento è pericoloso». Per fortuna il bambino è guarito, la febbre è scesa, ma Maria ha deciso che non avrebbe più potuto rischiare. Ha fatto le valige e un anno fa è arrivata con il marito e il figlio a Larino, dove lei – una bella casa, una laurea, un passato di sacrifici - ha affittato un appartamento e si è arrangiata facendo le pulizie a casa della gente per sbarcare il lunario. «Ma mio marito non ha trovato lavoro, a parte cosette saltuarie. Quando la nuora di mia sorella, che ha sposato un molisano, mi ha informata che a Montorio avrebbe chiuso l’unico alimentari, ho pensato: ci provo io».

Ha preso la patente di guida malgrado avesse quella venezuelana e quella internazionale («qua non valgono…»), ha imparato l’italiano che conosceva poco e niente («a casa si parlava spagnolo, e in Molise ero venuta solo in vacanza»), si è messa a studiare per il corso di somministrazione alimenti e bevande. E dai grattacieli, dal delirio di caos della metropoli, si è ritrovata a fare su è giù lungo strade malmesse e franate. Due volte al giorno, dal lunedì al sabato. «Apro alle 8, chiuso alle 13, rientro a Larino, torno alle 16 e 30 e sto fino alle 20, anche di più».

Un errore credere che sia facile. Maria lo sa perfettamente. «Ho una paura, sapessi. E se non ce la faccio? Se va male? Questo posto è così piccolo. Ma cosa avrei potuto fare? Ormai la mia vita, anzi la nostra vita è in Molise. La mia scommessa è qua». Qua, dove «è tutto fin troppo tranquillo, eppure – confida – sento tante persone lamentarsi di continuo, per ogni cosa. Vedo ragazzi ai quali i genitori consigliano di non andare a lavorare per settecento euro al mese perché, dicono, non ne vale la pena. Ma se non lavori come fai?».
Maria sta in piedi 9 ore al giorno – in negozio non c’è nemmeno una sedia – batte scontrini nell’ordine di due, tre, 5 o 10 euro, il resto del tempo lo passa guidando, cucinando, organizzando la casa, occupandosi di Michelangelo. Ha solo 34 anni, in fondo, è ignara di essere una rarità da queste parti.

D’altra parte, per poter capire la sua scelta, bisognerebbe aver provato il terrore che ti sequestrino un figlio all’asilo, lo spavento di morire per un antipiretico introvabile, l’angoscia di uscire di casa e venire rapinati per strada per le scarpe che hai ai piedi. O l’incubo di un pacco di pasta che costa l’equivalente di 300 euro, di una dozzina di uova che puoi portarti via, al mercato nero, per almeno 100 euro. No, davvero. Il silenzio frastornante del pomeriggio di Montorio, il deserto del borgo spopolato, sono un paradiso in confronto. «La paura di non farcela me la tengo, ci convivo. Non è nulla in confronto all’altra paura». (mv)

(Pubblicato il 23/04/2017)

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