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Le 'nuove' violenze sulle donne
La barbarie delle mutilazioni genitali femminili: quattro casi anche a Campobasso
Con l’arrivo dei migranti, stanno aumentando di pari passo i casi in cui gli operatori sanitari molisani si trovano a dover affrontare casi di infibulazione, una violenza a cui vengono sottoposte le bambine in Africa, nei paesi arabi e nel sud est asiatico. Quattro i casi registrati nell’Unità operativa del Cardarelli di Campobasso: donne provenienti Somalia, Nigeria, Burkina Faso e Costa d’Avorio. Per i medici subentra la difficoltà ad effettuare una semplice visita ginecologica, oltre che a far capire alle ragazze la barbarie che hanno subito.


Le botte, gli insulti, le persecuzioni. Il ‘furto’ del telefono e le minacce. E’ il dramma che vivono le donne occidentali vittime di violenza. Chi invece arriva dall’Africa, dai paesi arabi o dal sud est asiatico subisce altre barbarie, come la mutilazione degli organi genitali o lo stiramento dei seni. Usanze antiche a cui vengono sottoposte le bambine. Pratiche che sembrano lontane anni luce dal Molise. Invece no. I flussi migratori e l’accoglienza rivelano anche quest’altro terribile aspetto: l’assistenza sanitaria alle donne arrivate nella nostra regione e che erano state sottoposte all’infibulazione nei loro Paesi di origine.
Quando vengono ‘prescelte’, sono ancora delle bambine. Vengono portate sotto un albero e in condizioni sanitarie ad alto rischio di infezioni vengono asportati loro il clitoride, le piccole labbra e una parte delle grandi labbra vaginali. Dopo di che, la vagina viene quasi totalmente ricucita. Viene lasciata solo una piccola apertura che permette la fuoriuscita dell’urina e del sangue mestruale. Lo scopo è mantenere intatta l’illibatezza delle ragazze. Quelle che riescono a fuggire sono considerate impure, non riescono a trovare un marito. Da una parte il dolore o addirittura la morte a causa delle infezioni, dall’altra la vergogna: le donne che non si sottopongono all’infibulazione sono allontanate dalla società.
Con l’arrivo dei migranti, stanno aumentando anche i casi in cui gli operatori sanitari molisani si trovano a dover affrontare casi di mutilazioni genitali femminili. Quattro quelli registrati nell’Unità operativa di Campobasso: donne provenienti Somalia, Nigeria, Burkina Faso e Costa d’Avorio.

Per la prima volta nella nostra regione si è parlato di questa emergenza grazie al seminario organizzato all’Asrem dalla consigliera di Parità Giuditta Lembo e dalla dottoressa Gianna Picciano, ostetrica nel reparto di Ginecologia dell’ospedale Cardarelli.
«Sono pochissime le bambine che sopravvivono all’infibulazione», ha messo subito in chiaro la dottoressa Picciano. «Tante muoiono per le gravissime complicanze dovute ad infezioni vaginali, del tratto uro-genitale, ematocolpi (cioè le bambine hanno difficoltà ad eliminare il sangue residuo vaginale dal ciclo mestruale)».
Per i medici interagire con queste ragazze è complicato: «Queste donne hanno un bagaglio di valori e una cultura, molte di loro purtroppo sono analfabete». Un altro ostacolo è la lingua. «Poter sensibilizzare, ascoltare e comprendere queste donne ci riesce difficile».
«Anche noi - ha aggiunto - abbiamo dei problemi ad affrontare quotidianamente questi casi.
Le donne hanno complicanze non solo durante le loro visite ginecologiche, ma anche durante la gravidanza e il parto. Da parte nostra, c’è la difficoltà o addirittura l’impossibilità ad eseguire visite ginecologiche che sono molto dolorose per loro».

Purtroppo non tutti i medici dimostrano professionalità. C’è chi pratica l’infibulazione anche in Italia, come ha denunciato la consigliera di Parità: «Anche se i Paesi occidentali vietano e puniscono l’infibulazione (per cui è previsto il carcere), sembra che questa usanza continui a essere praticata in maniera clandestina nei confronti dei migranti che sbarcano qui. Purtroppo ci sono operatori sanitari che si prestano a farlo abusivamente e clandestinamente facendosi pagare anche profumatamente, andando contro i nostri principi morali, etici e costituzionali».
Informare e sensibilizzare gli operatori sanitari è fondamentale: «Questa pratica è aberrante e atroce, ed è più vicina di quanto immaginiamo». Per la Lembo c’è un solo modo per scalfire il muro composto dal retaggio culturale ben presente in certi Paesi dove le violenze riservate alle donne sono considerate normali: «Dobbiamo fare in modo che si capisca che queste atrocità sono dei crimini. Quindi, dobbiamo iniziare a confrontarci e a dialogare con le persone di queste culture per far cambiare idea su tali usanze».

(Pubblicato il 12/04/2017)

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