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La Settimana Santa a Campobasso
Il ‘Teco Vorrei’, fra tradizione e religiosità. Antonio Colasurdo: “Eredità pesante e onore”
C’è grande attesa a Campobasso, come ogni anno, per la Processione che coinvolge migliaia e migliaia di persone. Il maestro del Convervatorio ‘Perosi’ si occupa dei riti musicali del capoluogo dal 2011, dove aver raccolto il testimone da don Armando Di Fabio: “E’ una sensazione bellissima, oltre che un onere importante. I campobassani tengono molto alle proprie tradizioni: il Venerdì Santo, i Misteri a Corpus Domini, la Madonna dei Monti”. Saranno oltre 700 i componenti del maestoso coro che attraverserà le vie del centro.


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Campobasso. A Campobasso si respira un’aria particolare. L’attesa Processione del Venerdì Santo è qualcosa di unico in ambito nazionale, e questo lo sa bene la marea di persone che si riversa per le strade: nessuno vuole mancare. Troppo sentito l’inno del ‘Teco Vorrei’ che risuonerà dalle 18 per le strade del capoluogo, dal vicoletto più stretto del centro storico a Corso Vittorio Emanuele II. Emozioni forti e brividi, in sottofondo le note del De Nigris che si fanno struggenti. Ma chi e cosa c’è dietro alla macchina organizzativa? Beh, in primis Antonio Colasurdo, che dal 2011 ha preso l’eredità di don Armando Di Fabio. «Campobasso tiene molto alle sue tradizioni. La processione del Venerdì Santo, i Misteri a Corpus Domini, la Madonna dei Monti» spiega il maestro.
Colasurdo è ormai un campobassano a tutti gli effetti. Magari in pochi sanno che il suo paese d’origine è Morrone del Sannio, anche se gli studi li ha compiuti nel capoluogo. E dal 1992 abita a Campobasso, cioè da quando si è sposato. «Mi mancano due anni per superare la media, visto che per 27 ho vissuto in paese» sorride il docente del Conversatorio ‘Perosi’. Ma non può nascondere che essere il punto di riferimento per tutti i riti musicali locali rappresenta un onore, oltre che un onere: «E’ un’emozione grandissima. Ho raccolto un’eredità pesante, devo ringraziare anche don Michele Tartaglia che ha voluto che continuassi io questa tradizione portata avanti da don Armando, con cui ho collaborato in Cattedrale del ’93 fino al 2011, anno nel quale lui è mancato. Tocca a me questa croce e questo onore con il discorso pasquale e la corale della Cattedrale. Tutte le iniziative musicali che facevano capo a don Armando adesso sono passate a me. Lo disse pubblicamente: in una delle ultime prove con il coro del Venerdì Santo annunciò che l’avrei sostituito in tutto dopo la sua scomparsa».
Per arrivare all’esibizione finale degli oltre 700 elementi del coro, ci sono state diverse prove in Cattedrale: «Sono come al solito a cadenza settimanale, a partire dall’inizio della Quaresima. Ognuno sa che ci sono e si ritaglia uno spazio di tempo per partecipare. Nella chiesa c’è un elemento che riesce a legare il tutto, è lo Spirito Santo, come ci dicono i sacerdoti e noi ci crediamo. Penso che proprio questo sia il legame tra organo, banda e coro. Altrimenti non si spiegherebbe la grande richiesta di partecipazione da parte di molti devoti».
Appena sette giorni fa si è chiuso il Settenario dell’Addolorata, con una grandissima partecipazione di gente nella chiesa di Santa Maria della Croce. Riti che affondano le proprie radici nella notte dei tempi. Ma cosa accomuna e cosa invece divide il ‘Teco Vorrei’ dall’inno ‘Oh di Gerico Beata’, conosciuto a livello popolare come zucheta-zù? «Il Teco Vorrei, che chiude comunque anche il Settenario, ha un’impostazione più semplice dal punto di vista musicale, non è molto articolato, ha un pezzo solo che inizia e finisce.
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Ed è di stampo più popolare, si capisce che chi lo ha composto lo ha fatto perché fosse funzionale al tutto, e parliamo del maestro De Nigris – dice Colasurdo –. Il Settenario invece ha un’articolazione più grande, ha una durata di quasi venti minuti a differenza del Teco Vorrei che ne dura quattro. Un’altra differenza è che mentre il Teco Vorrei è sui testi del Metastasio, quindi non versi sacri, il Settenario parla della rosa di Gerico, il significato è molto più religioso. Ecco perché chiamarlo zucheta-zù mi sembra un’offesa e non rende giustizia. Ma non condanno chi lo utilizza, anche don Armando lo usava, ma inter nos».
Tra l’altro, negli ultimi anni il maestro ha voluto puntare molto sui giovani e sulla loro voglia di proseguire le tradizioni e i riti campobassani: «Io tengo in maniera particolare ai ragazzi, quindi cerco di coinvolgere sempre loro. E ho una buona risposta perché quando i giovani vedono che tu sulle cose non ci guadagni e lavori con entusiasmo si buttano pure loro a capofitto. Mi piace che loro apprendano e portano avanti le tradizioni. Questo succedeva già con don Armando. Sono entrati molti ragazzi sia nel coro del Settenario che del Venerdì Santo». Ma è ora di andare: clarini e tromboni hanno dato la prima, poderosa nota ’chiamando’ i piatti e i rullanti. La marcia funebre di Gesù Morto accompagnato dalla Madonna Addolorata deve iniziare. Campobasso ascolta in rispettoso silenzio tra brividi lungo la schiena e occhi lucidi per l’emozione.

(Pubblicato il 14/04/2017)

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