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L'intervista
Michele Di Giglio: "Resto nel Pd, ma il partito non può più essere gregario del fratturismo"
Si è dimesso da vicesegretario spiazzando tutti e accusando i vertici del partito di essere schiacciati da troppo tempo sulle logiche manageriali del Governatore. "Hanno più credito in Regione le consorterie trasversali che non il nostro partito, che ha sostenuto Frattura a viso aperto. Micaela Fanelli non ha fatto nulla per imporsi". Il professore di Campomarino, che milita nel centrosinistra da sempre, parla di fratturismo dopo lo iorismo che ha segnato per decenni il Molise: "Molto efficientismo ma poca umanità. Ed è anche la mancanza di volontà a far crescere i nostri dirigenti. Il partito è da dieci anni in mano alle stesse persone".


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Michele Di Giglio, il ’pasionario’ di Campomarino, finalmente prof. di ruolo (insegna economia a Termoli), militante da sempre «e sempre nel centrosinistra». Lunedì pomeriggio, durante l’assemblea del Partito democratico a Campobasso, ha spiazzato tutti, Micaela Fanelli in primis, quando ha preso il microfono e ha annunciato le dimissioni da vicesegretario. Era stato scelto tre anni fa, dopo la vittoria alle Primarie di Micaela Fanelli contro Laura Venittelli. Due anni dopo l’addio, «anche se resto nel Pd, è il mio partito. Ora sono un tesserato. Ma francamente questo schiacciamento sul governo regionale è insostenibile. Basta con un refrain che sa di ipocrisia. Nel Pd c’è un problema di natura politica forte e stiamo assistendo a uno stillicidio che nulla ha a che vedere con i problemi concreti delle persone».

Dal numero 2 della segreteria politica una “mazzata” che esala sbuffi di autolesionismo. Ma per chi lo conosce o ne ha seguito la carriera politica, la sorpresa è ridotta. Di Giglio è quello che aveva detto, proprio a Primonumero e non troppo tempo fa, che «il Pd è diventato zavorra del Governo regionale». Quello che aveva dichiarato: «Siamo la bad company del centrosinistra». Ma anche quello che ha scelto di non seguire Pippo Civati, del quale pure appoggiava la mozione, quando è andato via dal Pd, «che è invece è la mia casa, quella che ho contribuito a costruire». Ed è lo stesso Di Giglio - sempre lui - che ha sostenuto convintamente le ragioni del sì al referendum, appoggiando Renzi, «che ha intercettato un mondo anche moderato che non era il nostro, e ha fatto bene perché ha creato partecipazione».


Ora un altro colpo di scena. Ti sei dimesso dall’incarico di vicesegretario. Così, senza preavviso.
«Se lo potevano immaginare, visti gli ultimi mesi».

Il Pd ha parlato del tuo “intervento duro”.
«Ho lasciato l’incarico semplicemente perché ritengo che da parte di questo gruppo dirigente ci sia stato un appiattimento forte rispetto ai desiderata di questa Giunta regionale, che non ha tenuto conto delle richieste della Segreteria del Pd».

Per esempio?
«Noi chiediamo una revisione vera dei Consorzi industriali. Abbiamo depositato una proposta mesi fa e non è stata minimamente presa in considerazione. Micaela Fanelli, la segretaria, è stata di fatto ignorata. Ed è questo che le rimprovero, di non aver preteso il ruolo che pure ha. Ha contato molto di più il partito dei sindaci, che questa riforma non la vuole».

Ti riferisci ai sindaci dei Comuni bassomolisani che costituiscono il direttivo del Cosib? «Proprio a loro, a Leo Antonacci, Gianfranco Cammilleri, all’ex sindaco di Portocannanone Mascio, eccetera: sono un partito trasversale che va da Guglionesi, a Portocannone, a Campomarino, che di fatto da anni ha in mani le redini del Consorzio di Sviluppo Industriale BassoBiferno, dal quale inoltre prende uno stipendio, e che sostiene il Governo regionale. Un partito che tutela prebende, stipendi doppi e tripli, e che è completamente distaccato dalla realtà e dalla gente. Purtroppo ha prevalso questo interesse su quello di Micaela, che come segreteria politica ha chiesto cambi di rotta. Io mi indigno, prendo atto del fallimento. E faccio un altro esempio: la questione fondamentale della fusione dei Comuni, che noi abbiamo proposto. Zero risposte. La questione della sanità, per la quale andava fatta una discussione trasparente all’interno degli organi del partito. Invece ci siamo visti calare dall’alto scelte e decisioni strategiche senza avere la capacità di fare un dibattito nel partito».

Insomma, un Pd che non parla più
«Parla del sesso degli angeli, come si dice. Ma è sempre più lontano dalla realtà. E non chiede maggiore chiarezza laddove la chiarezza sarebbe indispensabile».

Fai un altro esempio
«La questione Zuccherificio. Io sono uno di quelli convinti che la Regione Molise dovesse uscire dalle partecipate, però si era parlato di riconversione industriale su determinate aree produttive. E invece. Si sapeva che andava a finire in quel modo, però le cose si sarebbero dovute dire in maniera limpida, evitando lo stillicidio fino all’ultimo. I lavoratori, gli ex lavoratori, sono stati illusi fino all’ultimo. Penso a quando venne a Termoli il ministro Martina. Pochissimo tempo fa (novembre, ndr)».

Insomma, Di Giglio è fuori
«Resto tesserato del Partito Democratico perché l’ho fondato, e da semplice tesserato partecipo umilmente alla vita politica di questo partito in questa regione. Anche se è un partito che deve riorganizzarsi, ripartire. C’è troppa confusione».

Chi esce, chi entra…
«Danilo Leva se ne va dal partito, Roberto Ruta resta dentro. Si chiama politica dei due forni, la faceva la Democrazia Cristiana. Uno fuori, uno dentro. Uno fa opposizione a chiacchiere e l’altro sta un giorno sì e uno no in via Genova a trattare col governatore».

Stai parlando del rapporto tra Paolo Frattura e il senatore Roberto Ruta?
«Esatto. Vorrei capire che tipo di relazione c’è tra i due. Questo senatore, che da mesi non parla e non dice nulla a parte l’interessamento per il segnale Rai, sembra autistico. Però sta là, da Frattura. L’accordo l’hanno chiuso, gliel’ho detto anche a Frattura. E anche questa mancanza di chiarezza è il motivo delle mie dimissioni. Il segretario ha l’obbligo di fare chiarezza su queste cose».

E non l’ha fatta?
«No, non l’ha fatta. Ha detto W il Pd. Ma non ha messo per nulla in discussione l’impianto del fratturismo».

Cosa è il fratturismo?
«Molto efficientismo manageriale e poca umanità, lo posso sintetizzare così. Non vedo più l’energia dell’inizio. Ed è anche la mancanza di volontà a far crescere i nostri dirigenti. Quando sono state fatte nomine, in questa regione, non sono state valorizzate professionalità di marcata genesi di centrosinistra, ma sono stati favori soggetti legati a interessi diversi. Perché?»

Rispondi tu
«Non ho una risposta, so solo che questa cosa non è stata fatta. E’ il fratturismo. Al quale è legata un’altra domanda: ma il Pd, il mio partito, Paolo Frattura lo vuole candidare o no?»

Ecco, rispondi pure a questo
«Anche qui, non c’è una risposta. La segreteria regionale è compatta, va bene, ma c’è più di un malumore. Paolo Frattura ha un problema: non ha dato agibilità politica a chi lo ha sostenuto a viso aperto quando all’inizio veniva visto nel centrosinistra come una specie di marziano. Micaela Fanelli non ha la forza, oggi, di scardinare questo assetto di appiattimento guadagnandone anche in autonomia politica».

E perché secondo te non ce l’ha?
«Perché se leghi il tuo destino politico a uno schema, lo devi perseguire fino alla fine. Ma io in questo schema non mi ci ritrovo. Vedo conferenze stampa con Di Nunzio, Frattura, Di Giandomenico. Abbiamo fatto la Democrazia Cristiana degli anni Ottanta. E quella narrazione venduta ai molisani come novità ai molisana quattro anni fa non si è tradotta in nulla. Restano i tanti problemi della gente, che non arriva a fine mese»

Che fai, il populista?
«Non è populismo, è lo snaturamento di ogni ideale di politica. Se il partito deve diventare una agenzia collocamento per soggetti delle più svariate estrazioni, che nulla hanno a che vedere con una storia di centrosinistra, non ci siamo. O si rivede l’impianto complessivo di quello che sono stati gli ultimi anni oppure…»

Oppure?
«Si fa un frontale. Bello grosso. E non solo a livello locale, anche nazionale. D’altra parte c’entra pure il risultato della vittoria del no al referendum. Mi sono sgolato in campagna elettorale, l’ho detto in tutte le salse: con questo voto si consegna il Paese a Grillo e Salvini. Renzi voleva dare un colpo di reni in avanti. Ma ha perso questa sfida. E in Molise ha perso il renzismo, ammesso e non concesso che in Molise esista il renzimo. Non direi, se è stato regalato di fatto il partito a Frattura e a Facciolla».

Appunto, Facciolla. Come lo vedi il suo ingresso ufficiale nel Pd?
«Era nell’aria, lui è sempre stato presente nei momenti congressuali nelle situazioni importanti. Lui è uno che pedala, macina. Ma le cose vanno concordate in un certo modo, e il modo non può essere questo.
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Io ne ero a conoscenza solo perché Micaela Fanelli me lo aveva detto. Ma non c’è stato nemmeno un incontro preliminare con la Segreteria del Pd».

Credi che il tesseramento di Vittorino Facciolla comporterà modifiche sugli attuali equilibri del Pd?
«Questa è un’Opa. Una scalata vera e propria. Può essere positiva o negativa, non lo so. Ma di sicuro esiste il facciollismo, quindi sì, ovvio che avrà ripercussioni».

E il facciollismo secondo te è in lotta col fratturismo?
«I due hanno un ottimo rapporto e un rapporto di lealtà reciproca, di questo sono certo. Ma i loro destini politici sono saldamente legati. Gli scenari futuri dipenderanno anche da quello che succede a livello nazionale. Se Fanelli, Frattura e Facciolla appoggiano Renzi, questo influenzerà anche le Regionali ed è un problema. Se vincono il congresso nazionale su base regionale, le scelte verranno prese dal gruppo dirigente, ma è quel gruppo dirigente verso il quale io, pur standone dentro, nutro forti perplessità».

Non smentisci la tua fama di voce critica. Ti accusano di essere fin troppo critici, di sconfinare nel polemico.
«Come sempre, anche ora il dissenso politico netto su determinate questioni è un appello di militanza forte, un amore verso il partito, per quanto questo possa significare qualcosa nelle patetiche discussioni che facciamo, perché il mondo reale è un altro, intendiamoci. Ed è con quel mondo che manca ormai completamente la connessione sentimentale. Questo è drammatico, c’è uno scollamento totale con la realtà. Ma ti sembra che uno lavora una vita per 800 euro di pensione e chi fa qualche mese in Consiglio regionale prende un vitalizio da 3500 euro? Ma ti sembra giusto che andiamo avanti con una Giunta con 2due assessori esterni no eletti e senza assessore al lavoro?»

Giusto non lo è: e quindi?
«E quindi va a finire che poi si vota il 5 Stelle. Io non li voterò mai, ma intanto il rischio è altissimo. Perfino la mia famiglia, i miei suoceri, mi invitano a non chiedere più loro i voti. Faccio l’insegnante, e vedo i ragazzi. E i ragazzi non votano per il Pd».

Come mai un partito nato con tanti giovani, buone intenzioni, vivace, con gente preparata, è arrivato così in fretta a perdere il contatto con il suo popolo, con il suo elettorato?
«Perché se il Pd esiste da 10 anni e in 10 anni è stato gestito da 8 persone e in dieci anni è stato unicamente legato ai destini di queste persone, di cosa stiamo parlando?»

Chi sono?
«Totaro, Scarabeo, Ruta, Leva, Venittelli, Petraroia, ora Fanelli e Facciolla. Frattura, naturalmente»

Loro risponderebbero che per essere eletti servono i voti, e che può provare a mettersi in gioco chiunque
«Ho capito, ma proprio loro – molti di loro, non tutti – stanno attenti a non creare i presupposi per poter dare la possibilità ad altri. Hai presente il rinnovamento? Bene, dimenticalo. Non esiste. Stanno rientrando nel Pd persone che hanno cambiato partito dieci volte».

E altri ne stanno uscendo..
«La scissione è stata fatta perché una quarantina di persone a Roma si dovevano gestire i destini personali. Poi magari qualcuno - qualche padre nobile – avrà pure motivazioni valide. Ma se dobbiamo parlare di D’Alema come padre nobile a me viene da ridere. Questa situazione è anche la conseguenza della sentenza della Consulta, che apre a un sistema proporzionale che permette, con il moltiplicarsi dei partiti, di avere una forza di interdizione molto più forte rispetto a quella che si potrebbe avere restando in una coalizione. Se prendi il 4 per cento, faccio un esempio, ottieni quei 35 o 40 parlamentari he finiscono per condizionare tutto il quadro politico con un potere di ricatto fortissimo. Le ragioni della scissione nel Pd stanno anche in questo. D’altra parte le scissioni nel centro-sinistra a partire nel 1921 non hanno prodotto in termini di sbocco politico nulla, ma hanno garantito rendite a uno specifico ceto politico».

Di chi parli?
«Se devo fare riferimento a questa Regione, penso a Michele Petraroia & company. Anche se mi rendo conto che significa sparare contro la Croce Rossa».

Chi farà il capogruppo del Pd in Consiglio?
«Magari Filippo Monaco?»

Ma non è del Pd
«Non ancora, in effetti». (mv)

LINK
Monaco: non rientro nel Pd

(Pubblicato il 03/03/2017)

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