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Lo ’strano caso’ della proprietà collettiva: 50mila ettari di terra a disposizione, ma senza saperlo
Nella nostra regione ci sono 50mila ettari che appartengono a tutti, e sono un diritto naturale de cittadino. Antonio De Marco, esperto in materia, chiarisce un argomento che nemmeno i sindaci conoscono, che affonda le radici nel diritto arcaico: "La proprietà collettiva si tramanda dal periodo dei feudatari, quando si concedeva il permesso di accedere nel proprio feudo ai poveri". Il problema principale è che "col passare degli anni questi terreni sono stati trattati come demanio dello Stato. Ma tutto ciò non poteva essere fatto, perché la proprietà collettiva è inalienabile, imprescrittibile, indivisibile e inusocapibile. Servirebbe un’amministrazione separata che faccia bilancio a sé".


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Campobasso. Noi molisani non lo sappiamo, ma siamo ’proprietari naturali’ di 50mila ettari di terre sparse sull’intera regione, qualcosa come 70mila campi di calcio uno di fianco all’altro. Montagne, boschi, terreni, rocce. Curioso no? Ma di cosa stiamo parlando? Di un argomento forse mai trattato e caduto nel dimenticatoio, che fa capo al diritto arcaico: lo ’strano caso’ della proprietà collettiva. Si tratta di porzioni di territorio che spettano di diritto alla popolazione di un dato luogo e che si sono tramandate nei secoli. Come detto, se ne parla molto poco, sia da noi che nel resto del Paese. Ma c’è chi ne ha fatto una questione di principio, come il signor Antonio De Marco, insignito tra l’altro del titolo di cavaliere della repubblica. Gli abbiamo rivolto domande precise, semplici, al limite del banale, pur di capirci qualcosa di più e provare a scovare appigli interessanti.

Una domanda fondamentale: innanzitutto, che cos’è la proprietà collettiva?
«La proprietà collettiva si tramanda dal periodo dei feudatari, quando si concedeva il permesso di accedere nel proprio feudo ai poveri che non avevano proprietà ed erano autorizzati a lavorare il terreno, raccogliere la legna, pascolare le greggi. I prodotti andavano al contadino, la terra sfamava quella parte di persone del luogo che non aveva altre risorse per sopravvivere. Col passare dei secoli le cose sono cambiate e questa impellente necessità non c’è stata più. Le terre di cui si parlava prima sono state individuate come proprietà collettive».

Qual è la differenza tra proprietà collettiva e terre demaniali?
«Per quanto riguarda il demanio, esso appartiene all’ente che lo gestisce, marittimo, tratturale, ci sono tanti tipi di demani. La proprietà collettiva non è in beneficio del Comune. Per fare un esempio, Campolieto ha 338 ettari di proprietà collettiva con il diritto dell’uso civico. C’è da dire che nel febbraio del 1938, il commissario agli usi civici dell’epoca riordinò il territorio, destinato agli usi della gente che non ha altre risorse per sopravvivere. Si tratta di una proprietà naturale del cittadino del posto, che si tramanda nei secoli, anche per passeggiarci, per prenderci l’aria. È un godimento di quel territorio che ci spetta».

E’ bene fermarsi un attimo e capire quale sia stato l’inghippo. A un certo punto della storia, diciamo pure nello scorso secolo, si inizia a fare confusione tra proprietà collettiva e terre del demanio. Un problema che si è trascinato negli anni e oggi è quello principale legato all’argomento trattato: «Il problema serio, che ancora non riesco a far capire agli amministratori, è che col passare degli anni, più per ignoranza che per fare cassa – prosegue De Marco –, le terre collettive sono state trattate come demanio dello Stato. La legge 1766 del 1927 aveva l’obiettivo di liquidare quelle proprietà per fare cassa. Ma tutto ciò non poteva essere fatto, perché la proprietà collettiva è inalienabile, imprescrittibile, indivisibile e inusocapibile. Non vale il discorso “sono 100 anni che sto qui, questa terra è mia”. È come se ci stessi da un giorno».

Se io sono un cittadino nullatenente, vado in Comune e chiedo di utilizzare un terreno collettivo, il Comune può assegnarmelo?
«Come va in Comune torna indietro perché il Comune stesso purtroppo non sa neanche dove sono ubicate visto che negli anni si è persa quasi la memoria storica. E’ determinante il modo in cui viene gestita la proprietà collettiva».

Ovvero?
«Servirebbe un’amministrazione separata, così come si era determinato anni fa. In mancanza di ciò, gestisce il Comune, che però è fuori posto perché il ricavato della proprietà collettiva, dalla legna ai prodotti della terra alle risorse acquifere, deve fare bilancio separato. Chi mi dice che in questi oltre 50mila ettari dislocati in Molise non ci siano risorse acquifere e magari la tal ditta imbottiglia l’acqua che poi vende? L’amministrazione separata vigilerebbe il territorio. Io ho detto più volte alla Corte dei Conti di controllare i bilanci dei Comuni. Il bilancio, ripeto, deve essere separato perché i soldi che vengono da questi poderi devono servire per migliorare i terreni stessi e le vie di accesso. Il bene dovrebbe essere gestito in maniera oculata e lasciando così questo territorio alle giovani generazioni. Anche perché alienando sempre più beni, i Comuni si ritroveranno senza proprietà collettive».

Lei ha degli atti privati nei quali si sono ceduti delle proprietà collettive a privati, è così?
«Sì, ci sono stati tanti atti falsi che bisogna reintegrare. Sono atti nulli, nel 1999 l’assessore all’agricoltura, Luigi Di Bartolomeo, disse con un documento ufficiale che queste vendite sono nulle. Proprio perché non è possibile vendere le proprietà collettive. Ma le regole non sono applicate e tutto resta così. Se è inalienabile, come si possono fare scritture con privati destinando questi terreni a terzi? Per esempio, non si possono impiantare le pale eoliche, serve la richiesta di cambio di destinazione d’uso. Servono autorizzazioni e studi precisi sui terreni stessi. A livello nazionale la materia è gestita con i regi decreti, che hanno ottant’anni. Insomma, bisognerebbe rivedere i confini delle terre, chissà quanti sconfinamenti e occupazioni ci sono stati… Un patrimonio indebolito.
Non vale neanche l’usocapione che può far valere il privato con la proprietà collettiva. Pensate che c’è una legge che dice che se il ricavato dalle terre collettive non basta per pagare le tasse, i cittadini dovrebbero mettere il restante pur di tenere il patrimonio unito».

C’è da aggiungere a questo articolato e per certi versi complesso discorso che la proprietà collettiva esiste anche in larga parte dell’Europa: dai Paesi del Nord alla Spagna, dalla Francia ai Paesi ex Sovietici: «Sarebbe interessante interfacciarsi con le altre nazioni. Ci avevo provato con convegni fatti a Campobasso, a Trento, a Bari per capire come loro gestiscono questi beni» spiega Antonio De Marco. Che poi torna alla questione più annosa: come recuperare terreni che per buona parte sono andati ai privati, nonostante l’inanielabilità. «Attualmente i terreni è come se fossero stati dati in fitto dai Comuni ai privati. Che fanno bene a lavorarlo, ma il loro è un godimento temporaneo, non si può diventare proprietari di queste terre collettive. Gli escamotage non si possono trovare con questo tipo di argomento, il demanio è rappresentato dallo Stato, la proprietà collettiva è dei cittadini naturali del posto. Se si formasse l’amministrazione separata, si potrebbero sfruttare delle risorse europee, magari attraverso l’impegno della Regione che tra l’altro ha una sede a Bruxelles e bisogna che si lavori anche su queste cose. Faccio un esempio: se il Comune elabora un progetto e chiede di riordinare i beni con i confini, sapendoci lavorare su si riuscirebbero a ottenere risorse dalla Comunità Europea».

Attualmente a gestire a livello giurisprudenziale le terre collettive è il commissario agli usi civici che è a Napoli, nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura. Anche su questo capitolo De Marco si dice molto scettico: «E’ una figura che non incide. Serve un riordino grazie al quale si verrebbe a conoscere anche la natura dei terreni. Chi ci dice che i terreni di cui si parla non vengano utilizzati magari dalle mafie per sversare i veleni? Oltre al danno anche la beffa. Quando invece si potrebbe avere un risvolto turistico. Penso a Roccamandolfi, che ha oltre 3300 ettari di proprietà collettive. Si tratta di montagne bellissime, il Molise è importantissimo: i molisani hanno l’aria buona».

Per terminare, nel momento in cui si attuerebbe il riordino, come si esproprierebbero ai privati questi terreni?
«Il commissario agli usi civici, nel momento in cui individua terreni usati impropriamente da privati, deve cacciarli fuori anche con la forza pubblica se necessario, a nome e per conto della legge».

Un argomento da approfondire e studiare, nel quale i sindaci devono giocare un ruolo fondamentale per venire a capo delle nostre proprietà collettive.

(Pubblicato il 20/02/2017)

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