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Cronache
Kalashnikov e fiumi di droga a due passi. Ma il Molise "non sa nulla" della Società Foggiana
E’ a 60 chilometri da Termoli che prolifera la Società Foggiana, ritenuta la più violenta fra le nuove mafie, la Pentacamorra che sta emergendo in Italia. E’ l’erede della Sacra Corona Unita, capace di fare quattro morti in meno di tre mesi nel 2017. Chiare e profonde le infiltrazioni in Molise che ormai si rifornisce di droga quasi esclusivamente fra San Severo e Foggia. Racket, prostituzione, armi e più in generale controllo del territorio passano dalla cosiddetta "Nuova Società", per il procuratore nazionale Antimafia, la quarta organizzazione malavitosa dopo le storiche ’Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra. Ma a dispetto di una pericolosità evidente, nella nostra regione se ne sa ancora troppo poco e perfino Libera Molise ammette di non conoscerla.


L’eroina sequestrata negli ultimi mesi dalle forze dell’ordine in Molise arriva da lì. La cocaina idem. La piazza di riferimento è una: San Severo, 60 chilometri da Termoli, meno di un’ora di auto per un rifornimento di ‘roba’ clandestina che vale centinaia e, spesso, migliaia di euro.. E’ la stessa piazza dove quasi quotidianamente si sente parlare di attentati, rapine, furti. E, ultimamente, anche di omicidi. Non sono episodi isolati, non sono nemmeno riconducibili in via generale alla criminalità diffusa che segna la Daunia. La matrice è una sola, e si chiama mafia. Una mafia emergente che ruggisce a colpi di kalashnikov. La Società Foggiana ha preso il controllo non solo della città capoluogo, ma anche dell’hinterland, spingendosi fino a gran parte della Capitanata, con profonde infiltrazioni in Molise, come testimoniato dai fatti di cronaca.

In un recente dossier ricavato da dati, numeri e approfondimenti di “esperti” in materia, l’Ansa ha definito la Società Foggiana come una delle cinque nuove mafie in espansione. La “Pentacamorra”, come l’ha ribattezzata l’Agenzia nazionale della stampa italiana, conta quattro componenti straniere: le gang sudamericane che proliferano al Nord, specie in Lombardia, la mafia cinese che controlla la malavita toscana, l’Organizacja georgiana che fa parlare di sé soprattutto nel Lazio e in alcune zone della Puglia e i Cultisti nigeriani, capaci di insediarsi in Sicilia. E poi c’è un ramo criminale tutto italiano, costituito da famiglie i cui cognomi sono – per citarne alcuni - Palumbo, Di Tommaso, Sinesi, Francavilla, Moretti, Pellegrino, Lanza. Cognomi orecchiati da queste parti una infinità di volte, che da soli bastano a rendere l’idea della “vicinanza”.

Una guerra tra vecchie e nuove mafie? Tutt’altro. Secondo il Questore di Palermo Renato Cortese «le nuove mafie avanzano col benestare della criminalità classica». Così, mentre ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra hanno ormai colonizzato la finanza di mezzo mondo riuscendo a mimetizzarsi al meglio con l’economia sana, queste cinque nuove formazioni criminali fondano la loro crescita sulla collaborazione e il reciproco interesse con i nomi storici della mafia italiana.

Il punto di congiunzione è fondamentalmente lo spaccio di droga. Secondo i magistrati che indagano sul fiume di stupefacenti che transita per le piazze dello spaccio più note di San Severo quali i quartieri Texas e San Massimo, i carichi di cocaina e di eroina arrivano in Puglia dopo un articolato giro che parte dal Sudamerica, transita per i più svariati Paesi europei (specie quelli più vicini all’Atlantico) e poi arriva in Puglia, talvolta anche con la collaborazione della criminalità balcanica. Un giro guidato nei dettagli dalla mafia che l’Fbi ha identificato come la più pericolosa del mondo, la ‘Ndrangheta.

Ci sono poi i carichi che arrivano via mare, dopo essere transitati dall’Albania o dal Montenegro. In quei casi hashish e marijuana, ma la sostanza è sempre quella: droga da vendere sul mercato al dettaglio in Puglia ma anche nelle regioni limitrofe. Regioni fra le quali il Molise gioca ormai una parte importante: gli spacciatori termolesi e campobassani vanno a rifornirsi lì, a San Severo e Foggia. Hanno a che fare con i trafficanti pugliesi delle famiglie che gestiscono il business della droga, che dividono i pacchi di cocaina e eroina, più o meno pura a seconda delle esigenze e del guadagno finale, fra i pusher molisani.

Negli ultimi mesi i sequestri delle forze dell’ordine sono quasi all’ordine del giorno: pacchi interi di marijuana alla deriva nell’Adriatico, dosi sostanziose di eroina o polvere bianca nelle auto o nelle case di piccoli spacciatori che senza timore corrono il rischio di percorrere quei 60-80 chilometri di Statale per raggiungere San Severo o Foggia e rifornirsi di stupefacenti per fare affari a Termoli, a Campomarino, ma anche a Campobasso che sempre più guarda al foggiano come centrale, e non più al napoletano.

A Foggia e dintorni la “Nuova Società” mantiene buoni rapporti con la Camorra, da cui in un certo senso deriva, essendo una costola della Sacra Corona Unita, a sua volta creata proprio dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Anche con la ‘Ndrangheta, secondo quanto trapela dalle indagini, i rapporti sono distesi, di reciproca accettazione. La guerra aperta e le stragi, come insegna la storia di Cosa Nostra, non porta altro che l’attenzione dell’opinione pubblica e di conseguenza una maggiore concentrazione delle forze di polizia.

E questo la Società Foggiana non lo vuole. Lo ha fatto capire chiaramente, arrivando persino a compiere un atto eversivo con pochi precedenti. Lo scorso 4 marzo a San Severo da un’auto in corsa sono stati sparati tre colpi di pistola contro un furgone della Polizia. Qualche giorno dopo è emerso che l’auto dalla quale sono partiti i colpi era stata rubata appena due giorni prima a Termoli. Un segnale chiaro di quanto sia vicina e pericolosa la nuova mafia che tanto sta facendo parlare di sé.

È presumibilmente la stessa organizzazione mafiosa che lo scorso 7 febbraio ha fatto sparire nel nulla Matteo Masullo, 30enne di Torremaggiore con precedenti penali. La sera della scomparsa era a Termoli, in compagnia della sua ragazza. Poi una telefonata che l’ha fatto allontanare «per un caffè con un amico» e di lui si sono perse le tracce. O meglio, la sua auto è stata ritrovata abbandonata e bruciata in un casolare di San Severo. Un indizio che non fa presagire nulla di buono per la sua vita: potrebbe infatti trattarsi di un caso di lupara bianca collegato al fenomeno delle estorsioni e del racket.

Molise meta finale dello spaccio, Molise luogo di presenze di piccoli criminali legati alla malavita e luogo dove di nascosto proliferano altre attività sulle quali comanda la Società Foggiana. C’è il racket che emerge con chiarezza dagli attentati dinamitardi e incendiari. Caso emblematico quello del 18 luglio 2015 quando una bomba esplose in un ristorante di Campomarino lido e poche settimane dopo i Carabinieri arrestarono tre persone per estorsione. Ma il Molise è anche la terra dove la nuova mafia mette le mani sui campi di finocchio e di pomodoro e dove tiene sotto controllo la prostituzione negli appartamenti. Soprattutto in quelli di Campomarino lido, dove in estate abitano migliaia di pugliesi, provenienti in gran parte proprio da San Severo e dintorni, e che in inverno sono usati dalle ragazze per ricevere clienti. A parlare di infiltrazioni evidenti non è un chicchessia al bar, bensì il procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti.

«La Società Foggiana è la quarta mafia dopo Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta» ha avuto modo di dire il magistrato. Sul Molise, meno di un anno fa, era stato esplicito. «Le mafie in Molise fanno affari principalmente per motivi di occultamento di attività criminali (riciclaggio e reinvestimento di capitali) e per motivi economici (profitto)».
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Parole che cozzano con l’immagine dell’oasi di tranquillità, con l’idea di Isola Felice che ancora molti hanno del Molise, a cominciare dai rappresentanti del popolo, i politici.

Non è un caso che i magistrati dell’Aquila che hanno condotto l’inchiesta sulle infiltrazioni di ‘Ndrangheta fra San Salvo, Termoli e Campomarino, abbiano chiamato l’operazione proprio “Isola Felice”. Nelle carte di quell’inchiesta, la pericolosità della malavita nella Capitanata emergeva in modo chiaro, seppure marginale rispetto al fulcro della vicenda. In un episodio riferito dagli inquirenti secondo il racconto dei pentiti di quell’indagine, l’allora boss che controllava l’area termolese, Eugenio Ferrazzo, cercava di recuperare un debito da un presunto affiliato di origini foggiane. Questi, per paura della ritorsione del calabrese, riparava nel proprio paese d’origine, San Paolo Civitate, chiedendo e ottenendo protezione dal malavitoso di riferimento del paese. A quel punto Ferrazzo, stando sempre a quelle carte, decise di non andare oltre, recependo immediatamente il messaggio che arrivava dal foggiano: “questa è casa nostra, comandiamo noi”.

In quegli ambienti molte volte una parola, un atteggiamento, un gesto valgono più di un colpo di pistola. Ma quando questo non basta, ecco che si ricorre alle armi. E per rispondere coi fatti a quanti continuano a sottovalutare il pericolo rappresentato dalla Società Foggiana, basta elencare i delitti accaduti nell’area garganica dall’inizio del 2017: quattro persone sono state uccise. E, come insegna il caso Massullo, l’elenco potrebbe essere incompleto.

Il 17 gennaio la prima giornata di sangue, a Vieste. Ucciso con due colpi, a quanto pare di fucile, il 32enne Vincenzo Vescera. Passano dieci giorni e sempre nella nota località turistica garganica viene freddato Onofrio Notarangelo, 46 anni, ritenuto essere il fratello di un boss locale ammazzato due anni fa. Nella notte fra il 4 e il 5 febbraio cade Giuseppe Anastasio, 33 anni, già in carcere per aver ucciso per sbaglio una 12enne nel 2002. L’omicidio di Anastasio è avvenuto a San Severo, città tristemente nota per i reati e la criminalità diffusa. L’ultima uccisione è di pochi giorni fa a Monte Sant’Angelo. A morire sotto i colpi di pistola il 21 marzo è stato il 44enne pregiudicato Giuseppe Silvestri.

La cronaca nazionale ne parla con estrema difficoltà e scarsa frequenza, nonostante a Foggia le bombe e gli attentati dinamitardi nei confronti di chi non paga il pizzo siano quasi pane quotidiano. Se ne parla poco, e anche per questo la Nuova Società prolifera. In Molise gran parte della popolazione non ne ha mai sentito parlare, mentre un’altra fetta di comunità la derubrica a poco più di folklore criminale. Probabilmente l’errore più grande quando una delle mafie in maggiore ascesa di tutta Italia è a due passi da casa nostra.

Roberto Saviano, il famoso scrittore esperto di organizzazioni criminali, lo dice da anni: “La Società Foggiana è la più ignorata dai media”. Di conseguenza anche da chi dovrebbe occuparsi del fenomeno. Incredibile ma vero: i rappresentanti di Libera Molise, l’associazione che proprio qualche giorno fa a Campobasso ha organizzato un corteo fino all’abitazione nel cuore della città confiscata a un affiliato della Sacra Corona Unita, nell’ambito della XXII Giornata in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, sono caduti dalle nuvole: “La Società Foggiana? Intendete la Sacra Corona Unita?”. Non proprio, è tutt’altra roba. «Allora no, non la conosciamo».

E’ la prova provata di quanto i fenomeno sia sminuito perfino dagli “addetti ai lavori”. Per non parlare delle Istituzioni. Eppure la minaccia, come un’arma carica puntata contro il Molise, è incredibilmente vicina. San Severo, 60 chilometri da Termoli, 45 da Campomarino. Foggia, 90 chilometri da Campobasso, molto meno di Scampia. 75 chilometri da Riccia. Confinanti, vicini. E “invisibili” per lo Stato, esattamente come conviene a criminali spietati che stanno facendo la scalata del potere.

(Pubblicato il 27/03/2017)

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