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Il ’guardiano’ dell’obitorio: "Vedo le famiglie litigare per soldi, e ai funerali non vado più"
Gianni Barone, 58 anni, lavora nell’obitorio del San Timoteo di Termoli da 17 anni, quando ha chiesto o ottenuto il trasferimento dal Pronto Soccorso. "Lì la gente moriva ma veniva anche salvata, qui sono solo in compagnia di cadaveri, ma non voglio cambiare reparto. Sono lontano dal caos e dalle beghe personali e politiche, va bene così". Compilare il Registro mortuario ("è il libro dei morti"), interagire con le famiglie e le agenzie di pompe funebri, controllare bare e camere ardenti sono le sue mansioni. Tante le storie e gli aneddoti che ha in memoria. Dalle più drammatiche, come i ragazzi uccisi negli incidenti stradali, a episodi irriverenti, «come il Pretore vestito nella bara con i calzini bucati...». E’ un mondo a parte, che gravita attorno alla morte ma anche al denaro: "la morte a volte tira fuori il peggio, e vedo tante famiglie litigare per chi deve pagare il funerale... una volta si sono anche picchiati qua dentro".


Termoli. Lavora in ospedale da quasi 30 anni ma non è un operatore qualsiasi. E’ il guardiano dell’obitorio, in camice bianco. «Ma dai, guardiano dell’obitorio. Sembra un film, di quelli che fanno paura». A Gianni Barone invece non fa paura niente. Almeno, niente che si trovi qua dentro, bare e cadaveri compresi.

Si mette a ridere, alza le mani, spiega: «Sono il responsabile di questo posto, diritti e doveri equamente divisi con il mio collega Salvatore». Quest’ultimo, Salvatore Venditti, lavora in obitorio dal 2006 e viene da Campobasso. Gianni Barone invece è termolese e ha il primato dell’anzianità. E’ arrivato in obitorio nel 2000, e per scelta sua. «L’ho chiesto io, ho fatto domanda nel 1999 dopo 11 anni in Pronto Soccorso. Ti dico la verità, mi ero scocciato, non ne potevo più».
Così ha cambiato “aria” e da quel momento è rimasto qua sotto, al piano interrato dell’ospedale San Timoteo, dove il silenzio - spesso - è troppo pesante da sopportare.

Dal caos infernale di barelle e ambulanze con le sirene spiegate, alla quiete eterna dei defunti. Dai defibrillatori, dalle spie lampeggianti, dal trambusto del reparto dove i medici salvano vite, al posto in cui finiscono quelli «quando non c’è più niente da fare».
E sono tanti, e sono sempre di più. Da quando, con i nuovi piani operativi, il Vietri di Larino è stato chiuso come ospedale, le corsie e i reparti sono stati soppressi, il numero di pazienti morti a Termoli è comprensibilmente aumentato.

Il “registro” parla chiaro, non sbaglia. «Il registro – dice Gianni Barone che ha appena finito di aggiornarlo – noi lo chiamiamo il libro dei morti. Ci sono le date di nascita e di decesso delle persone, l’ora in cui arrivano in obitorio, quale impresa funebre si occupa di loro». Arrivano «da sopra» aggiunge indicando col dito il soffitto dell’ufficio oltre il quale si erge il San Timoteo e le sue corsie, dove sono ricoverati anche i tanti residenti del Basso Molise e di tutta l’area limitrofa che prima venivano portati a Larino. «Nel Pronto Soccorso ne ho viste di tutti i colori, a volte le vittime di incidenti stradali erano in condizioni terrificanti, inimmaginabili. Qua vengono ricomposti, i loro corpi sono sistemati, sono vestiti. No, non c’è niente di inquietante, semmai è triste dover avvertire i familiari che non c’è posto per la camera ardente».

Lo spazio è insufficiente per accoglierli tutti, e Gianni ammette che «la cosa peggiore è quando si sale a prendere un morto e si deve parlare con i familiari spiegando che le tre stanze sono occupate e bisogna mettere la barella in corridoio…».
Oppure, aggiunge, la cosa brutta «è vedere i genitori dei ragazzi distrutti dal dolore».
Ricorda, solo pochi mesi fa, il papà di uno dei due ragazzi uccisi nel terribile incidente sulla Statale 16 del luglio scorso. «Stava nella cella frigorifero su disposizione del magistrato, era figlio unico e quando lo abbiamo tirato fuori c’era il padre con noi, impazzito di dolore, che ce lo ha presentato dicendo: “Ecco, questo è il mio campione”».

In obitorio arrivano anche i morti per incidente stradale, che spesso non passano nemmeno per l’ospedale. Sono quelli a colpire di più Gianni Barone, anche se a questo operatore tecnico necroforo di 58 anni, divorziato e padre di due figli, sembra non fare impressione niente e nessuno. «Vuoi la verità? Stando qua dentro ti abitui a vedere la morte da vicino un giorno dopo l’altro, in tutte le sue forme» dice lui, quello che fra i vari compiti ha quello di trasportare braccia e gambe amputate nella fossa comune del cimitero, dove finiscono – dice – anche i feti. «Li mettono in una cassetta e io con l’ambulanza e l’operatore vado a sistemarli al camposanto di Termoli».

Lo sa bene: la morte non è per niente benevola.
«Si accanisce sul ragazzino come sul vecchio, colpisce i neonati, i giovani, gli adulti, le donne e gli uomini»
racconta mentre arrivano gli operatori della agenzia di pompe funebri per prendere la documentazione da far firmare ai familiari dell’ultimo defunto, appena portato di sotto e ancora in attesa di venire sistemato in una bara e poi in una camera ardente.

Lui sbriga le pratiche con perizia, conosce a memoria “carte” e procedure. Fa le condoglianze se, da termolese, conosce i familiari di quei corpi sistemati nelle bare accanto a fiori e candele elettriche. Non si scompone mai. E’ vero che si diventa cinici qua dentro? «Un po’ è inevitabile. Non è un posto per chi ha il cuore tenero» confessa, ricordando anche che «insieme alla morte non vedi solo e sempre il dolore. A volte vedi l’odio nelle famiglie, i figli litigare tra di loro perché nessuno vuole pagare il funerale del padre anziano. Se ne dicono di tutti i colori quando il morto è ancora caldo». È onesto, Gianni Barone, e non ha paura delle parole. La cronaca d’altra parte conferma: una volta i familiari di un defunto, per questioni di soldi e per chiarire a chi toccava pagare il funerale, si sono picchiati con violenza, se la sono data di santa ragione. La storia è finita in tribunale.

A volte si sorride, invece. «Ricordo che qualche anno fa morì un giudice, e quando lo vestirono gli misero calzini bucati sull’alluce. E gli portarono pure un paio di scarpe vecchie, logore. E tutti a pensare: con tutti i soldi che aveva, finisce con le calze bucate…». Risate amare, tirate. Humor noir. Ma d’altra parte siamo in obitorio, dove la morte diventa la routine, e sfianca. «Sì sfianca, non ne posso più» dice Gianni, che a forza di vedere cadaveri ha smesso di andare ai funerali degli amici e dei conoscenti. «Se è proprio inevitabile perché magari è un parente stretto ci vado, altrimenti evito e chi mi conosce lo sa e non mi dice niente. Di funerali ne vedo troppi tutti i santi giorni. Come direste voi giornalisti, ormai per me non fanno più notizia».

(Pubblicato il 26/02/2017)

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