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Acido in corsia
Indagata per aver avvelenato paziente, la famiglia: "Di nuovo in servizio l’infermiera"
Dopo un periodo di assenza la dipendente del Ss Rosario è tornata a lavorare nell’ospedale di Venafro "e persino nello stesso reparto in cui avrebbe provocato la morte di nostro padre costringendolo a ingerire una sostanza caustica". In una lettera aperta ai giornali le figlie e la moglie di Celestino Valentino, deceduto a seguito delle gravissime ustioni riportate, chiedono giustizia. E denunciano "strani atteggiamenti" assunti dall’infermiera nei confronti di Rosa Valentino, sua collega tra le corsie del nosocomio.


Venafro. L’unica indagata per la morte di Celestino Valentino, l’anziano ucciso con l’acido mentre era ricoverato all’ospedale di Venafro, è tornata in servizio. L’infermiera, la cui posizione è ancora sotto la lente della magistratura di Isernia, ha ripreso servizio al Ss Rosario «da qualche settimana», come riferiscono i familiari della vittima. E proprio «nello stesso reparto» dal quale sarebbe stata allontanata a seguito di questo incredibile episodio di cronaca nera che la scorsa estate ha portato tristemente alla ribalta la regione Molise.
Il suo reintegro ha spinto le figlie del signor Valentino e la moglie, tramite il loro difensore, l’avvocato Alfredo Ricci, a esprimere sgomento per la scelta della direzione sanitaria domandandosi «fino a quando sarà consentito a questa persona di lavorare indisturbata nello stesso ospedale in cui avrebbe commesso i fatti per cui è indagata, oltretutto con il rischio di altre reazioni imprevedibili non appena dovesse percepire il pericolo (anche solo ipotetico) di essere trasferita in altro luogo di lavoro (la riorganizzazione dell’ospedale di Venafro è tuttora in atto) o per altri futili e infondati motivi?».

Una domanda legittima quella della famiglia Valentino solo se il movente di quel brutale omicidio – gli attriti sul posto di lavoro con la figlia della vittima, anche lei dipendente dello stesso ospedale - venisse confermato dalla Procura di Isernia.

Nella lettera aperta ai giornali dei familiari di Celestino Valentino sono stati brevemente ripercorsi i fatti. Partendo proprio dal 22 giugno di un anno fa quando la sospettata avrebbe costretto l’anziano di 77 anni a ingerire la sostanza caustica che pochi giorni dopo, a causa delle gravissime ustioni interne riportate, lo ha portato al decesso.
Ricoverato nel reparto di Lungodegenza per un ischemia celebrare al Ss Rosario di Venafro, Celestino Valentino, era costretto a letto da mesi e non era più in grado di parlare.
La figlia Rosa, infermiera in servizio proprio a Venafro, nel primo pomeriggio di quel 22 giugno avrebbe fatto un salto dal padre per salutarlo e accertarsi delle sue condizioni. E non avrebbe notato nulla di strano, come si evince dal racconto della famiglia. Tra la sua ultima visita e le 16 e 45, orario in cui in ospedale si sarebbe recata la signora Vincenzina Pisaturto, moglie di Celestino, qualcuno «entrando liberamente in reparto (nonostante a quell’ora non fossero ammesse visite esterne), riusciva a somministrare per bocca dell’anziano la sostanza caustica per poi darsi alla fuga» così c’è scritto nella lettera.
Le conseguenze su quel corpo già indebolito dalla malattia furono terribili: l’acido corrose letteralmente gli organi interni e lui, Celestino «non è riuscito neppure a chiedere aiuto per via delle sue condizioni di salute. Al momento - sostengono i familiari - non sappiamo con certezza quanto tempo dopo il personale in servizio nel reparto effettivamente si sia accorto della situazione e abbia soccorso Celestino».
Si presume non prima delle 16 e 45 quando la moglie «dietro la porta della camera chiusa» ha trovato il marito agonizzante. Le ustioni ai lati e dentro la bocca sarebbero state riscontrate immediatamente da Rosa. Oltre che dai familiari, la morte naturale fu esclusa quasi subito anche dagli inquirenti.

Ma il primo colpo di scena sarebbe arrivato solo un paio di settimane dopo quel 22 giugno quando l’infermiera fu ripresa in un noto negozio di detersivi e casalinghi di Venafro mentre acquistava la sostanza letale e filmata dalle telecamere di videosorveglianza. Dettaglio che potrebbe anche non essere direttamente connesso all’episodio ma che portò la Procura a iscriverla sul registro degli indagati con la pesantissima accusa di omicidio volontario.
Il 30 giugno, infatti, il cuore di Celestino aveva smesso di battere.



A ipotizzare che la causa dell’omicidio fossero i dissapori tra l’indagata e l’infermiera Rosa Valentino non è mai stata direttamente la Procura pentra. Tanto meno la famiglia della vittima che parla ancora oggi di una ipotesi legata più che altro alle «ricostruzioni giornalistiche» spiegando che «l’indagata avrebbe temuto che Rosa, usufruendo dei benefici previsti dalla legge n. 104/1992 per la malattia di Celestino, riuscisse a conservare il posto all’ospedale di Venafro, in via di riorganizzazione, a discapito proprio dell’indagata. Quindi, secondo la stampa locale e nazionale interessatasi al caso – la cautela è massima anche da parte della famiglia Celestino - l’indagata avrebbe ritenuto di potere conservare il proprio posto facendo venire meno in capo a Rosa il regime della legge n. 104/1992, e a tal fine avrebbe aggredito Celestino».


Da allora sono passati otto mesi. Giornate lunghe per la famiglia dell’anziano che pur esprimendo parole di apprezzamento per il lavoro svolto dagli investigatori, evidenzia come «a distanza di tutto questo tempo, ancora non vi sono stati accadimenti processuali concreti». E aggiungendo pure che «in questi mesi, pur essendo formalmente assente dal lavoro per motivi vari, l’indagata è stata costantemente presente in ospedale, assumendo sovente strani atteggiamenti verso Rosa, irrispettosi e quasi dileggianti nei confronti del suo dolore».

Tutti elementi che, assieme al ritorno in servizio dell’indagata, hanno convinto la famiglia Valentino a rompere il silenzio anche perché Rosa «si ritrova nell’assurda situazione di condividere tutti i giorni il luogo di lavoro con la persona indagata per l’omicidio del padre. Vogliamo giustizia – l’accorato appello - e non vendetta. Per questo chiediamo che si faccia presto, si faccia bene, si faccia fino in fondo».

(Pubblicato il 21/03/2017)

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