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“Se cessano i contratti tu avrai problemi”: minacce e truffa per ‘salvare’ i precari
La posizione del consigliere regionale Salvatore Micone, indagato insieme ad altre 12 persone nell’inchiesta sul Centro per l’impiego, è quella più compromessa. Nelle seimila pagine dell’indagine gli inquirenti hanno messo in evidenza le pressioni esercitate dal capogruppo di Grande Sud su un funzionario provinciale per la proroga "illegittima" - secondo la Procura - dei contratti a 27 lavoratori. Tra questi c’è anche una precaria doppiamente in servizio nel suo gruppo politico. Anche la donna è indagata per aver concorso alla truffa ai danni di Provincia e Regione Molise.


Campobasso. Quella dei precari è la categoria di lavoratori meno tutelata al mondo: contratti a termine, patemi d’animo a ogni scadenza, zero garanzie e sicurezze per il futuro. Ma quelli in servizio nel Centro per l’impiego della Provincia di Campobasso per qualcuno era quasi degli intoccabili. Al punto da ricorrere persino alle minacce pur di garantire il loro posto di lavoro.
A svelarlo agli investigatori, il 5 maggio di un anno fa, è stato un funzionario della Provincia a cui il consigliere regionale Salvatore Micone (ex assessore della giunta di Palazzo Magno presieduta da Rosario De Matteis) un giorno avrebbe detto: «Tu non sai chi sono questi! Se questi per qualche motivo cessano i contratti tu avrai dei problemi…».

Una frase sibillina che - secondo l’accusa dei magistrati - sarebbe stata pronunciata per indurre il funzionario provinciale a non dare un parere negativo circa la possibilità di prorogare i contratti di lavoro dei precari in servizio al Centro per l’impiego di Termoli e Campobasso. Al consigliere quei precari dovevano stare davvero molto a cuore, e con una di essi si sarebbe spinto persino a organizzare una truffa ai danni di Provincia e Regione Molise per fare in modo che la donna, indagata anche lei, potesse lavorare al suo gruppo consiliare (Grande Sud) nonostante l’assegnazione alla II Commissione del Consiglio regionale.


E’ quella di Micone la posizione più complicata nell’ambito dell’inchiesta che ruota attorno agli ex uffici di collocamento e alle proroghe, definite illegali dagli inquirenti, dei contratti a 27 dipendenti.

Seimila pagine di indagine e tredici persone indagate con accuse che vanno dall’abuso d’ufficio al falso, dalla truffa alle minacce hanno ricevuto in queste settimane l’avviso di conclusione delle indagini. Per il magistrato titolare del fascicolo, Nicola D’Angelo le proroghe dei contratti di lavoro sarebbero avvenute in violazione di legge poiché, stando all’accusa, il progetto comunitario per il quale i 27 erano stati assunti sarebbe dovuto durare non più di 36 mesi. E dunque, per gran parte di loro, già a fine 2015 si sarebbe dovuto procedere con una nuova selezione.

Micone era stato eletto in Consiglio regionale nel febbraio 2013 tra le fila del partito di centrodestra Grande Sud. Oggi è considerato uomo della maggioranza, vicino al governatore Frattura che gli ha anche affidato la delega al Centro per l’impiego l’anno scorso dopo la presidenza della II Commissione.
Attualmente è indagato insieme agli altri 12 per le proroghe illecite dei contratti, ma anche per truffa in concorso con Luisa Colavita, una precaria la cui posizione sarebbe stata particolarmente agevolata.

Luisa Colavita era stata assegnata, anche in seguito a delle delibere approvate dalla giunta provinciale, agli uffici della Regione. In particolare alla presidenza della II Commissione. Per il pm D’Angelo già questa circostanza rappresenta un illecito: la donna, infatti, percepiva un emolumento sia dalla Provincia in quanto precaria del Centro per l’impiego sia dalla Regione Molise per la sua attività nella seconda commissione. Ma c’è di più, e di peggio, dal punto di vista del magistrato. Luisa Colavita infatti, anziché presentarsi tutti i giorni negli uffici della seconda commissione lavorava negli uffici del gruppo consiliare Grande Sud, quello di Micone, appunto.
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E’ con lei che il capogruppo di Grande Sud avrebbe messo in piedi la truffa di cui entrambi sono chiamati a rispondere.

Ma il giochetto non sarebbe mai riuscito se i due dirigenti provinciali Vincenzo Toma e Matteo Iacovelli non avessero firmato le delibere
(la 268 del 15 aprile 2013, la 491 del 5 agosto 2013 e la 181 del 1 aprile 2014) che autorizzavano la donna a lavorare – ma solo sulla carta - nella Commissione Lavoro del Consiglio regionale. Colavita, questo sostengono sempre le risultanze della lunga indagine, avrebbe intascato un doppio emolumento: uno dal gruppo in cui lavorava e l’altro dalla Provincia (stipendio anticipato ogni mese da Grande Sud che poi rendicontava alla Regione scaricando sui fondi pubblici destinati ai gruppi consiliari)

Per Luisa Colavita avrebbero fatto un’eccezione anche gli ex assessori provinciali Talucci, Di Biase, Di Labbio, Colaci e Tramontano, assieme al segretario provinciale D’Aniello approvando le delibere
210 del 30 dicembre 2013, la numero 64 del 30 aprile 2014, la 181 del 29 dicembre 2014, la 118 del 28 maggio 2015 e la 157 del 15 dicembre 2015. Gli ex colleghi di Micone hanno autorizzato anche loro la donna a continuare a lavorare in Regione stabilizzando una situazione lavorativa che si era instaurata illegalmente. Persino De Matteis e una assistente amministrativa avrebbero dichiarato il falso per la Colavita dicendo che lavorava al Centro per l’impiego quando invece era già nel gruppo Grande Sud.
La stessa indagata, poi, si è guardata bene dal comunicare alla Regione di avere già un rapporto di lavoro con la Provincia quando ha firmato il contratto.

Il consigliere Micone interpellato da Primonumero per avere spiegazioni sulle vicende in cui è coinvolto ha preferito non rilasciare dichiarazioni.

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(Pubblicato il 18/03/2017)

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